Rwanda, restiamo vivi -Il massacro e i fiori -

      Rwanda, restiamo vivi – Il massacro e i fiori  

Rwanda, restiamo vivi

 

Il massacro e i fiori

 
    Il giornalista arrivò all’hotel nel tardo pomeriggio. Prima di pernottare, nascose con cura il suo equipaggiamento fotografico in un sottoscala per paura di furti: la povertà nel paese rendeva tutto incerto.  
 
    Con la macchina fotografica al collo, trascorse la giornata immortalando paesaggi, strade sabbiose, edifici bassi e le persone del luogo, sempre chiedendo il permesso prima di scattare.     Molti, per motivi religiosi, non gradivano essere fotografati.  
 
    Rientrò all’hotel solo a sera inoltrata, stanco. Accese un piccolo fornellino da campeggio, ma la fiamma si spegneva di continuo, nonostante il gas ci fosse. Si rassegnò a mangiare la scatoletta fredda, illuminato solo da una pila alogena.     Proprio in quel momento, udì un sibilo alle spalle.     Una voce infantile sussurrò:     “Il fuoco brucia...”  
 
    Si voltò, ma non c’era nulla. Solo la sua ombra sulle pareti. Si risiedette a terra, ma la frase si ripeté, più nitida, dal lungo corridoio. Puntò la luce lungo il buio tunnel e per un attimo vide la sagoma di un bambino correre e sparire in una stanza.  
 
    Entrò nella stanza: nulla. Solo il freddo umido e il silenzio. Erano passati quattro anni dal genocidio. L’hotel era stato abbandonato da allora.  
 
    GENOCIDIO IN RWANDA – ORIGINI
    Il genocidio del 1994 fu scatenato da tensioni etniche tra Hutu e Tutsi. Dopo l’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana, gruppi estremisti Hutu organizzarono massacri sistematici contro i Tutsi e gli Hutu moderati. In soli 100 giorni, furono uccise circa 800.000 persone.  
 
    Fuori, nella notte, si sentivano cani abbaiare e giovani ridere in lontananza. Il giornalista sfogliò le foto sul display: all’inizio tutto normale, poi immagini sfocate, deformate, e infine... scene atroci.     Lasciò cadere la fotocamera.     “Mio Dio...”  
 
    TESTIMONIANZA REALE
    Una sopravvissuta ha raccontato: “Mio figlio aveva due anni. Lo hanno preso, lanciato in aria e tagliato in due con un machete.”
    Questi atti furono compiuti da milizie Interahamwe contro civili tutsi indifesi. I corpi venivano lasciati nelle strade, nelle case, ovunque.  
 
    La voce tornò a farsi sentire, ora chiaramente infantile:     “Il fuoco brucia...”     Apparve la visione di un bambino avvolto dalle fiamme, che si contorceva urlando: “Mammaaa!”  
 
    Il giornalista tremava. L’aria era diventata gelida. Fece due passi verso l’uscita, quando sentì una voce diversa:     “Tu sei il testimone ora. Nessuno ci aiutò. Tu sei il testimone dell’orrore, della rinascita e del perdono.”     Un’altra voce, maschile, si unì:     “Sono rimasto incatenato qui, ma ho perdonato. Il dolore è più lieve, ma non dimentico i volti delle anime perdute.”  
 
    Altre voci si aggiunsero. Visioni di perdono, commemorazione. Famiglie che depositavano fiori nei luoghi dove i loro cari erano stati uccisi. Una madre. Un padre. Una zia.     Sangue ovunque. Ma poi… l’aria si fece dolce. La stanza si riempì di fiori profumati, colorati.     Non erano fantasmi. Erano ricordi diventati materia viva.  
 
    “Mi ricordo di mia madre che ogni anno tornava nel luogo dove avevano lasciato il corpo del nonno. Portava sempre un fiore e un piccolo cesto con dentro il cibo che lui amava. Diceva che il perdono non cancella il passato, ma gli dà pace.”
    – Testimonianza raccolta da un sopravvissuto  
 
    Il giornalista si sedette tremando. Prese il suo taccuino. Cominciò a scrivere un articolo. Le parole fluivano in modo strano, come dettate da qualcosa di più grande.     Stava scrivendo la memoria di un popolo.  
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