La Città di Ghiaccio - quando il surriscaldamento globale diventa apocalittico
Il caldo era una coperta pesante e il rumore del cantiere un incessante martellamento. Per Davide, geologo e geofisico, era la colonna sonora della sua vita. Per due anni aveva studiato quel terreno, il cuore pulsante e roccioso sotto la città, assicurandosi che fosse abbastanza stabile da sopportare il peso del "Progetto Zenith", il grattacielo che avrebbe toccato le nuvole. Aveva esaminato tutto, tranne un'anomalia profonda che aveva liquidato come un errore strumentale: un nucleo di ghiaccio con un'energia termica negativa spaventosa.
Ora, la crepa. Non una semplice fessura, ma una ferita profonda da cui non scaturì polvere, ma una nebbia bianca e densa che non si disperdeva. Un freddo innaturale che fece gelare l'acqua delle tubature in un istante. E poi, un piccolo fiore di brina, perfetto e cristallino, sbocciò su una pala meccanica rovente. L'anomalia non era un errore. Era un segnale. Il permafrost era stato risvegliato, e con esso, qualcosa di molto più antico e terribile.
La nebbia non era solo vapore; era una cosa viva che si sollevò con un sibilo. Si diffuse prima tra le fondamenta del cantiere, trasformando le macchine in grottesche sculture di brina, poi si alzò, avanzando per la città come una marea silenziosa e inesorabile. Dove passava, la vita cessava di esistere.
La Fuga di Massa
Il mondo si era fermato, ma Davide non poteva. L'istinto e la disperazione lo spinsero a prendere il suo vecchio skateboard, e si lanciò in un'assurda fuga, sfrecciando via tra i primi innocenti che venivano trasformati in statue di ghiaccio. Fu proprio in una strada laterale che vide un gruppo di persone. Si erano barricati, lo sguardo perso e senza speranza.
"Ascoltatemi! Non potete stare lì!" urlò Davide. "Seguite il fiume ghiacciato, vi porterà alla diga! È la nostra unica chance!"
Non ci fu bisogno di altre parole. L'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Chi aveva una bici la inforcò, chi un monopattino si mise in moto. Davide, aggrappandosi con una mano a un uomo con due bambini, si lanciò nella corsa. Era diventata una carovana di disperati.
Ma il fato aveva già scelto i suoi. Un anziano, che si trascinava su un carrello da supermercato, sbandò e in un istante, il suo corpo si trasformò in una statua di ghiaccio. Poi toccò al ragazzo sulla bici. Il suo volto, incorniciato dalla brina che gli si formava sulla pelle, divenne un ritratto di terrore prima che il ghiaccio lo avvolgesse completamente. I sopravvissuti non potevano fermarsi, non potevano voltarsi.
L'Inganno della Diga
Finalmente, la diga si stagliò contro il cielo, una fortezza inespugnabile, un rifugio sicuro contro il mostro che li inseguiva.
"Siamo quasi arrivati!" urlò Davide, sentendo il sollievo invadergli il petto.
Uno per uno, i sopravvissuti raggiunsero l'ingresso di servizio. I loro volti erano segnati dalla fatica e dalla paura, ma nei loro occhi c'era la speranza. Avevano trovato scampo. Erano salvi. Ma la loro speranza fu subito infranta. Entrati, sentirono il gelo penetrare nelle ossa. Le pareti erano ricoperte di brina e le luci tremolavano. Davide vide il suo collega Marco e gli operai barricati, i loro volti non erano rassicurati, ma sconvolti.
Davide comprese tutto. L'entità del ghiaccio non stava solo congelando la superficie. Stava assorbendo il calore della falda geotermica sotto la diga. La fortezza che credeva di aver trovato, il rifugio che aveva promesso, non era altro che un'altra fonte di energia per il mostro. Non erano salvi, erano solo entrati nel suo banchetto.
Il Primo Tentativo
Il ruggito che arrivò dalle paratie della diga non era vento, ma la forza primordiale che si schiantava contro la costruzione. L'elementale era un mostro di puro ghiaccio alto quanto un palazzo, con artigli fatti di stalattiti affilate e un corpo che assorbiva ogni luce. Stava risalendo la diga, e dove le sue mani toccavano il cemento, si formavano enormi crepe. Il freddo era così intenso che l'aria divenne visibile, una nebbia densa e tagliente che entrava dalle fessure e cominciava a cristallizzare i circuiti.
Davide e Marco si guardarono. La paura era lì, ma la loro mente scientifica aveva già trovato una via d'uscita. "Dobbiamo creare un'esplosione termica!" urlò Davide, il suo respiro che si condensava in una nuvoletta bianca. "La falda non può essere solo prosciugata, deve essere sovraccaricata! Inondiamo le valvole di sicurezza, apriamo tutti i condotti e liberiamo la pressione!"
"È una follia! La diga esploderà!" urlò un operaio.
"No, non l'intera diga," ribatté Marco, la voce tesa ma ferma. "C'è un condotto di sfogo che porta direttamente al fiume! Se lo raggiungiamo e liberiamo la pressione, la nostra falda diventerà un getto d'acqua e vapore incandescente, dritto in faccia a quella cosa!"
Non c'era tempo da perdere. Si precipitarono giù per i corridoi gelidi, il rumore dei cristalli che si formavano sui muri che li seguiva come un avvertimento. I cavi elettrici cominciavano a scintillare e scoppiettare. Raggiunsero la sala di controllo delle valvole. Marco si affrettò a collegare un cavo d'emergenza, ignorando le scintille che gli bruciavano le mani. "Ci sono! Vado ad aprire la valvola principale! Davide, tu devi andare all'uscita di sicurezza e spingere il pulsante manuale!"
Era una corsa contro il tempo. Davide corse lungo un corridoio che si stava trasformando in un tunnel di ghiaccio. Raggiunse il pulsante rosso di emergenza, e quando lo spaccò con il pugno, si udì un boato sordo e profondo, che non veniva dalla diga, ma dalle viscere della terra. Un'ondata di vapore e calore incandescente riempì il corridoio, scacciando la nebbia gelida. L'elementale del ghiaccio si fermò. Dalle sue spalle e dal suo petto si udirono delle profonde incrinature. Era come se il suo cuore, il suo nucleo freddo, stesse per esplodere.
La Corsa per l'Inferno
Il vapore incandescente si sprigionò con la forza di un drago. Non colpì l'elementale in pieno, ma gli sfiorò i fianchi, facendolo vacillare e crepandosi. L'onda d'urto della falda aveva funzionato, ma non era sufficiente a sconfiggere il mostro, che ora era ancora più infuriato.
"Non basta il calore della falda," ansimò Marco, afferrando Davide per le spalle. "Ma so cosa può bastare. La centrale elettrica."
Il piano era folle. Con delle lastre di acciaio e bombolette di gas, Davide e Marco crearono delle slitte improvvisate per attraversare il fiume ghiacciato e raggiungere la centrale. Ci arrivarono per un soffio, con la nebbia gelida che avvolgeva i loro talloni. All'interno, Davide scese nel cuore dell'impianto mentre Marco si occupava del pannello di controllo. Mentre l'elementale assorbiva il calore della centrale, Davide aprì manualmente la valvola di sicurezza principale.
L'onda d'urto ha generato l'effetto che volevano ma ha distrutto tutto quello che c'era sotto, sopra e intorno a lei. Nessun sopravvissuto.
Anni dopo, il cratere era diventato un lago. La città era in ricostruzione, ma il punto dove un tempo si trovava la diga era ora un luogo di profonda riflessione. I geologi e gli ingegneri che supervisionavano il nuovo progetto lavoravano con una cautela quasi religiosa. Non si cercavano solo giacimenti o solidità, ma anche "anomalie". E in mezzo al cantiere, al posto del grattacielo che un tempo doveva toccare le nuvole, si trovava una targa commemorativa, con incisi i nomi di Davide e Marco.
La targa non parlava solo di una catastrofe evitata, ma di una lezione appresa. La storia del geologo e dell'ingegnere che sfidarono una forza primordiale aveva insegnato che il vero progresso non sta nel dominare la natura, ma nel rispettarla. E che a volte, ciò che è sepolto dovrebbe rimanere tale.
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