L'Ultimo Bicchiere : Dalla Discesa all'Ascesa con l'aiuto incondizionato di un madre


 


Era un periodo buio, uno di quelli che ti stringono il cuore e non ti lasciano respirare. Non era un buio improvviso, di quelli che calano con un temporale estivo e poi si diradano. Era un buio denso, persistente, come la nebbia fitta che avvolge le valli piemontesi in autunno, infiltrandosi in ogni fessura, in ogni angolo della mia vita. Ogni giorno era intriso della stessa angoscia, un peso invisibile che mi premeva sul petto. Guardavo mia figlia, la sua risata che un tempo riempiva la casa, un suono cristallino che risuonava tra le pareti, ora spenta. I suoi occhi, un tempo vivaci e pieni di curiosità, ora avevano uno sguardo che non riconoscevo, velato da una tristezza profonda e da qualcosa di ancora più inquietante.

L'odore dolciastro e amaro dell'alcol si era insinuato ovunque, non solo nelle stanze, tra i mobili e i tappeti, ma anche nella mia anima, corroggendo i ricordi felici, inquinando il presente e oscurando ogni prospettiva futura. Era un profumo che mi aggrappava alla gola, un monito costante della battaglia che stavo combattendo. Ogni volta che lo percepivo, era una pugnalata allo stomaco, un ricordo viscido e amaro che mi toglieva il fiato.

Avevo provato di tutto, con una determinazione che solo una madre può trovare. Le parole dolci, sussurrate con la voce rotta dalle lacrime, le suppliche disperate, implorando un barlume di speranza, le urla, quelle vere e proprie grida che mi strappavano la gola, nate dalla frustrazione e dalla paura più pura. Ma ogni promessa di cambiamento, ogni giuramento solenne fatto nei rari momenti di lucidità, si trasformava in cenere la mattina dopo. Il ritrovamento dell'ennesima bottiglia nascosta, magari dietro un libro o sotto il letto, era un rituale doloroso, un'ulteriore conferma della spirale discendente. O peggio ancora, lo sguardo vitreo di chi si era ormai arreso, perso in un abisso da cui sembrava impossibile risalire.

Le notti erano insonni, lunghissime, scandite dal ticchettio impietoso dell'orologio e dal mio cuore che batteva forte nel silenzio. Passavo ore ad ascoltare ogni rumore: il cigolio di una porta, il suono di un bicchiere, il fruscio di un passo. Ogni minimo suono era un presagio, ogni silenzio un terrore ancora più grande. Il telefono, un oggetto di uso quotidiano, era diventato uno strumento di tortura. Ogni squillo mi faceva sussultare, ogni messaggio una scarica di adrenalina fredda. Era il presagio di chissà quale brutta notizia: un incidente, una caduta, un'altra richiesta di aiuto arrivata troppo tardi. Vivevo in uno stato di allerta costante, con i nervi tesi, incapace di trovare pace.

Non c'era giorno che non mi chiedessi dove avessi sbagliato. Ogni mio gesto, ogni parola, ogni scelta passata veniva analizzata e torturata nella mia mente. Mi chiedevo cosa avrei potuto fare di diverso, se c'era stato un momento in cui avevo perso la presa, un segnale che non avevo colto. Mi sentivo impotente, come un pugile che combatte all'angolo, senza più forze, sola in una battaglia che sembrava persa in partenza. Il mondo intorno a me andava avanti, ma il mio si era fermato, intrappolato in quella bolla di disperazione.

Ma in fondo al mio cuore, una scintilla, minuscola ma tenace, resisteva. Era un barlume di speranza, un rifiuto ostinato di arrendersi. Non potevo permettere che mia figlia si perdesse in quel baratro, che la sua vita si dissolvesse in un vortice di autodistruzione. Non potevo e non volevo. Quel pensiero mi dava la forza di alzarmi ogni mattina, di affrontare un altro giorno, di continuare a lottare.


La Confessione e l'Ombra di un Amore Malato

Poi, una sera, mentre il sole tramontava tingendo il cielo di un viola malinconico, accadde. La trovai sul suo letto, rannicchiata in un angolo, il viso nascosto tra le ginocchia. Mi avvicinai piano, il cuore in gola. Accostai la mano alla sua fronte, accarezzandola delicatamente, sentendo il calore della sua pelle. E in quel tocco, qualcosa si ruppe. Come una diga che cede, un fiume di lacrime e singhiozzi la travolse. Francesca non era più in grado di trattenere quel dolore che la stava macerando da mesi, da anni, in un tunnel senza uscita. Parlava a stento, le parole soffocate dai singhiozzi, ma le sue frasi, frammentate e piene di angoscia, erano pugnalate al mio cuore. Mi raccontava di quanto si sentisse sola, persa, incapace di trovare una via d'uscita da quel buio opprimente. Mi rivelò le paure, le delusioni, le ferite invisibili che si portava dentro.

Sentivo che in fondo a quel tunnel in cui si era cacciata, c'era la mia mano, da prima irraggiungibile, persa in un orizzonte troppo lontano. Poi, mentre le lacrime la purificavano, come se lo spazio intorno a lei si dilatasse, quella mano, la mia mano, si fece sempre più raggiungibile. In un primo momento il contatto fu fugace e leggero, quasi timoroso, ma per lei fu un peso forte, un rifugio silenzioso, un luogo dove sapeva di non essere mai giudicata. Solo accettata, amata, protetta.

E poi la verità si dipanò, pezzo dopo pezzo, svelando un altro strato di sofferenza. Mi parlò di lui, del suo ragazzo, finito in detenzione. Non era solo la dipendenza dall'alcol a tenerla prigioniera, ma anche la tela di illusioni e manipolazioni che lui aveva tessuto intorno a lei. Mi raccontò delle telefonate dal carcere, delle lettere strappalacrime, delle continue richieste di denaro, mascherate da promesse di un futuro insieme, una volta uscito. Era una manipolazione raffinata, un ricatto emotivo e finanziario che la stava prosciugando. Lui le prometteva amore eterno, la implorava di non abbandonarlo, le dipingeva scenari idilliaci, mentre in realtà mirava solo ai suoi soldi e alla sua costante attenzione. Ogni volta che riusciva a estorcerle del denaro, non era una vittoria per lui, ma un'ulteriore caduta per lei, una conferma della sua incapacità di sfuggire a quella morsa affettiva e, purtroppo, anche economica. Vedevo chiaramente il meccanismo perverso: lei si sentiva in dovere di aiutarlo, di salvarlo, credendo nelle sue menzogne, mentre lui la usava senza scrupoli.


La Strategia della Resilienza e l'Evento Inatteso

Mentre ascoltavo, dentro di me scattò un meccanismo primordiale. Non potevo permettere che cadesse in depressione, che quella vulnerabilità appena emersa la inghiottisse del tutto. Il mio ruolo era chiaro: dovevo essere il suo argine, il suo faro. Non avrei minimizzato il dolore, ma avrei focalizzato ogni energia sulla costruzione di una nuova resilienza. Ho iniziato a parlarle non più di rinuncia all'alcol come un sacrificio, ma come una conquista di libertà. Le ho offerto il mio tempo, incondizionatamente. Passeggiate nel parco, cucinare insieme i suoi piatti preferiti, serate a guardare vecchi film. Non discorsi altisonanti, ma la semplice, costante presenza. Ho cercato specialisti, terapisti, gruppi di supporto, tutto quello che potesse offrirle strumenti concreti per affrontare il suo dolore e quella relazione tossica. L'ho incoraggiata a riprendere piccoli hobby, a uscire con amiche fidate, a ricostruire una rete sociale al di fuori di quell'ombra. La mia strategia era quella di riempirle la vita di alternative positive, di piccole gioie quotidiane che potessero gradualmente scalfire il buio e ridarle il senso di autostima che la manipolazione le aveva sottratto.

Poi, la notte di Capodanno, successe qualcosa di inaspettato, un evento che, paradossalmente, si rivelò un catalizzatore. Eravamo in una discoteca, un tentativo di passare una serata "normale", un po' di distrazione. A un certo punto, qualcuno, a mia insaputa, mise qualcosa nel mio drink. Le luci stroboscopiche, la musica assordante, tutto si confuse in un vortice. Ricordo solo di aver iniziato a "dare di matto", come si dice. La realtà intorno a me si deformava, le mie reazioni erano incontrollate, la paura mi stringeva la gola. Francesca mi vide. Mi vide perdere il controllo, in preda a qualcosa che non comprendeva, ma che le mostrava la fragilità di chi non era in grado di gestire la propria mente e il proprio corpo.

In quel momento, nel vedere la sua stessa madre in quello stato di alterazione e perdita di controllo, qualcosa scattò in lei. Fu come se il mio incidente le mostrasse il riflesso distorto della sua stessa condizione, ma con una prospettiva esterna, spaventosa e reale. Il terrore che provò nel vedermi così fu un elettroshock. Era come se il mio disagio le avesse sbattuto in faccia la cruda verità del suo.


Il Percorso e la Rinascita

Da quel giorno, la ripresa di Francesca fu più decisa, più consapevole. Era come se avesse toccato il suo vero fondo emotivo attraverso la mia esperienza. Ha iniziato a frequentare regolarmente gli Alcolisti Anonimi. All'inizio andava con riluttanza, silenziosa, seduta in fondo alla sala. Ma poi, settimana dopo settimana, ha iniziato ad ascoltare. Le testimonianze degli altri, quelle storie di vite spezzate e ricostruite, di tunnel attraversati e di luci ritrovate, hanno iniziato a risuonare in lei. Ha capito di non essere sola, che c'era una comunità che comprendeva il suo dolore, che non la giudicava, ma la accoglieva a braccia aperte. Ogni storia di rinascita era un piccolo mattone nella ricostruzione della sua fiducia, della sua speranza.

Pian piano, ha imparato a riconoscere i suoi demoni, a dare un nome alle sue fragilità. Ha imparato a perdonare se stessa e a liberarsi dall'ombra di quella relazione tossica che l'aveva intrappolata. Il percorso era ancora lungo, fatto di giorni buoni e giorni difficili, ma non era più sola e, soprattutto, non era più perduta.

Un giorno, dopo mesi di presenza assidua, di ascolto e di crescita silenziosa, è arrivato il suo momento. Ero lì, seduta in fondo alla sala, come tante altre madri, padri, amici. Francesca si è alzata, ha fatto qualche passo verso il centro della cerchia. Il suo viso era pallido, le mani leggermente tremanti, ma nei suoi occhi c'era una luce nuova, una determinazione che non vedevo da anni. Ha preso un respiro profondo, ha guardato le facce intorno a lei, volti che ormai le erano familiari, che le avevano offerto silenziosamente supporto e comprensione. E con voce chiara, forte, che risuonava nella stanza e nel mio cuore, ha pronunciato le parole che tanto desideravo sentire:

"Mi chiamo Francesca," ha detto, con un sorriso piccolo ma radioso che le illuminava il viso, "e sono un ex alcolista."

In quel momento, ho capito che il buio era finalmente alle spalle.


Autrice Emanuela  

lascia un commento, una tua impressione, o se stai attraversando un periodo "no". Non temere di lasciare la tua impronta, esprimi liberamente cosa hai provato leggendo il racconto.

Copyright © 2025 Emanuela. Ogni diritto sui contenuti è riservato ai sensi della legge.

Commenti

Post popolari in questo blog

Diario Post Mortem :capitolo 3 -Il Pagliaccio, Mozzo e la mano imbecille