La Vespera di Pietrabbruna
LA VESPERA DI PIETRABBUNA
La Vespera di Pietrabbruna
Pietrabbruna era un minuscolo paese arroccato sulle colline liguri, nascosto tra gli ulivi e il profumo del mare lontano. Nessun cartello stradale lo menzionava, e chi lo conosceva davvero non ne parlava volentieri. Perché a Pietrabbruna c'era un nome che nessuno osava pronunciare ad alta voce: la Vespera.
Nella luce morbida dell’autunno, quando le viti trasudavano dolcezza e i fichi maturi cadevano a terra senza che nessuno li raccogliesse, la leggenda tornava a vivere. Si diceva che fosse una creatura antica, legata al paese da un giuramento spezzato o da un amore maledetto. Non si nutriva di sangue, come si racconta dei vampiri nelle fiabe, ma di memorie e desideri. Ti consumava piano, mentre sorridevi e non capivi perché ogni giorno ti sentissi più vuoto.
Ogni anno, tra la fine di settembre e le prime nebbie d’ottobre, qualcuno svaniva. Nessun segno di violenza, nessun corpo da piangere. Solo una finestra aperta, un letto disfatto, e una traccia di odore tra miele, fumo e terra.
Secondo i più anziani, la Vespera appariva come una donna dallo sguardo impalpabile: bellezza traslucida, pelle come cera d’api, occhi profondi che sembravano ricordare ciò che tu avevi dimenticato. Si manifestava al tramonto, tra l’ultimo canto dei grilli e il primo battito d’ali dei pipistrelli. Non bussava: si insinuava tra i pensieri, risvegliando sogni mai confessati.
Donne, uomini, bambini: nessuno era al sicuro, ma stranamente nessuno voleva sfuggirle. Chi veniva scelto cadeva in un sonno sempre più dolce. Si svegliava meno presente, come se la realtà fosse diventata solo un’eco lontana. Alla fine, spariva.
Un giorno, arrivò in paese una straniera. Capelli rossi intrecciati come radici, occhi nocciola con riflessi verdi. Diceva di essere un’erborista, ma sapeva troppe cose per non avere sangue antico nelle vene. Quando sentì parlare della Vespera, non rise. Si fermò a guardare il tramonto e sussurrò: “Lei cerca chi ha lasciato troppo indietro… e li riempie di assenze.”
Preparò un infuso di latte di fico e ruta, raccolse un pettine fatto con ossa d’agnello che portava sempre con sé e si avventurò oltre il sentiero del mulino abbandonato — il luogo da cui nessuno era mai tornato.
Quella notte fu silenziosa. Nessun canto, nessun rumore di passi. Solo l’eco di un flauto lontano.
Al mattino, la straniera era scomparsa. Ma da quel giorno, la Vespera non tornò più. Le finestre poterono restare aperte. I fichi venivano raccolti. Le persone tornarono a svegliarsi ricordando chi erano.
Eppure, una volta l’anno, quando il vino è troppo dolce e l’aria profuma di sonno, alcuni giurano di vedere una figura sulla vecchia collina. Osserva le case con nostalgia. E poi svanisce, lasciando solo il ricordo di un battito di ciglia e un brivido lungo la schiena.
E allora i vecchi dicono ancora, sottovoce:
“Che la Vespera salti la mia casa.”

Se sei arrivato fin qui, sappi che il tempo non scorre per caso. Commenta, e TicTac risponderà.”
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