La riabilitazione bianca -Quando la tua mente trasforma in loop il tuo orrore e ti costringe a uscirne

La riabilitazione bianca

Quando la mente trasforma in loop il tuo orrore e ti costringe a uscirne

Il racconto

Aprì gli occhi. Bianco. Solo bianco.

Non c’erano finestre, né porte, né un’ombra che desse profondità. La luce uniforme era insopportabile, eppure non proveniva da nessun punto preciso: sembrava che l’aria stessa brillasse.

Si alzò a fatica, in attesa che almeno i suoi passi producessero rumore. Nulla. Il silenzio era assoluto, soffocante. Perfino il battito del suo cuore gli sembrava più debole, lontano.

Provò a gridare: «Ehi! C’è nessuno?» La voce gli morì in gola, assorbita dallo spazio senza lasciar traccia.

Le ore—se erano davvero ore—si srotolarono senza cambiamenti. Non c’era alba, non c’era tramonto. Solo quella luce, eterna e crudele.

Poi, senza preavviso, la fessura. Una linea sottilissima si aprì su una parete liscia, e un vassoio scivolò dentro. Pane, una ciotola di riso, un bicchiere d’acqua. Nessun odore, nessun calore. Quando cercò di afferrare il vassoio, la fessura si richiuse con un clic secco.

Il cibo era reale. Lo sentiva tra i denti, lo ingoiava. Ma la nausea gli stringeva lo stomaco. «Perché mi trovo qui?» chiese, fissando la parete immobile. «Cosa volete da me?»

Non ricevette risposta. Solo silenzio.

Allora si mise a colpire il muro con le nocche, con i pugni, infine con tutta la forza delle spalle. Per un attimo sentì cedere la superficie: si aprì una fenditura, un varco scuro, la promessa di un’uscita. Il cuore gli balzò in gola. Infilò le dita, urlando, cercando di allargare il passaggio.

Ma il muro reagì come una membrana elastica: si richiuse con lentezza, serrandosi attorno alle sue mani, quasi inghiottendole. Il bianco tornò compatto, perfetto, come se nulla fosse accaduto.

Cadde in ginocchio, ansimante. Non c’era uscita. Non c’era via di fuga.

Dopo il primo tentativo fallito, rimase ore seduto contro il muro. La pelle delle dita bruciava ancora: il bianco sembrava avergli restituito l’impatto come una scottatura invisibile.

Non sapeva quanto tempo fosse passato quando decise di riprovare. Stavolta non con la forza, ma con l’astuzia. Si avvicinò a un angolo e iniziò a raschiare con l’unghia, lentamente, cercando di lasciare almeno un graffio. Un segno, un’imperfezione. Qualcosa che provasse la sua esistenza in quello spazio irreale.

Il muro cedette appena, ma non si aprì: il graffio rimase per un battito di ciglia, poi svanì, richiudendosi come pelle che si rimargina.

Lui arretrò di scatto, col cuore che gli martellava nel petto. «Non può essere vero» sussurrò.

Si gettò allora di lato, sbattendo la spalla contro la parete. Per un istante gli parve di percepire una consistenza diversa: non cemento, non metallo, ma qualcosa di molle, quasi gelatinoso. Quando si rialzò, la parete si mosse impercettibilmente, come un respiro.

Restò a fissarla per lunghi minuti, convinto di averlo solo immaginato. Ma poi accadde di nuovo. Un rigonfiamento lento, appena percettibile. Come se la stanza lo stesse osservando.

«Voi… mi sentite?» domandò a voce bassa, con il tono spezzato.

Il silenzio lo divorò, ma il pavimento sotto i piedi tremò appena, un fremito quasi impercettibile.

Si lasciò cadere a terra, tremando. La stanza non era inerte. Non era una prigione qualsiasi. Era qualcosa che reagiva, che rispondeva.

E, peggio di tutto, sembrava aspettare.

Il tempo passava come sabbia invisibile, senza sole, senza ombra. Il corpo iniziava a cedere: la bocca impastata, i muscoli indolenziti. Aveva perso il conto dei minuti, forse delle ore, quando la parete davanti a lui si mosse di nuovo.

La fessura comparve all’improvviso, la stessa linea sottile, lo stesso meccanismo perfetto. Il vassoio scivolò dentro con un rumore appena percettibile.

Si avvicinò di scatto, ma si bloccò a metà strada. Il bicchiere d’acqua non era pieno. Il livello era più basso, come se qualcuno avesse già bevuto. Il pane, spezzato. Una delle estremità mostrava un morso netto.

«No… no, non può essere…» balbettò, avvicinandosi. Lo raccolse con mani tremanti: era pane vero, la mollica morbida, il profumo appena accennato. Ma quel morso era lì, preciso, impossibile da ignorare.

Cominciò a guardarsi intorno, girando su se stesso. «Chi c’è qui dentro?!» gridò, la voce incrinata. «Chi gioca con me?!»

Nessuna risposta. La fessura si richiuse alle sue spalle, liscia, implacabile, come se non fosse mai esistita.

Si sedette col vassoio in grembo, fissando il bicchiere mezzo vuoto. L’idea più terrificante si insinuò senza pietà: era stato lui. Forse aveva mangiato, aveva bevuto, e poi aveva dimenticato. Forse i vuoti nella memoria non erano un effetto della stanza, ma della sua mente, un segno del percorso di disintossicazione che aveva iniziato e che lo stava ancora tormentando.

Scagliò il bicchiere contro il muro: invece di infrangersi, l’acqua fu risucchiata dalla superficie come da una spugna, lasciando il bicchiere intatto, rotolato ai suoi piedi.

Allora capì: La stanza non era solo un contenitore. Era un riflesso. Un duplicato elastico di lui stesso.

E se aveva trovato il pane già morso… significava che non era la prima volta che lo viveva. Era la sua stessa mente che continuava a riportarlo indietro, a un passato di dipendenza che si rifiutava di superare.

Non dormiva. O almeno, era convinto di non farlo. Restava sveglio, con la schiena al muro e gli occhi spalancati nel bianco eterno, pronto a cogliere ogni minimo segnale.

Eppure, il vassoio era di nuovo lì. Stesso pane, stesso bicchiere. Solo che stavolta… era già mezzo consumato.

Si alzò di scatto, il cuore che batteva all’impazzata. «No! Io non ho toccato niente! Non ho chiuso gli occhi, non ho…»

La voce gli morì in gola. Guardò le sue mani: briciole. Briciole appiccicate ai polpastrelli, come prova di una colpa che non ricordava. Si fissò le dita, tremando. Se lui non aveva mangiato… chi lo aveva fatto? O peggio: se lo aveva fatto davvero, quando?

Afferrò il bicchiere e lo lanciò lontano. Si voltò di scatto per vederlo rotolare. Non rotolava. Era di nuovo sul vassoio, mezzo vuoto, come prima.

«No. No. No!» urlò, colpendo il muro con i pugni finché le nocche non iniziarono a sanguinare. Ma anche il sangue spariva, inghiottito dalla superficie bianca, lasciando la sua pelle immacolata.

Allora pensò di segnare il tempo. Si tolse la maglietta, la strappò in brandelli e li dispose sul pavimento, uno dietro l’altro, per contare i “giorni” o le “ore”. Poi si sedette al centro, convinto di avere finalmente un metodo per capire.

Ma al suo prossimo respiro, quando abbassò lo sguardo… i brandelli non c’erano più. Era di nuovo seduto sul pavimento nudo, liscio, immacolato. La sua maglietta intatta addosso, come se non l’avesse mai toccata.

Il gelo gli serrò lo stomaco. Non solo il tempo era circolare. Lui stesso era riscritto, riportato indietro come un errore corretto da una mano invisibile: la sua stessa dipendenza, che lo intrappolava in un ciclo senza fine.

Allora rise. Una risata breve, spezzata, subito trasformata in singhiozzo. «Non esiste… non può esistere questo posto…» sussurrò, stringendosi la testa tra le mani.

Ma la stanza respirò di nuovo. Un fremito lento, profondo, come un cuore che batte sotto metri di carne.

E lui comprese che, se davvero il tempo era un cerchio, forse non era prigioniero. Forse… era lui stesso il carceriere.

La stanza respirava. Non era metafora. Ogni superficie bianca si gonfiava e si ritraeva, come pelle viva. Lui si mosse, cercando di gridare, ma la voce si frantumava tra le pareti elastiche.

All’improvviso, lo vide. Non riflesso. Non ombra. Lui stesso, seduto a pochi passi, intento a mangiare il pane e bere dal bicchiere, con gli stessi movimenti esatti che aveva compiuto poco prima.

Il suo cuore saltò un battito. La pelle si gelò. «No… non può… non sono io…» balbettò.

Ma ogni volta che cercava di avvicinarsi, quella figura si dissolveva e ricompariva altrove, sempre più vicina, sempre più precisa, sempre più reale. Ogni gesto che compiva lui veniva anticipato, seguito, replicato. Era un duplicato vivo della sua paura, del suo corpo, della sua mente, un riflesso della sua dipendenza che si nutriva dei suoi stessi sbagli.

Le pareti iniziarono a muoversi con lui, restringendosi, allungandosi, costringendolo a camminare a zigzag tra spazi che cambiavano ad ogni passo. Il pavimento si sollevava, poi cedeva sotto i piedi, e ogni volta che cadeva… si ritrovava seduto di nuovo, con il vassoio davanti, briciole già sulle dita.

Non c’era tempo, non c’era inizio né fine. Solo la certezza che lui stesso era sia prigioniero che carceriere, e che la sua mente lo stava torturando senza tregua.

In preda al terrore puro, provò a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, si trovò a guardarsi dall’alto, sospeso a mezz’aria, mentre un altro “lui” stava sul pavimento a ripetere i gesti. E poi un altro, e un altro… una moltitudine di lui stesso, tutti uguali, tutti intrappolati nello stesso loop infinito, urlando silenziosamente nella stanza che li divorava.

La paura lo divorava più della fame. Ogni gesto, ogni respiro, ogni pensiero era già accaduto. Non c’era fuga. Non c’era riscatto. C’era solo la consapevolezza… che il tempo stesso lo aveva inghiottito, intrappolandolo nella sua lotta interiore.

All’improvviso, il vassoio gli parve familiare, ma diverso. Lo guardò attentamente: una piccola, logora chiave arrugginita, brillante in maniera innaturale, che non ricordava di aver visto prima. Si strinse il volto tra le mani. Tutto aveva senso… e allo stesso tempo nessuno.

La chiave gli sembrava un simbolo, un’ancora. Ogni gesto, ogni movimento, ogni eco della sua voce sembrava orchestrato non da una sostanza, ma da una forza invisibile: la sua dipendenza, che lo teneva incatenato al passato.

Provò a muovere un passo: la percezione del tempo si frantumava, dilatata e compressa. La sua mente correva avanti, poi indietro, senza tregua. Non era follia, era la sua battaglia per la sopravvivenza mentale. La sua volontà contro il suo passato, un’arma invisibile contro la sua stessa coscienza.

E la cosa più terrificante: anche quando il senso di confusione sembrava svanire, un residuo di terrore restava, pronto a ricreare la stanza, a replicarlo, a fargli incontrare sé stesso ancora e ancora. Era la sua lotta interiore che non gli dava tregua.

Cercò di correre verso una parete, sperando di strappare un varco, ma il muro si piegava sotto le sue mani come se fosse gel elastico. Ogni volta che cedeva, cadeva di nuovo in piedi, nello stesso punto, con il vassoio davanti. Il terrore lo divorava.

Poi il loop cambiò. Non più lui seduto, ma… lui camminava per strada. Una città indistinta, sfocata, luci al neon tremolanti. Si guardò intorno: la stessa gente, gli stessi gesti, lo stesso volto riflesso in una vetrina, solo più giovane, più ignaro.

Un senso di déjà-vu lo colpì come un pugno: riconobbe gli stessi gesti che lo avevano condotto in quel luogo. Un loop successivo lo mostrava mentre si allontanava da chi lo amava, ignorando i loro avvertimenti e le loro suppliche.

La stanza bianca lo strinse di nuovo. Cadde a terra, la testa pulsante, la nausea lo fece tremare. Ma appena cercò di rialzarsi, un altro loop: lui stesso che cercava conforto in una solitudine auto-inflitta, con gli occhi chiusi e la mente che si svuotava. Non c'era più la sostanza, ma solo il vuoto che si era creato.

Ogni loop lo inseguiva: si allontanava, cadeva, si chiudeva in se stesso. E ogni volta che pensava di capire, la stanza bianca si richiudeva, comprimendo lo spazio, contraendo il tempo. La sua coscienza era il terreno di gioco della sua dipendenza, e la stanza era il suo laboratorio mentale, deformato e spaventoso.

Non c’era inizio, non c’era fine. Solo la consapevolezza crescente: lui stesso si era costruito il proprio incubo, e ogni sforzo per ribellarsi lo gettava più in profondità nei loop, rivelando pezzo dopo pezzo il percorso che lo aveva intrappolato.

Non riusciva più a distinguere un loop dall’altro. La stanza bianca si deformava, si piegava, mentre le sue visioni si intrecciavano senza tregua. Si vedeva ferire chi gli voleva bene, si vedeva rifiutare aiuto, si vedeva cadere in ginocchio, vomitare, contorcersi, implorare. Ogni volta che pensava di respirare, un nuovo loop lo colpiva: le stesse immagini, gli stessi gesti, ma leggermente diverse, come se la dipendenza cercasse di confonderlo, di spingerlo più in profondità.

Si accasciava sul pavimento elastico, conati di vomito che lo facevano sobbalzare, ogni suono amplificato, ogni riflesso di luce un urlo muto. La sua mente si frantumava in pezzi: un pezzo ricordava il presente, un altro il passato, un altro ancora il momento in cui aveva iniziato a cedere. Più capiva ciò che era successo, più la stanza bianca e i suoi loop lo intrappolavano, giocando con lui, deformando il tempo e lo spazio fino a un terrore puro, che era insieme mentale e fisico.

E la cosa più terrificante era che non c’era tregua. Non c’era respiro. Solo l’onda infinita dei suoi stessi errori, ripetuti all’infinito, mentre il pavimento elastico lo tratteneva, e il suo corpo reagiva con spasmi, conati, e un’angoscia che sembrava respirare dentro di lui.

Rimase accasciato a terra, svenuto, il corpo tremante. Il pavimento elastico sotto di lui sembrava assorbirne la forma, intrappolando ogni respiro, ogni spasmo.

Poi, silenzioso, un rumore leggero: una fessura nel muro si aprì lentamente. All’inizio pensò fosse il solito vassoio con il cibo, ma qualcosa non tornava. Il vassoio apparve, sospeso nella luce sterile della stanza bianca… e al posto del pasto, c’era una piccola chiave arrugginita, un simbolo del suo passato che aveva creduto di aver perso.

Il suo corpo reagì prima di lui: un brivido percorse la schiena, le mani si strinsero involontariamente. La stanza bianca non era più solo un luogo di loop e confusione: ora era una trappola tangibile, che gli mostrava il proprio destino, senza bisogno di spiegazioni.

Il vassoio oscillava appena, come se la stanza lo stesse invitando, e il terrore puro si impadronì della sua coscienza: non era solo intrappolato… stava guardando la possibilità della libertà che si materializzava davanti a sé, ma non sapeva come raggiungerla.

Quando il vassoio oscillò, la stanza sembrò respirare insieme a lui. E allora apparve. Non come l’idea che tutti hanno della morte, ma come un volto familiare, devastante: quello di un amico che non vedeva da tempo, allontanato a causa dei suoi comportamenti e delle sue scelte sbagliate. Il volto era quello, ma distorto dalla delusione, dagli occhi pieni di dolore.

Il volto lo trafiggeva, pieno di rancore, e la bocca si apriva in un urlo muto che sembrava arrivare da tutte le direzioni.

Non fu un’apparizione singola: la stanza generò loop di lui che veniva attaccato, il volto del suo amico che si moltiplicava, cambiava, lo graffiava, lo insultava in silenzio, lo avvolgeva. Ogni volta che pensava di sfuggire, il loop ricominciava, più aggressivo, più rapido, più reale.

Il pavimento elastico sotto di lui sembrava reagire ai suoi spasmi: lo stringeva, lo respingeva, lo costringeva a restare lì, mentre la chiave restava davanti, simbolo di un destino che doveva ancora scegliere.

Ogni loop lo lasciava più confuso, più spaventato, più colpevole. Non era solo la paura della morte: era il terrore di averla già incontrata, di averla già tradita, e ora di vederla tornare a cercarlo con gli occhi di chi amava e ha perso.

La stanza smise di oscillare, i loop cessarono. Ma il terrore non diminuì: la paura, con il volto dell’amico, si fece giocosa, sadica, e cominciò a manipolarlo senza bisogno di specchi o fessure. Lo obbligava, con un potere invisibile, a infliggersi un dolore psicologico, una tortura mentale auto-inflitta: pensieri che lo annientavano, ricordi che lo perseguitavano, rimpianti che non gli davano tregua. La sua mente era la sua prigione.

Non c’era scampo. Ogni gesto lo spingeva oltre: i denti affondavano, le mani si muovevano senza controllo, aprendo la carne come se obbedisse a ordini esterni. La stanza bianca rimaneva silenziosa, testimone neutrale di un orrore che cresceva dentro di lui.

Quando ormai distrutto, quasi irreale nella sua esistenza spezzata, cedette completamente. Cadde esanime sul pavimento immacolato di bianco, e in quell’istante il bianco si tingé di rosso, una pozza densa che si allargava sotto di lui, inglobandolo, marchiando la stanza con la sua sofferenza.

E mentre la pozza si diffondeva, la paura con il volto dell’amico si fermò davanti a lui, silenziosa, come se avesse ottenuto ciò che voleva: non la sua fine, ma la sua totale sottomissione all’orrore che portava dentro.

La pozza rossa sotto di lui pulsava lentamente, come se respirasse, e la stanza bianca cominciò a deformarsi nella sua mente. Il sangue rifletteva immagini distorte, e ogni goccia sembrava mostrare una scena diversa del suo passato, dei momenti in cui aveva tradito sé stesso o chi amava.

La paura restava davanti a lui, immobile, con il volto dell’amico, eppure non era più soltanto un volto: era una lente sulla sua coscienza, un giudice silenzioso che mostrava senza parole tutto ciò che aveva ignorato o negato. Ogni pensiero, ogni ricordo, diventava carne viva davanti ai suoi occhi: i volti delle persone che aveva ferito, le parole non dette, le promesse infrante.

Cercò di chiudere gli occhi, di strappare via quell’orrore dalla mente, ma la stanza non gli concesse tregua: ogni battito del cuore generava nuove visioni, ogni respiro amplificava la colpa. Il dolore fisico non era più la parte peggiore: era la coscienza, trasformata in un mostro concreto, che lo perforava dall’interno, facendolo tremare, urlare senza suono.

Infine, quando pensò che nulla potesse peggiorare, la paura inclinò la testa, quasi sorridendo. E in quell’istante, lui comprese che la stanza non era mai stata fisica, che il sangue sul pavimento era solo l’estensione del suo stesso corpo mentale, e che non c’era via di fuga dalla prigione che si era costruito nella propria mente.

Ogni fibra del suo essere era intrappolata, ogni ricordo contaminato dall’orrore, e mentre la consapevolezza si dissolse, l’ultima cosa che vide fu il volto dell’amico che lo fissava, calmo e terribile, come se fosse il vero padrone di quel mondo bianco.

La stanza bianca si dissolse lentamente, o almeno così credeva lui: i muri, il pavimento, persino la pozza di sangue iniziarono a sfumare in nulla. Ma il vuoto non portò sollievo. Al contrario, lo avvolse come una morsa gelida, e ogni frammento della sua mente ferita si ricompose in un unico orrore lucido.

Non c’era più dolore fisico, perché il corpo era diventato irrilevante. Ma la paura, con il volto dell’amico, era rimasta. Non parlava, non si muoveva. Era dentro di lui. In ogni pensiero, in ogni battito del cuore, in ogni ricordo, era lì: la voce silenziosa di chi conosceva ogni colpa, ogni fallimento, ogni segreto.

Cercò di urlare, ma la bocca non rispose. Cercò di scappare, ma le gambe non ubbidirono. Ogni tentativo di liberarsi era già previsto, come se la stanza, il sangue, e la paura fossero un unico organismo, un’intelligenza silenziosa e perfetta che lo possedeva completamente.

E mentre la sua mente cadeva in un abisso senza fondo, comprese l’ultima, atroce verità: la stanza non era mai esistita. Il sangue non era mai reale. E l’amico non era mai venuto a cercarlo. L’orrore più terrificante non era l’esterno… era lui stesso, intrappolato nella propria colpa, nel proprio terrore, per l’eternità.

La paura, immobile, gli sorrise dentro. E per la prima volta, lui capì che non sarebbe mai uscito da quella prigione: perché il mostro più spaventoso non abita il mondo, ma dentro la mente di chi osa affrontare i propri demoni.

La stanza bianca, il sangue, il volto dell’amico… tutto svanì, lasciando solo il silenzio. Ma il silenzio non era pace. Era il rumore di un terrore che non finisce mai.

Informazioni su Riabilitazione e Supporto

Il fenomeno della dipendenza è una sfida complessa che richiede un supporto adeguato. Esistono percorsi di recupero che offrono speranza e la possibilità di una vita nuova.

Risorse e Assistenza

  • Centri di Riabilitazione: Strutture specializzate che offrono programmi di disintossicazione e terapia a lungo termine, con supporto medico e psicologico.
  • Gruppi di Auto-Aiuto: Organizzazioni come Alcolisti Anonimi e Narcotici Anonimi offrono un ambiente di supporto tra pari, fondamentale per chi affronta la dipendenza.
  • Supporto Psicologico: La terapia individuale o di gruppo aiuta a esplorare le cause profonde della dipendenza e a sviluppare strategie di coping efficaci per affrontare i momenti difficili.

Importante: Se tu o qualcuno che conosci sta attraversando un periodo difficile, non esitare a cercare aiuto. La salute mentale e fisica è la priorità.

Copyright © 2025 Emanuela. Ogni diritto sui contenuti è riservato ai sensi della legge.

Commenti

Post popolari in questo blog

Diario Post Mortem :capitolo 3 -Il Pagliaccio, Mozzo e la mano imbecille