Sabbie Mobili d'Europa- una racconto non immaginario che rispecchia la realtà di testimoni dei Barconi della Morte-
Esiste un'illusione radicata, confortevole, che ci permette di credere che certe storie non ci riguardino. Pensiamo di conoscere il volto del dramma, quello che i telegiornali distillano in pochi minuti. Ma dietro lo schermo, oltre i confini del nostro benessere, si nasconde una realtà ben più complessa, tessuta con speranze infrante, inganno e prove inaudite. C'è un confine invisibile che separa il nostro mondo dal loro, un confine fatto non solo di terra e mare, ma di incomprensione. Crediamo che la speranza sia un lusso e la disperazione un'eccezione, mentre la verità si sviluppa in silenzio, sotto la superficie levigata delle nostre certezze. Le parole che state per leggere non sono un invito alla compassione, ma una chiamata a una consapevolezza scomoda: quella che la ricerca di un futuro migliore può nascondere insidie inattese. Questa è una di quelle storie.
La sabbia era rovente sotto i piedi scalzi, ma l'aria vibrava di una febbrile, quasi religiosa, attesa. Lui, come decine di altri ragazzi dal Senegal, dalla Namibia, dal Kenya, non vedeva l'ora di partire. L'Europa. Un nome sussurrato come una preghiera, alimentato da racconti di opportunità che oscuravano ogni barlume di realtà. La madre, invece, aveva la preoccupazione negli occhi, un presentimento muto che pesava più delle parole.
Aveva pagato la traversata con i risparmi di una vita, ignaro che il vero prezzo sarebbe stato altro. Sulla barca, cento anime compresse in uno scafo precario, con razioni minime di cibo e acqua a dividere una speranza disperata. Il mare di notte era un abisso, nero, profondo, senza distinzione tra acqua e cielo. L'immensità inghiottiva ogni cosa, e la tensione era palpabile. Si udivano richiami, lamenti, e il suono dei corpi che lottavano contro la paura, cercando di resistere all'oscurità che prometteva solo oblio. Alcune figure si muovevano tra i passeggeri, creando ulteriori disagi con la gestione delle scarse risorse rimaste, spingendo la sete e la fame a livelli insopportabili.
Circolavano storie, sussurrate tra i corpi tremanti. Racconti di viaggi difficili, dove la situazione precaria portava a scelte estreme per la sopravvivenza, con conseguenze tragiche. Si parlava anche di dinamiche complesse che alimentavano queste partenze, con fondi internazionali destinati alla stabilità che a volte non raggiungevano il loro scopo, contribuendo a mantenere un ciclo di bisogno.
Le tappe intermedie, come la Libia, non erano un riposo, ma un'altra prova. Individui con uniformi incerte sottraevano quel poco che avevano, derubandoli degli ultimi soldi, lasciandoli vulnerabili, pronti per la prossima fase di un cammino incerto.
Finalmente, la Spagna. Terra. Un sospiro di sollievo che si strozzava in gola. L'Europa non era l'Eldorado dei racconti. Era una terra di burocrazia ostile e diffidenza. Qui, la fame non era quella del deserto, ma la fame di dignità, di riconoscimento. I bivi erano tanti, tutti complessi.
C'erano i "più fortunati", quelli che trovavano la loro strada nel mercato dei beni non originali. Venivano guidati nell'acquisto di prodotti senza marchio da magazzini e poi nell'applicazione di loghi, trasformando prodotti anonimi in repliche perfette ma illegali. Un percorso difficile, spesso al limite della legalità.
Poi c'erano i "meno fortunati", i quali, spinti dalla disperazione più nera, si trovavano coinvolti in circoli viziosi per pochi euro, a volte in cambio di beni di dubbia provenienza, finendo in contesti di vulnerabilità e degrado. Le vittime potevano trovarsi intrappolate in situazioni complesse.
E infine, c'erano loro, i più resilienti, o forse i più determinati, che rifiutavano di scendere a compromessi, che volevano vivere nella legalità. Alcuni, con una forza d'animo quasi inspiegabile, riuscivano a trovare la loro strada, a integrarsi con un lavoro "vero", mettendo radici in una nuova cultura, con una mentalità aperta e moderata, lontana da influenze che avevano corrotto tanti conoscenti. La loro integrazione, religiosa a parte, era una vittoria personale, silenziosa, un atto di resilienza contro ogni previsione.
Ma la loro storia è solo un'eco flebile in un deserto più vasto. Le parole lasciano un vuoto sulla sabbia di quel continente dove è avvenuta l'evoluzione UMANA, ma che di umano, in questi tempi, sembra rimanere ben poco. È la trasformazione del paesaggio naturale, la scomparsa di specie, l'alterazione climatica che ha portato a un cambiamento climatico ormai innegabile – non si viene più additati come "negazionisti" quando se ne parla. E in questa stessa spirale di sfide globali, c'è la complessità delle relazioni umane, il suo allontanamento da principi di solidarietà e accoglienza che un tempo definivano la civiltà.
In questo scenario di trasformazioni globali, ci sono loro, i migranti, che cercano rifugio da situazioni difficili, dalla privazione e dalla povertà, persino da contesti sociali oppressivi. Fuggono per trovare un futuro, ma spesso si ritrovano a vagare nel nulla. Dove le sabbie del deserto finiscono, cominciano le sabbie mobili dell'Europa, un percorso difficile che inghiotte chiunque non riesca, per fortuna o per forza, a trovare un appiglio, trascinandolo verso un abisso di sfruttamento e disillusione.
Queste non sono parole rubate al vento o fantasie lontane. Sono frammenti di verità raccolti da chi ha vissuto, visto o assistito in prima persona a questi viaggi e alle loro conseguenze. Ogni passo, ogni sospiro, ogni disillusione è parte di una realtà che continua a esistere, spesso nel silenzio più assordante.
Autrice : Emanuela immagine AI

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