Il rumore sotto Berlino - Mi chiamo Daniel Krause - capitolo I


 

Ogni vittima era intrappolata nei loro loop, ogni riflesso un mondo deformato.

Tac-tum. Tac-tum. Tac-tum.

Il treno si fermò in una stazione che era uno specchio della città, deformata e infinita. Alison e Bruce si guardarono, sorridendo tra il delirio e la sete.

Ogni vittima era intrappolata nei loro loop, ogni riflesso un mondo deformato.

Tac-tum. Tac-tum. Tac-tum.

Un anno dopo.

Mi chiamo Daniel Krause, e sono vivo. Nessuno ci crede davvero, quando lo racconto, ma io c’ero quella notte. Io ero su quel treno, la linea U8, la metropolitana che scorre sotto Berlino come una vena nera. Non ero solo: il vagone era pieno, ma da allora nessuno degli altri è più riemerso. Solo io.

Un anno dopo, continuo a chiedermi perché. Perché proprio io?
Forse perché non li ho guardati negli occhi. Forse perché ho capito troppo tardi che non erano esseri umani. O forse perché hanno voluto che io restassi: un testimone, un messaggero, la prova vivente di ciò che possono fare.

Non era una rapina, non era un attentato. Era fame. Era sete. Era il dominio assoluto di due figure che non avrebbero dovuto esistere. Ho visto i riflessi moltiplicarsi nei vetri, le urla svanire senza voce, i corpi contorcersi come se il tempo fosse una gabbia elastica. Ho visto la realtà strapparsi a pezzi, e dentro quella lacerazione loro: Alison e Bruce. Due vampiri che ridevano mentre piegavano i nostri cuori al ritmo del treno.

Tac-tum. Tac-tum.

Non riesco più a salire sulla U8. Non riesco neanche a scendere in una stazione senza sentire che i binari respirano. Berlino sopra di noi continua a vivere, ma sotto… sotto c’è ancora quella notte. E io so che non è finita.

Capitolo 1

Un anno dopo

Daniel Krause non parlava mai della linea U8. Non con i giornalisti, non con i vicini di casa, non nemmeno con se stesso. Ma lo si vedeva nelle sue abitudini: attraversava la città solo in superficie, anche quando pioveva a dirotto. Evitava ogni vetrina, ogni specchio, ogni finestra troppo lucida. Camminava con lo sguardo basso, come se i riflessi potessero trascinarlo di nuovo in quella notte.

Per i medici era sopravvissuto a un trauma collettivo, una psicosi da panico urbano. Per la polizia era semplicemente un uomo fortunato, l’unico sceso dal treno prima del disastro che aveva fatto sparire decine di passeggeri. Ma nessuno credeva davvero a quelle versioni ufficiali.
C’era chi lo seguiva per strada, cercando un indizio nei suoi gesti nervosi. C’era chi lo insultava, convinto che fosse complice di qualcosa di inconfessabile. E c’erano quelli che lo chiamavano il prescelto, il testimone scelto dai vampiri per raccontare al mondo il potere dei loop.

Daniel non rispondeva mai. Viveva in un silenzio carico di presagi, come se fosse prigioniero di un debito che non riusciva a saldare. Ma quando chiudeva gli occhi, il rumore tornava. Sempre.

Tac-tum. Tac-tum. Tac-tum.

Il rumore del treno che correva nei tunnel sotto Berlino.
Il rumore che non smetteva mai, nemmeno dopo un anno.

La notte dell'attacco:


Quella notte Daniel stava tornando da Neukölln, da un turno di lavoro più lungo del solito. Faceva il cameriere in un ristorante turco vicino a Hermannstraße: piatti unti, bicchieri mai asciutti, clienti ubriachi che non volevano più andarsene. Aveva finito a mezzanotte passata, troppo stanco per prendere la bici e attraversare la città. Così era sceso nella metropolitana, senza pensarci due volte.

La U8 era quasi deserta. Solo qualche studente con gli occhi rossi di birra, un uomo con una valigia troppo pesante, una coppia che litigava a voce bassa. Daniel si era seduto vicino al finestrino, pensando solo a chiudere gli occhi per un paio di fermate. Il suo appartamento era a Gesundbrunnen, all’altro capo della linea: venti minuti al massimo.

Non sapeva ancora che sarebbero stati i venti minuti più lunghi della sua vita.

Il treno era partito con il solito sobbalzo, e il rumore aveva iniziato a riempire le gallerie. Tac-tum. Tac-tum. Ma c’era qualcosa di diverso, una vibrazione più profonda, quasi ipnotica. Daniel ricordava di aver pensato: forse sono solo stanco. Poi le luci avevano iniziato a tremolare, e i riflessi nei finestrini si erano moltiplicati.

Fu allora che li vide. Bruce e Alison. Due figure immobili, troppo ferme per sembrare passeggeri, troppo silenziose per sembrare vive. Gli altri non si accorsero di nulla: ridevano, parlavano, scrollavano il telefono. Ma Daniel sentì subito che qualcosa stava cambiando.

Un anno dopo, non aveva ancora trovato il coraggio di chiedersi perché proprio lui. Perché gli occhi dei due vampiri si fossero posati su tutti, tranne che su di lui.

Daniel non riusciva a dormire. Ogni volta che chiudeva gli occhi, la linea U8 tornava a vivere sotto di lui, con il suo rumore metallico che pulsava come un cuore d’acciaio: Tac-tum. Tac-tum.

Gli occhi dei passeggeri, le loro mani, i loro sorrisi improvvisamente congelati… tutto era lì, ripetuto e deformato nei suoi ricordi. La polizia parlava di «misteriosa scomparsa di decine di persone», ma Daniel sapeva che non erano scomparse. Erano intrappolate nei loop dei vampiri, vittime di Bruce e Alison, padroni dei riflessi e della morte.

Ricordava ogni dettaglio della stazione di Hermannstraße, il treno che entrava nel tunnel, il lampo delle luci tremolanti e il silenzio improvviso, quando tutti smettono di respirare tranne lui.
I vampiri erano scesi nel vagone come ombre, muovendosi senza fretta, osservando ogni passeggero come se stessero scegliendo chi vivere e chi piegare al loro loop. Ogni passo di Alison era una promessa di violenza, ogni sguardo di Bruce un giudizio inevitabile.

Daniel aveva cercato di rimanere nascosto vicino alla porta, un corpo tra gli altri corpi, sperando di non attirare attenzione. Ma il loop li aveva notati subito: i riflessi nei vetri si erano moltiplicati, deformati, mostrando mille versioni della stessa scena, mille possibili finali, e ogni finale portava solo a morte e terrore.

E così era iniziato il massacro silenzioso. Daniel aveva sentito le urla — non vere urla, ma echi ripetuti nei riflessi deformati — e visto i corpi contorcersi in cicli impossibili, risucchiati dal potere dei vampiri.
Eppure lui era sopravvissuto, perché forse nessuno poteva davvero toccare chi fosse già segnato dall’osservazione, chi era diventato testimone dei loop.

Adesso, un anno dopo, Daniel camminava lungo le strade sopra Berlino come un uomo sospeso tra due mondi: quello della città reale, e quello dei tunnel sotto la U8, dove il tempo e lo spazio erano piegati dalla volontà dei vampiri. Tac-tum. Tac-tum. Il rumore continuava a inseguirlo, ricordandogli che la notte non era finita e che i loop erano ancora lì, pronti a riaprirsi.

A distanza di un anno, Daniel Krause sembrava avere tutto ciò che molti avrebbero invidiato. Lavorava come creator digitale per una delle più grandi compagnie del settore, con uffici a Berlino e filiali in Giappone. Creava contenuti immersivi, esperienze interattive, animazioni complesse: il suo talento era riconosciuto e rispettato, e il lavoro lo portava a viaggiare, a conoscere persone importanti, a sentirsi vivo e produttivo.

A casa, Daniel condivideva la vita con Lena, la sua compagna, una fotomodella di successo. Il loro appartamento nel Mitte era luminoso, elegante, pieno di finestre che davano sulla città, arredato con uno stile minimalista e tecnologico. Passavano le serate tra cene improvvisate, risate, film scelti all’ultimo minuto, momenti che per chi li osservava sembravano perfetti, come una vita costruita con cura e gratificazione.

Eppure, nessuna gratificazione poteva spegnere i ricordi di quella notte nella U8. Ogni volta che chiudeva gli occhi, gli incubi tornavano con la stessa precisione chirurgica del treno che correva sui binari: Tac-tum. Tac-tum.
Rivedeva i corpi contorcersi nei loop, le mani dei passeggeri agitarsi nell’aria come fossero impigliate in un filo invisibile. Ogni goccia di sangue esplodeva sui vetri del treno, implodendo e replicandosi in miliardi di riflessi, in un continuo loop distorto che piegava la realtà. Alison e Bruce, immobili e sorridenti, dominavano tutto quel caos. Daniel sentiva ancora il potere di quei vampiri, la sete che scorreva come corrente nei loro corpi, la deformazione del tempo che rendeva ogni movimento un loop di morte.

Non era mai solo negli incubi: il rumore del treno, il metallo contro metallo, continuava a seguirlo anche nella vita reale. A volte lo sentiva mentre camminava per strada, il suono di binari inesistenti sotto le scarpe. A volte, riflessi nei vetri degli uffici o nei finestrini dei taxi sembravano moltiplicarsi, come se la realtà volesse ricordargli che nulla era finito davvero.

E così Daniel viveva tra due mondi: quello della superficie, ordinato e gratificante, e quello dei tunnel sotto Berlino, eterno e deformato, dove la linea U8 custodiva ancora le tracce dei loop e dei vampiri. Una vita di apparenze, sospesa su un filo sottile di terrore e normalità, tra amore, successo e ricordi che non volevano morire.

Una sera, Daniel e Lena tornarono a casa dopo una sera passata con amici in un locale poco fuori Berlino. Erano rincasati tardi, la stanchezza era padrona del suo corpo dopo una intensa giornata di lavoro culminata in una serata con amici.

Daniel era nel bagno, lo specchio sopra i lavelli di marmo pregiato rifletteva la luce calda del neon. Lena usciva dalla doccia, i lunghi capelli ricci bagnati che le scivolavano sulle spalle, la pelle lucida sotto il vapore, ogni movimento una carezza di perfezione. Daniel l’osservava, cercando di ancorarsi alla normalità, ma qualcosa nello specchio lo fece sussultare.

All’inizio era solo un alone tondo, sfocato, sopra i lavelli. Poi, lentamente, l’ombra si allungò, muovendosi dietro Lena, seguendo ogni suo gesto. Non era il suo riflesso. Non era Lena. Qualcosa di invisibile, denso, maledettamente presente.

Daniel sentì la vecchia paura stringergli il petto. In un istante, senza pensarci, si proiettò su Lena, spostandola di lato con forza.

«Cosa fai, Daniel?!» urlò lei, gli occhi spalancati, la voce che tagliava il silenzio del bagno come un coltello. I capelli bagnati le scivolavano sul viso e sulle spalle, tremanti, mentre la pelle sembrava brillare alla luce dei neon.

Ma Daniel non guardava Lena. Guardava lo specchio. L’ombra era ancora lì, dietro di lei, come se si fosse insinuata tra il riflesso e la realtà. La sua mente ricordava i loop, i corpi contorcersi, il sangue implodere in miliardi di gocce sui vetri del treno. La stessa sete di quel giorno nella U8 tornava, distorta e pronta a colpire.

Daniel chiuse gli occhi per un istante, cercando di respingere il panico, ma sapeva che non poteva ignorarla. L’ombra era reale. Ed era soltanto l’inizio.

Daniel inspirò profondamente, cercando di radicarsi al presente. Ma il battito del treno nelle sue orecchie non lo lasciava in pace: Tac-tum. Tac-tum.
L’ombra nello specchio si muoveva ancora, e non era un semplice gioco di luci o vapore. Sembrava osservare, respirare, attendere. Ogni volta che Daniel muoveva lo sguardo, l’ombra replicava il movimento, allungandosi, piegando la realtà attorno a Lena.

«Daniel… stai bene?» chiese Lena, la voce tremante, mentre cercava di liberarsi dall’abbraccio improvviso. Ma Daniel non rispondeva. Il suo sguardo era fisso nello specchio, dove la figura deformata sembrava un loop vivo, pronto a inghiottire la stanza, a moltiplicarsi e a trascinarli nei tunnel sotto Berlino.

Tac-tum. Tac-tum. Tac-tum.

Daniel capì che non poteva scappare. I loop lo stavano richiamando, la U8 sotto di loro era più vicina che mai. La paura che aveva provato un anno prima tornava amplificata: i riflessi moltiplicati, il sangue che implodeva in miliardi di gocce, il terrore che diventava materia visibile dietro ogni vetro. E quella volta, non c’era solo il treno a guidarlo: c’era l’ombra, c’era la stanza, c’era Lena, e soprattutto c’era lui, testimone dei loop ancora una volta.

Daniel chiuse gli occhi per un istante, respirando piano, e si ripeté dentro di sé:
Mi chiamo Daniel Krause, e sono vivo.

Ma mentre lo diceva, lo specchio si deformava. La luce riflessa si piegava, moltiplicandosi in mille strisce, e tra quelle strisce, come negli incubi della U8, Alison e Bruce sorridevano, immobili e invincibili.

E il loop ricominciava...

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