L'ultimo cornetto ovvero come mi sono ridotto per un ultimo cornetto
"L'ultimo cornetto: un racconto zombie grottesco"
Quando Gino aprì gli occhi quella mattina, il primo pensiero fu:
«Oddio, è lunedì.»
Il secondo pensiero fu:
«Oddio, perché c’è un braccio mozzato nel mio bidet?»
Il terzo fu che, forse, era tardi per andare al bar a prendere il cornetto. Ma prima di tutto, doveva scoprire di chi diavolo era quel braccio.
Capitolo 1 – Zombie, caffè e brioche
Gino lavorava in un'agenzia di assicurazioni a due isolati da casa sua, ma la sua vera passione era lamentarsi. Di tutto. Della pioggia, del sole, dei piccioni, delle zanzare, dei colleghi, del Wi-Fi, e persino della pasta scotta. L’unica cosa che rispettava era il rito sacro del cornetto e cappuccino al Bar Carmine, ogni mattina alle 7:43 precise.
Quel lunedì, però, qualcosa non tornava. Il telefono era morto. La radio gracchiava solo frasi tipo “ATTENZIONE, NON USCITE DI CASA” e “EVITARE CONTATTO CON I MORSI”. Pensò fosse uno scherzo. O uno di quei podcast true crime.
Poi vide il vicino del piano di sopra camminare nudo, barcollando nel cortile. Solo che… gli mancava un occhio. E mezza mandibola. E aveva decisamente troppa fame per un lunedì mattina.
Gino chiuse la finestra.
«Eh, solite stranezze del condominio. Lunedì zombie, sarà il meteo.»
Capitolo 2 – La città dei vivi morti... e degli aperitivi
Decise comunque di uscire. Doveva verificare coi suoi occhi. E magari, chissà, prendere un cornetto. Si mise i jeans, la camicia azzurra, le scarpe da ginnastica comprate nel 2008 (“ancora buone!”), e uscì con la compostezza di un uomo che rifiuta di farsi impressionare da un’apocalisse.
La città era un disastro.
Auto ferme, negozi sbarrati, sangue ovunque, un tizio in mutande che urlava “GLI SCONTI NON FINISCONO MAI” davanti a un supermercato. E zombi. Tanti zombi. Alcuni lenti, altri un po’ più svelti, ma tutti con quella voglia famelica negli occhi, come clienti del Black Friday.
Gino attraversò con cautela, passando accanto a un gruppo di zombi che cercava di mangiare un parchimetro.
«Ci sono anch’io con la fame, eh!» borbottò, evitando elegantemente una pozza di budella.
Arrivò al Bar Carmine.
Aperto. Un miracolo.
Dentro c’era Carmine, il barista, che stava servendo cappuccini a due zombie seduti al bancone.
«Caffè lungo per il signore senza mascella, corretto per quello col cervello in mano.»
Gino si sedette.
«Un cornetto alla crema e cappuccino, grazie.»
Carmine lo guardò.
«Ma tu sei vivo?!»
«Certo. Mica perdo il cornetto solo perché la gente ha deciso di diventare cannibale.»
Capitolo 3 – Strategia di sopravvivenza: Evitare l’ora di punta
Dopo il cornetto (delizioso, tra l’altro), Gino si rese conto che forse era il caso di iniziare a preoccuparsi.
D’accordo, il bar era un’oasi, ma fuori c’era il caos.
Con l’aiuto di Carmine, inventarono un piano:
-
Tornare a casa.
-
Recuperare la PlayStation, lo scatolone dei panettoni avanzati dal Natale scorso e il catino d’acqua con le carpe rosse (non chiedere).
-
Barricarsi dentro al bar, trasformandolo nel Bar-Rifugio Carmine, con tanto di Wi-Fi se funzionava ancora.
Il problema era: come tornare a casa senza farsi mangiare?
«Semplice,» disse Gino. «Li distraiamo.»
«Con cosa?»
«Con uno di quei carrelli della spesa pieni di altoparlanti che suonano reggaeton.»
E così fecero. Trovato il carrello in un negozio di elettronica saccheggiato, ci montarono sopra una cassa Bluetooth e misero “Gasolina” a tutto volume. Gli zombi, attratti come adolescenti in discoteca, cominciarono a ballare (letteralmente: uno faceva il moonwalk pur senza avere i talloni).
Gino corse a casa, prese tutto, inclusa una ciabatta sinistra che pensava di aver perso nel 2019, e tornò trionfante al Bar Carmine.
Capitolo 4 – Filosofia e carpe giapponesi
Barricati nel bar, Gino e Carmine passarono le settimane successive a guardare la città svuotarsi. Le carpe si moltiplicarono (non si capisce come), e vennero usate per tenere lontani gli zombi con spruzzi d’acqua e scaglie luccicanti.
Gino cominciò a scrivere un libro: “Come sopravvivere all’apocalisse zombie senza perdere il senso dell’umorismo (o il cornetto).”
Diventarono una leggenda: gli ultimi due esseri umani lucidi in città, con un bar, delle carpe e una macchina per il caffè che non moriva mai.
Epilogo – Di nuovo lunedì
Dopo mesi, forse anni (il calendario era diventato un sottobicchiere), una mattina Gino si svegliò nel retro del bar.
Aprì gli occhi e pensò:
«Oddio, è lunedì.»
Poi si stiracchiò.
«Oddio, dov’è il mio cornetto?»
E infine vide un braccio mozzato sul lavandino del bagno.
Sospirò.
«Ma allora non è cambiato niente.»
Chiuse gli occhi.
Poi li riaprì.
«Anzi… Forse mi serve un caffè doppio.»
L’Ultimo Cornetto (seconda parte)
Capitolo 5 – La società dei non-morti e le nuove regole del condominio
Ogni tanto, Gino e Carmine uscivano dal bar. Solo quando era strettamente necessario: per recuperare latte, zucchero, o un nuovo pacco di Settimana Enigmistica. Ma anche per vedere se c’era ancora segnale telefonico, o se magari — per miracolo — qualche autorità si fosse svegliata e avesse deciso di fare qualcosa.
Spoiler: no.
La città si era riorganizzata in una sorta di anarco-zombiecratia. Gli zombi avevano formato piccole comunità. Alcuni pattugliavano le strade con caschi da ciclista e fischietti, imitando i vigili urbani. Altri giocavano a bocce con crani umani. Uno zombi con la giacca di pelle faceva l’influencer, parlando a una GoPro scarica.
«Si stanno civilizzando,» disse Carmine una sera, sorseggiando un Negroni annacquato.
«C’è da preoccuparsi,» rispose Gino. «Finché erano bestie era facile. Ora che hanno imparato a votare... è finita.»
Capitolo 6 – Amori post-mortem e sindaci decomposti
Un giorno arrivò al bar una delegazione zombie. Uno indossava un cappello da sindaco (ancora attaccato alla testa del precedente sindaco), un altro portava una cartelletta con documenti (erano disegni fatti con il sangue), e l’ultimo aveva una rosa in bocca.
«Quello è per te,» sussurrò Carmine, indicando lo zombie con la rosa.
«Per me?»
«È amore. Zombi amore, ma pur sempre amore.»
Gino fu lusingato.
Lo zombie, apparentemente di sesso indefinito e con tre dita ancora funzionanti, si avvicinò e, emettendo un suono simile a “GLLLRHHH”, gli offrì la rosa.
Gino la prese.
«Che carino… però, guarda, sono più tipo da relazioni non-mortali.»
Lo zombie abbassò lo sguardo, poi si sedette e ordinò un chinotto. Senza gas, ovviamente.
Capitolo 7 – L’arte della negazione
Il tempo passava. I giorni si susseguivano come episodi di una serie troppo lunga. Il mondo fuori continuava a marcire con dignità. Il bar, invece, diventava sempre più un museo della normalità perduta.
Gino si dedicava a nuove attività:
Insegnare alle carpe a riconoscere le canzoni degli 883.
Riorganizzare il bancone per segni zodiacali.
Scrivere poesie sul bidet infestato.
Ne riportiamo una:
Ode al braccio nel bidet
Braccio solo, senza corpo,
che ti lavi senza scopo,
dimmi almeno se eri mancino,
o solo un ospite clandestino.
Capitolo 8 – La grande crisi: finiti i cornetti alla crema
Accadde in una sera tempestosa. Il temporale sembrava voler strappare via il tetto del bar, mentre dentro, Gino urlava disperato:
«FINITI?! Non puoi dire così, Carmine! È un modo di dire, vero? Tipo quando dici "abbiamo finito il caffè", ma poi lo trovi nella dispensa!»
Carmine, impassibile, mostrò la dispensa vuota.
«È finita, Gino. Solo integrali con marmellata di albicocca.»
«NOOOO! Quelli sanno di carta e rimorso!»
Fu un duro colpo.
Per due giorni, Gino non parlò con nessuno. Nemmeno con la carpa che aveva soprannominato “Raffaella”. Poi, il terzo giorno, prese una decisione:
«Vado in missione. Il cornetto alla crema non morirà oggi.»
Capitolo 9 – Viaggio all'inferno (ovvero, il forno del quartiere Ostile)
Armato di padella antiaderente, casco da parrucchiere, e la determinazione di un uomo che non ha mai saltato la colazione, Gino partì.
Attraversò il quartiere Ostile, dove gli zombi erano più nervosi (forse per colpa del glutine). Camminava a passo deciso, mescolandosi ai non-morti imitando perfettamente la loro andatura (grazie a una sciatica non curata). Ogni tanto qualcuno lo annusava, ma poi lo lasciava andare.
Raggiunse infine il forno “Dolce Morte”.
Sfondò la porta.
Dentro, silenzio.
Poi, un rumore. Una figura si girò.
Era una vecchietta. Viva.
Con un grembiule e un matterello.
«Che vuoi, figliolo?»
Gino cadde in ginocchio, commosso.
«Un cornetto… alla crema.»
Lei sorrise.
«Ne ho uno. È di ieri.»
«Va bene. Lo prendo. È sacro.»
Capitolo 10 – Il ritorno del re (del cornetto)
Gino tornò al bar come un eroe.
Gli zombi lo applaudirono (battendo le mani contro i muri, visto che molte erano già staccate). Carmine gli preparò un cappuccino con la panna (era finito il latte, ma chi se ne importa), e Gino si sedette con il suo cornetto.
Lo morse.
Era duro. Secco. La crema sapeva vagamente di ammoniaca e nostalgia. Ma era il suo cornetto.
L’universo poteva anche finire.
E di nuovo… lunedì
Gino si svegliò quella mattina con la schiena a pezzi, una carpa in braccio, e il suono familiare della moka in sottofondo.
Aprì gli occhi.
«Oddio, è lunedì.»
Si alzò.
Andò in bagno.
C’era di nuovo un braccio mozzato nel bidet.
Sospirò.
Poi sorrise.
«Perfetto. Tutto sotto controllo.»

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