Leggenda urbana Torinese: I Guardiani della città


 


La notte di Torino aveva il sapore amaro della solitudine. All'una e mezza passata, quando il freddo si faceva più pungente e le luci dei negozi di Via Roma si spegnevano una dopo l'altra, Piazza San Carlo si trasformava in un grande salone fantasma. I lampioni proiettavano un riverbero giallo e spettrale che si rifletteva sulle vetrine silenziose, illuminando il vuoto. A sedici, quasi diciassette anni, il mondo era ancora un posto sconfinato e le serate in discoteca si allungavano fino a quel punto, ma camminare da sola a quell'ora era un’altra cosa.

I tacchi delle mie scarpe risuonavano sul selciato, un ritmo ostinato che cercava di nascondere il battito più accelerato del mio cuore. Era un rumore forte, quasi un modo per dire al buio che ero lì. Ero io e l’eco dei miei passi. Poi, un suono diverso, una specie di fruscio leggero, ruppe il silenzio. Da un vicolo che sembrava uscito dal nulla, un angolo tra due palazzi identici che non avevo mai notato prima, spuntò una figura.

Era un ragazzo, non molto più grande di me. Indossava una giacca scura, consumata dal tempo, e dei jeans. La cosa che mi colpì subito furono le sue stampelle, ma non per il fatto che le usasse, bensì per il modo in cui le usava. Si muoveva con una grazia innaturale, i suoi passi silenziosi e le stampelle che, stranamente, non producevano il minimo rumore sul marmo. Era come se fluttuasse. Si fermò davanti a me, bloccando il mio cammino senza minacciarmi.

“Ehi,” disse, la sua voce era calma, profonda e sicura, come un'ancora in quella notte agitata. “Non è sicuro che una ragazza così giovane cammini da sola a quest'ora.”

Mi fermai. Non provavo paura, ma una strana sensazione di stupore e curiosità. Era come se lo avessi sognato. “Sto tornando a casa,” risposi, cercando di dare un tono sicuro alla mia voce un po' tremante. “È qui vicino.”

Il ragazzo sorrise, e il suo viso si illuminò di una luce strana, quasi amica. Le rughe che gli incorniciavano gli occhi sembravano raccontare storie antiche. “Lo so,” rispose. “Ma non si sa mai. Posso accompagnarti per un tratto, se vuoi.”

Sapevo che avrei dovuto rifiutare. Le lezioni di prudenza di mio padre e gli avvertimenti di mia madre mi risuonavano in testa. “Non accettare mai caramelle dagli sconosciuti,” “non salire in macchina con nessuno che non conosci.” Ma la sua presenza era diversa. Non c’era la fretta di un predatore, ma la pazienza di chi non ha niente da perdere. Non sentivo alcun pericolo, solo una strana e inspiegabile sensazione di essere vista e protetta. “Va bene,” dissi.

Camminammo fianco a fianco, le sue stampelle che non toccavano terra. Non parlammo molto, ma il suo silenzio era confortevole. A un certo punto, indicò il Toro di ottone incastonato nel pavimento, che avevo calpestato mille volte per scherzo. “Sai che la gente pensa che porti fortuna?” mi chiese. Annuii. “Non è solo fortuna,” continuò. “È un punto. Un punto di forza. Se ci fai caso, questa piazza è un crocevia di vie e di energie. Qui si incrociano le storie, i sogni e le paure di tutti coloro che sono passati.”

Mi raccontò che conosceva bene la città, che “era nato con lei”. Era una frase strana, ma in quella notte e in quel luogo, sembrava avere perfettamente senso. Mi fece una domanda che ancora oggi mi risuona in testa: “Hai mai sentito la città parlare? A volte, devi solo fermarti e ascoltare.”

Arrivammo all’angolo della mia strada. Le luci di casa mia erano già spente, ma la loro vicinanza mi fece sentire più al sicuro. “Da qui vado da sola,” dissi, ringraziandolo sinceramente.

Lui si fermò. Per un attimo, le stampelle toccarono il marmo, producendo un suono secco e metallico, l'unico che avessero mai fatto. “Allora, buona fortuna,” disse, e il suo sorriso si fece più ampio.

Mi voltai un secondo per salutare. Ma quando mi girai di nuovo, non c'era più nessuno. L'angolo era vuoto. Non c'era un vicolo in cui potesse essere entrato così velocemente, e non c'era nemmeno il suono delle stampelle. Era come se fosse sparito nel nulla, dissolto nella nebbia. Corsi a casa, il cuore che mi batteva forte nel petto, ma non per la paura, bensì per l'incredulità.

Quella notte ho capito che Torino non era solo la città dove vivevo, ma un luogo di segreti e misteri. Un posto dove le leggende non sono solo racconti di vecchi, ma realtà che si manifesta quando meno te lo aspetti. Non l'ho mai più rivisto, e negli anni ho cercato di razionalizzare quell'incontro. Era solo un ragazzo con le stampelle? Era un sogno? Ma ogni volta che il mio sguardo si posa su una fotografia di Piazza San Carlo, quel ricordo torna vivo.

Ora, a sessantadue anni, con le rughe che segnano il mio viso come i portici di una piazza che ho camminato per una vita, a volte mi fermo ancora. Chiudo gli occhi e ascolto. Non cerco più una risposta, ma una conferma. La voce della città non è mai stata un grido, ma un sussurro, una presenza silente. E in un certo senso, la sua domanda è diventata la risposta che ho cercato per tutti questi anni.


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