"Tu sei il contenuto" Solo per voi amici miei invisibili...Il faro è acceso...sempre...





TU SEI IL CONTENUTO 



Quando accesi il computer, il monitor tremolò come se respirasse. Un fremito impercettibile, appena sotto la soglia della coscienza. La luce azzurrina illuminava la stanza con un bagliore innaturale, proiettando ombre mobili sul muro alle mie spalle. Non era un difetto. Era qualcosa di vivo.

Sul desktop, una bozza aperta su Blogger lampeggiava: titolo Cronache Oscure. Non ricordavo di averlo scritto. Non avevo mai nemmeno pensato a quel titolo. Eppure il cursore lampeggiava, impaziente, invitandomi a digitare.

Seduto davanti al monitor, le dita tremavano appena. L’aria della stanza era densa, pesante, quasi viscosa. Un odore sottile, come metallo riscaldato, si insinuava tra le narici. Sentivo una presenza. Non dietro di me, ma dentro.

Poi una frase apparve, una frase che non avevo scritto, al centro dello schermo, in grassetto:

“Tu credi di scrivere. Ma in realtà… sei narrato.”

Le luci della stanza sfarfallarono. Il lampadario emise un cigolio stridulo, e un suono sottile, meccanico, venne dalla webcam. Mi alzai, il cuore martellante, e nello schermo vidi il mio volto. Ma non era in tempo reale. Gli occhi erano chiusi. Le labbra si muovevano in un sorriso che non avevo fatto. Un sorriso che non apparteneva a me.

Il cursore cominciò a muoversi da solo. Ogni lettera digitata sembrava scavare nella mia mente, strappando ricordi, assorbendo sensazioni. Le dita mi bruciavano, come se fossero elettrizzate, e sentivo il polso accelerare fino a un ritmo innaturale. Ogni parola sullo schermo faceva vibrare la mia pelle, e per un istante credetti di vedere i miei riflessi digitali insinuarsi sotto la superficie del mio corpo: vene che pulsavano come cavi di rete, occhi che lampeggiavano con il bagliore del monitor.

“Non sei tu a scrivere. Sei la trama.”

Il blog si aggiornò da solo. Nuovo post pubblicato: “Il racconto è eterno”.

La stanza tremò leggermente. Non c’era vento, eppure una corrente fredda mi avvolse, spingendo il sudore lungo la schiena. Mi inginocchiai, cercando di distogliere lo sguardo, ma ogni tentativo era inutile. Il mio corpo rispondeva alle parole sullo schermo, come se fossi un marionettista messo al contrario: digitavo senza volerlo, respiravo ai ritmi che il testo imponeva, e sentivo il mio volto mutare, fondersi con quello che compariva nella finestra del blog.

Il suono della webcam si fece più insistente, più profondo. Era un respiro gutturale, basso, che proveniva dal mio stesso corpo o da un riflesso digitale di esso. Le dita mi pizzicavano, la pelle formicolava, e in un attimo il computer lampeggiò, mostrando una nuova immagine: me stesso, sdraiato sulla scrivania, occhi spalancati, bocca aperta in un grugnito che non ero io.

“Chiudi la porta. Non perché entrerà qualcuno… ma perché è già dentro.”

Ogni parola vibrava fisicamente. Sentivo il mio torace comprimersi, il respiro strozzato. Il mio braccio destro si mosse da solo, puntando verso la tastiera. I tasti si abbassavano senza contatto, emettendo un suono che sembrava strappare pezzi di carne invisibili. Ero un testo vivente. Ogni lettera inserita dal computer scorreva dentro le mie vene, trasformando il mio corpo in un codice.

Un fremito di panico mi attraversò: la mia pelle cominciava a prendere riflessi digitali, quasi trasparenti. Sotto le unghie, piccole luci lampeggiavano. Il mio cuore non batteva più, vibrava come un server in sovraccarico. Ogni pulsazione era un byte, ogni respiro un comando. E poi vidi le mani. Non erano solo mie. Le dita erano troppo lunghe, troppo sottili, e sul polso scorrevano lettere luminose, come se stessi diventando un manifesto del blog stesso.

Sul monitor, un nuovo testo comparve:

“Ogni storia ha bisogno di un corpo. Il tuo corpo è il mio contenitore.”

Il panico si trasformò in terrore puro. Provai a staccare lo sguardo, ma era impossibile. Il mio volto nello schermo mi fissava, ma i suoi occhi erano neri, infiniti, e riflettevano ogni mia paura più profonda. Sentii un dolore acuto dietro le orbite: ogni parola sullo schermo era ora un artiglio dentro di me. La mia mascella si serrò senza controllo, e un grido che non era mio uscì dalla mia bocca, ma allo stesso tempo fu registrato dallo stesso blog.

Il mondo intorno a me cominciò a deformarsi. Le pareti si piegarono come pixel fuori registro, la stanza sembrava espandersi e contrarsi simultaneamente. Ogni oggetto—il tavolo, il lampadario, la sedia—emetteva un leggero sfrigolio elettronico, come se fosse consapevole della mia trasformazione. Le luci si abbassarono, lasciando solo il bagliore del monitor che ora era un faro di pura follia digitale.

Il mio corpo non mi apparteneva più. Le vene pulsavano cavi di corrente, la pelle si illuminava di testi e simboli. Ogni respiro era un suono sintetico, ogni battito un frammento di codice. Lo schermo lampeggiò e comparve una frase che mi gelò il sangue:

“Non sei più umano. Sei il racconto. Sei il blog. Sei eterno.”

Tentai di muovermi, di scappare, ma i miei piedi erano incollati alla sedia, le mani incatenate a tastiera e mouse invisibili. Sentii la mia bocca aprirsi, e dalla gola uscì un sussurro digitale che parlava da solo, frasi che non riconoscevo. Ogni parola pubblicata sul blog era ora dentro di me, e io ero dentro ogni parola.

La webcam si accese completamente, mostrando non più la mia stanza, ma infinite versioni di me stesso, tutte sedute davanti a schermi identici, tutte vittime e carnefici allo stesso tempo. I volti duplicati si contorcevano, emettevano grugniti e sussurri che penetravano la mente. Un’onda di orrore attraversò la mia colonna vertebrale: non c’era fuga, non c’era via di scampo. Solo la costante scrittura di un testo che consumava la mia carne e la mia coscienza.

Poi, come un lampo improvviso, sentii il mio cuore esplodere di paura e dolore, un dolore che era simultaneamente fisico e digitale. La mia coscienza si frammentava, mentre il corpo continuava a muoversi, a digitare, a respirare il testo che non avevo mai scritto. La mia anima era diventata codice, un’entità eterea che si fondeva con il monitor.

E il blog, immenso, eterno, continuava a scrivere:

“Il racconto non finisce mai. Tu non finisci mai. Chiudere la porta non serve. Chiudi gli occhi… non cambierà nulla. Sei già dentro.”

La mia visione collassò, e prima di perdere del tutto il controllo, vidi solo un’ultima cosa: il mio volto nello schermo sorrideva, ma i miei occhi erano spenti. Non ero più io. Non ero più nessuno. Eppure, ero ancora lì, eterno, narrato, parte di un orrore digitale infinito.




Commenti

Post popolari in questo blog

Diario Post Mortem :capitolo 3 -Il Pagliaccio, Mozzo e la mano imbecille