Il Diario di Matteo: Voci dall'Ombra della Peste Veneziana del 1630- La Peste Nera vista con gli occhi innocenti di un bambino, uno dei tanti, che perse la vita nei Lazzaretti
Il Diario di Matteo: Il Diario di Matteo: Voci dall'Ombra della Peste Veneziana del 1630
Immergiti nella Venezia del 1630, un'epoca in cui l'ombra devastante della peste avvolgeva la città, lasciando dietro di sé una scia di dolore e disperazione. Questo post ti porterà tra le pagine del commovente diario di Matteo, un bambino di soli otto anni costretto a vivere la sua breve esistenza tra le mura del Lazzaretto. Attraverso i suoi occhi innocenti e le parole ritrovate anni dopo da un monaco, rivivremo la paura, la solitudine e la speranza in uno dei periodi più bui della storia veneziana.
La peste del 1630-1631 fu una delle epidemie più letali per Venezia e per l'intera penisola italiana. I lazzaretti, strutture di isolamento, divennero gli ultimi rifugi per migliaia di persone, spesso orfani e soli come Matteo. Questi luoghi, carichi di sofferenza, hanno visto innumerevoli storie come la sua, spesso rimaste silenziose. Oggi, con questo diario immaginario, vogliamo dare voce a una di quelle anime, offrendo uno sguardo crudo e intimo su quella tragica realtà.
Il Diario di Matteo
Diario – Primo giorno
Oggi sono arrivato al Lazzaretto. Mi hanno messo su una barca grigia, diversa dalle gondole che vedevo in città; questa era silenziosa, e un fumo strano mi bruciava gli occhi. Non sentivo più le mani, congelate dal terrore. Ho perso papà prima, poi mamma, uno dopo l'altro. Ieri è toccato ad Anna, la mia sorellina, e il vuoto che ha lasciato è un dolore che mi stringe il petto. Qui al Lazzaretto ci sono tanti bambini come me, con gli occhi spenti. Alcuni piangono senza sosta, altri sono muti come statue. Io tremo, ma non so se è per il freddo o per la paura che mi attanaglia. In questo vecchio lazzaretto, ci dicono, eravamo ammucchiati come merce, e l'idea che i cadaveri potessero restare giorni prima di essere portati via mi faceva venire i brividi.
Giorno 2
Mi hanno rasato la testa con una lama che graffiava come artigli. Sentivo il disagio pungente sulla pelle e un fastidio appiccicoso sul collo, un misto di sudore e paura. Giacomo, un ragazzo di tredici anni con gli occhi grandi e tristi, mi ha dato un pezzo di stoffa per pulirmi. Dice che i pidocchi portano la peste e che i capelli, lunghi e folti, la trattengono. Io pensavo che i miei capelli mi proteggessero, come un piccolo nido sulla testa.
Giorno 3
Ho visto il medico. Non sembrava un uomo, ma un mostro uscito da un incubo: maschera con il becco lungo, occhiali scuri che nascondevano gli occhi e un bastone lunghissimo. Giacomo dice che con quel bastone decidono chi vive e chi no, senza mai toccare nessuno, solo indicando. Sembrava che l'aria stessa avesse paura di lui. L'odore qui è sempre più forte, un misto di umidità e qualcosa di acre, quasi mi si appiccica addosso.
Giorno 4
Un servo mi ha spinto con violenza mentre cercavo l’acqua. Mi ha gridato che "puzzo di morte" e che siamo già condannati. Le sue parole erano affilate come lame. I monaci, invece, ci parlano piano, con voci che sembrano carezze. Uno di loro mi ha fatto il segno della croce sulla fronte. Quel gesto semplice, quasi dimenticato, mi ha riscaldato il cuore in questo luogo così freddo.
Giorno 5
Qui si contano i giorni, le ore non esistono. Il sole entra da una piccola fessura nel muro e io lo seguo con il dito, tracciando linee immaginarie sul pavimento. Oggi era il giorno di Anna. Abbiamo detto il suo nome sottovoce, come una preghiera. Ho pianto, ma piano, per non farmi sentire. I servi non vogliono lacrime qui, dicono che portano solo più sventura. Spero di poter fare i quaranta giorni di quarantena nel nuovo Lazzaretto, lì dicono che se si resiste, si può uscire.
Giorno 6
Hanno portato via un corpo su una barca scura, scivolando sull'acqua in un silenzio tombale. L'aria era ancora più pesante, per via dell'odore pungente di aceto con cui lavavano i cadaveri. I monaci cantavano piano, una melodia triste che si confondeva con il lamento dei gabbiani. Giacomo ha detto che è "il mare dei morti". Io pensavo che il mare fosse solo per i pesci e per i giochi dei bambini, non per questo.
Giorno 7
Mi sono svegliato con la testa pesante, come se fosse piena di pietre. La febbre è salita, e sento il sangue battere forte nelle orecchie. Giacomo ha messo la mano sulla mia fronte, scottante. "Forse è il tuo turno", mi ha detto, con voce flebile. Io gli ho risposto che voglio restare, che non voglio andare via. Lui ha solo scosso la testa e ha sussurrato che non lo decidiamo noi.
Settimana 3
Il mio corpo è stanco, ogni respiro è una fatica. Il medico col becco mi ha guardato, i suoi occhi dietro gli occhiali scuri sembravano giudicarmi. Ha scritto su un foglio: "sospetto". I monaci mi hanno portato in una stanza con altri bambini, tutti in silenzio, immobili. La luce era gialla e fioca. Non sento più fame né sete, solo un silenzio assordante che riempie ogni angolo della stanza.
Settimana 5
Non vedo più Giacomo. Forse è stato spostato in un'altra stanza, forse è nel "mare dei morti" che mi spaventa tanto. I sogni mi portano da Anna, la mia sorellina. Lei ride, i suoi occhi brillano. Lì, nei miei sogni, non ci sono beccacci o bastoni che indicano la fine. Lì ci sono solo abbracci caldi, come quelli che mi davano mamma e papà.
Settimana 6 – L’ultimo giorno
Questa mattina, alle cinque, Matteo ha chiuso gli occhi per l'ultima volta. Fra Lorenzo era accanto a lui, il viso segnato dalla fatica e dalla tristezza. Gli ha tenuto la mano fino alla fine, sussurrando preghiere che sembravano cullarlo come una ninna nanna.
Fuori, gabbiani e corvi si inseguivano sopra i tetti del Lazzaretto, cacciando i topi che infestavano ogni angolo. Il cielo era grigio, un velo di tristezza su Venezia. L’aria, stranamente, odorava di rosmarino, forse per coprire gli odori della morte.
Fra Lorenzo ha avvolto il diario in un panno di lino, un tessuto semplice ma prezioso, e lo ha nascosto sotto un piccolo altarino di fortuna, tra una candela consumata che tremolava e un rosario di legno intagliato.
“Che la sua voce non venga dimenticata,” ha sussurrato, la sua voce rotta dall'emozione.
Un Anno Dopo... La Voce Ritrovata
Nell’autunno del 1631, mentre Venezia iniziava lentamente a respirare dopo l'incubo della peste, un giovane frate dagli occhi curiosi e gentili ha trovato quel diario. Era coperto di polvere, quasi dimenticato, ma intatto. Lo ha letto con attenzione, ogni singola parola, sentendo il peso della storia tra le sue mani. E ha pianto.
Il diario di Matteo è stato conservato negli archivi del convento come una preziosa testimonianza: una delle voci più pure e innocenti nella tragedia, un ricordo che la storia non può e non deve dimenticare.
La Peste Nera a Venezia: Cifre e Impatto di una Tragedia
La storia di Matteo non è un caso isolato, ma una delle migliaia di vite spezzate da una delle epidemie più devastanti della storia. Ecco alcuni dati storici che testimoniano la gravità della peste che colpì Venezia e i suoi territori tra il 1630 e il 1631:
Inizio dell'epidemia: 8 giugno 1630.
Durata: 16 lunghi mesi di terrore e isolamento.
Morti a Venezia città: Circa 46.490 persone, quasi un terzo della popolazione.
Morti nei territori lagunari: Circa 47.746 persone.
Popolazione veneziana pre-peste: Da 142.804 abitanti, scesa drasticamente a soli 98.244 dopo l'epidemia.
Il giorno più nero: Il 9 novembre 1630 si registrarono 595 morti in un solo giorno, un numero agghiacciante che mostra l'apice della crisi.
I bambini: Migliaia di bambini come Matteo morirono nei lazzaretti, spesso orfani e completamente soli, un destino straziante che segnò un'intera generazione.
L'evoluzione dei Lazzaretti: Inizialmente, il Lazzaretto Vecchio serviva come luogo di isolamento dove gli infetti erano spesso ammassati e i cadaveri venivano rimossi con grande ritardo. Con il tempo, l'esperienza portò alla creazione del Lazzaretto Nuovo, dove si implementò un rigoroso sistema di quarantena di 40 giorni. Se una persona superava questo periodo senza manifestare sintomi, poteva essere rilasciata, tornando finalmente alla libertà da quel "ghetto di morte".
Un Voto di Speranza: La Basilica del Redentore e la Festa del Redentore: In un atto di profonda devozione e disperazione, il Senato veneziano fece un solenne voto a Dio: se la peste fosse cessata, avrebbero costruito una chiesa in onore del Redentore. La malattia si placò, e così, nel 1577, fu posta la prima pietra della Basilica del Santissimo Redentore sull'isola della Giudecca, progettata dal celebre architetto Andrea Palladio. Ancora oggi, ogni terza domenica di luglio, Venezia celebra la Festa del Redentore, una delle sue tradizioni più sentite. Un ponte votivo temporaneo viene allestito sul Canale della Giudecca, permettendo ai fedeli di raggiungere la Basilica in processione, ricordando il voto e la fine di quella terribile epidemia. È un momento di festa, ma anche un commosso omaggio a tutte le vittime della peste.
Autrice: Emanuela - Immagine: AI
Autrice: Emanuela - Immagine: AI

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