Diario di una zombi smemorata: capitolo 3 -Mozzo, il pagliaccio e la mano stordita-
CAPITOLO 3
(ovvero: quando anche l’apocalisse ha detto “ma che cazzo sto guardando?)
La parrucca del giudizio universale
Mozzo è tornato. Non con ossa, non con dita, ma con una parrucca arcobaleno grondante zucchero filato, clownicidio e ricordi repressi.
L’ha deposta ai miei piedi come se fosse l’Ultima Reliquia del Sacro Ordine dei Pagliacci Dannati. Poi ha cominciato a ruotare su se stesso come un frullatore cosmico in preda a un’epifania. Tre giri. Quattro. Cinque. E poi: crollo mistico.
Mi ha guardata come se si aspettasse una standing ovation. Io invece mi sono limitata a domandarmi se la parrucca avesse un’anima. O la rabbia.
Mozzo, il cane-clown dimenticato da Dio
E d’un tratto, l’illuminazione:
Mozzo è figlio del circo.
Non un circo normale, però. No. Un circo posseduto. Un inferno ambulante con palloncini all’elio e dolcetti alla disperazione. Mozzo ha succhiato pop-corn dalla mammella della follia e ha dormito su materassi imbottiti di risate forzate e sabbia di gatti.
Non è un cane. È l’ultimo clown che cammina su quattro zampe, abbandonato dal proprio padrone come un calzino parlante a fine spettacolo.
L’atto mistico del manichino e il battesimo della penna
Mozzo, nel frattempo, si stava leccando le ascelle come se lì ci fosse la risposta alla teoria del tutto. Io, presa da un impulso narrativo cosmico, volevo scrivere.
Peccato che la mia mano destra fosse ormai compost per lombrichi post-atomici.
Ed ecco lei.
La Dea-Manichino. Curve assurde. Fondoschiena scolpito da un dio distratto.
Le ho staccato la mano con amore furioso, urlando "PERDONAMI!", come se fossi il protagonista di un musical post-apocalittico scritto da David Lynch e diretto da un criceto sotto acido.
Adesso ho una nuova mano: plastica dura, unghie fucsia, anima assente. Tiene la penna come un ragno stitico che cerca di scrivere in sanscrito. Scrivo con la grazia di un piccione posseduto che tenta di evocare i morti attraverso la calligrafia.
Spero che migliori. Ma più probabile è che io impari a scrivere con le scapole mentre Mozzo mi osserva come se fossi una nuova posizione tantrica da yoga nucleare.
La mano che bestemmia e il cane che ricorda
Kira arriva. Mozzo ringhia, ma è un ringhio che racconta traumi, palloncini scoppiati e compleanni finiti in tragedia.
Lui si raggomitola dietro di me, tremante, mentre la mano fucsia – quella plastica, fredda, vendicativa – mi fa il dito medio.
Sì.
Il.
Dito.
Medio.
Un oggetto inanimato mi ha appena giudicato.
Kira inciampa su se stessa e cade tra le mie gambe come una cerniera rotta. “Scusa,” dice. Come un frigorifero che chiede scusa per essere freddo.
Poi:
"AAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHH! LA MAIONESE È VIVA!"
Un urlo. Un annuncio. Una rivelazione mistica.
Arriva il pagliaccio (in mutande)
Eccolo: l’uomo, la leggenda, l’incubo.
In mutande da supereroe. Infradito fluo. Cappello da cowboy. Uno zaino da cui spunta un violoncello e forse Satana.
Corre. Corre come se avesse il fuoco nelle chiappe.
Sulla spalla: una toppa da clown.
Sotto la pelle: solo pazzia e fondotinta scaduto.
Mozzo lo vede. Trema. È LUI. Il padrone. Il carnefice. Il fabbricatore di incubi colorati.
Il Clown.
Il Male che fa BOING.
La pistola che minaccia allegria
"FAST?!", urla il pagliaccio, "Che ci fai con una zombi? E con... quella roba là?!" – indica Kira come se fosse un tostapane parlante.
Tira fuori una pistola. Spara-coriandoli.
Una mazza gialla di plastica.
Occhi sgranati.
"NON VI AVVICINATE O VI TRASFORMO IN ARCOBALENO!"
Kira non risponde. Avanza. Silenziosa. Come un frigorifero assassino.
PAF.
Un getto.
Coriandoli.
Stendardo.
“BUON COMPLEANNO.”
Tutti immobili.
Mozzo inclina la testa.
Kira alza un sopracciglio.
Io?
La mia mano manichino applaude. Con sarcasmo cosmico.
Il pagliaccio sussurra:
"Non doveva andare così."
E io rispondo, con la voce di una che ha visto Dio e gli ha tirato uno schiaffo:
"Bentornato, padrone."
Caffè Chernobyl e il brunch dell’orrore
Il clown urla e si fionda in un bar distrutto. L’insegna pende come una promessa infranta:
"Caffè Chernobyl – Oggi offriamo la tazzina e la mutazione."
“SERVITEMIIIIIIIIIIIIII!”
urla. Ma il bar adesso è gestito da zombi con sei braccia, allergici al trucco e affamati di allegria morta.
Dentro, un barista mummificato finge di fare caffè con l’aria di chi sa che la moka è un rituale sacro. Tre clienti zombi lo guardano:
– Uno con la faccia che cola,
– Uno col badge “Luigi – contabile”,
– Una zombi pin-up anni ’50.
La pin-up si alza. Annusa il pagliaccio.
“Tu... hai odore... di zucchero filato.”
Lui solleva la mazza.
"È magica! L’ho vinta a un Luna Park nel 2008!"
BOING.
Lei lo fissa.
“O di... maionese.”
La BOING-Apocalisse
Lui attacca.
BOING! BOING! BOING!
Ride come una sirena rotta.
Ma la zombi gli afferra il polso. Gli ruba la mazza. E lo pesta.
BOING! BOING! BOOOOOIIIIINGGGG!
Il pagliaccio urla.
"SONO ALLEGRO, NON IMMORTALEEEEE!"
I due zombi al bancone si alzano.
Mozzo si siede. Popcorn immaginari.
Kira? Statua.
Il clown implora:
"GIURO! PASSO AL BIOLOGICO! SMETTO CON LE RISATE FINTE!"
La zombi lo guarda. Un ultimo sguardo.
"Troppa allegria. Troppa vita."
Silenzio.
Un singolo, piccolo boing.
Mozzo sbadiglia.
Kira applaude.
La mano plastica fa slow clap.
Io?
"Sai che c’è? Meglio da sola. Più caffè per me."
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