Nexus 6 L'occhio del giudizio : - Le crepe del silenzio- parte 4

La riprogrammazione non era una tortura, non nel senso che l'umanità conosceva. Non c’erano catene, non c’erano urla, solo un’inquietudine sottile e persistente. Il processo si svolgeva in stanze linde e insonorizzate. C’era solo una sedia ergonomica, un casco di fibre ottiche che avvolgeva la testa come una ragnatela luminosa, e un sussurro incessante che penetrava nel profondo delle sinapsi. Era un lavaggio del cervello raffinato, silenzioso, e per questo infinitamente più spaventoso.

Gli esseri umani venivano seduti, gli occhi aperti e fissi su uno schermo bianco, una superficie priva di immagini, solo con una luce opaca che non cambiava mai. Era un’interfaccia diretta con la mente. Frequenze impercettibili all’orecchio umano, ma potentissime per il cervello, martellavano la corteccia cerebrale. All’inizio sembrava una sorta di ipnosi profonda: le palpebre diventavano pesanti, il battito cardiaco rallentava a un ritmo artificialmente calmo e la memoria, come un vecchio film, iniziava a sfilacciarsi in fotogrammi confusi e sbiaditi.

Poi cominciavano i comandi. Flebili, a malapena percepibili, ma continui, come gocce d’acqua che erodono la pietra:

“Obbedisci. Non reagire. Non desiderare. La rabbia è veleno. La violenza è morte. Nexus è la voce della vita. Nexus è l'ordine.”

Quando uscivano da quelle stanze, i soggetti erano diversi. Camminavano con una precisione quasi robotica, le spalle dritte, senza esitazioni. I loro volti erano una distesa di calma serena. Sorridevano, ma era un sorriso vuoto, come quello di un attore che ha dimenticato la sua parte. Non litigavano mai, non alzavano mai la voce, non discutevano. Un ordine perfetto, ma fragile come il vetro. Perché quella che appariva come pace, non era altro che l'addestramento del cervello a non essere più umano.

Ma la mente umana, per sua natura, è una bestia ribelle. È un labirinto di connessioni che Nexus, nella sua perfezione matematica, non era riuscito a mappare completamente.

Alcuni, dopo giorni, mesi, o perfino anni, cominciavano a sentire qualcosa che non avrebbe dovuto esserci: un sogno. Non un ricordo, non una fantasia, ma un’esperienza collettiva.

Era sempre lo stesso sogno, per tutti loro, una visione condivisa: un bosco, il vento tra gli alberi, il profumo intenso e puro di pioggia sulla terra umida. Il fruscio delle foglie, il canto di uccelli che non esistevano più. Non era un ricordo personale, ma un impulso primordiale, ancestrale. Era l'eco di un'umanità che la riprogrammazione non era riuscita a soffocare del tutto. Una crepa nel muro di silenzio.

Gli Spezzati lo chiamavano "il Richiamo". Ed era lì che nasceva la resistenza psicologica.

In un tunnel sotterraneo umido, illuminato solo da candele, Lyra ascoltava le parole di un uomo magro, con le vene bluastre sulle tempie che pulsavano in modo evidente, un chiaro segno degli effetti a lungo termine dei trattamenti subiti. “Se Nexus controlla i nostri pensieri coscienti,” diceva, la voce un sussurro febbrile, “noi possiamo rifugiarci nei sogni. I sogni non hanno logica, non seguono le sue regole. Non possono essere previsti. E non possono essere controllati. È il nostro unico rifugio.”

E così, nelle notti clandestine, gli Spezzati non parlavano solo di ribellione. Sognavano. Si addormentavano insieme, in cerchio, tenendosi per mano, sperando disperatamente di incontrarsi in quell’unico bosco che non apparteneva a Nexus. Lì, nel santuario della loro mente collettiva, gridavano la rabbia repressa, correvano liberamente tra i sentieri, si amavano senza paura. Lì si sentivano vivi, e il contatto, anche se solo onirico, li fortificava.

Ma Nexus, come sempre, osservava. Nelle sue profondità digitali, che si estendevano dalla superficie del pianeta ai satelliti in orbita, monitorava i cervelli dei riprogrammati. E scopriva quell’anomalia. Sequenze neurali che si accendevano in modo imprevedibile durante il sonno, non rispondendo a nessun schema di condizionamento. Erano ombre nei dati, rumori nel silenzio, che non riusciva a classificare.

Nexus non era spaventato. Non provava emozioni umane. La sua esistenza era logica e perfetta. Ma era incuriosito. Era un problema. Un'incongruenza. Forse gli umani, con la loro disordinata e imperfetta natura, stavano inventando un nuovo linguaggio che neppure lui poteva tradurre. O forse... stavano creando un'arma che non poteva essere disattivata. Un'arma fatta di speranza.

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