“Racconti Horror Brevi di Oggetti Posseduti: Quando la Casa Diventa un Incubo”


 MINI RACCONTI HORROR


IL CASSETTO CON GLI OCCHI 




Aveva comprato il mobiletto a un mercatino dell’usato. Non era neanche bello: quattro cassetti storti, maniglie annerite, un legno che puzzava di muffa e di cantina. Ma lo prese lo stesso, perché costava poco e perché la vecchia che glielo aveva venduto gli aveva sussurrato:
“Non aprire mai il terzo.”

A casa, il mobile trovò posto in camera da letto. I primi giorni tutto sembrava normale. Il primo cassetto conteneva calzini, il secondo mutande, il quarto magliette. Il terzo rimase chiuso, con la chiave che la vecchia gli aveva lasciato appesa a un filo rosso.

Di notte, però, qualcosa scricchiolava. Il legno gemeva come se respirasse. E spesso, nel buio, sembrava che dal cassetto proibito filtrasse una luce opaca, giallognola, simile a quella di una candela che brucia dentro un corpo.

La tentazione divenne insopportabile. Una notte, ubriaco di stanchezza, infilò la chiave. Girò. Click.
Aprì.

Dentro non c’erano vestiti, né vecchi documenti, ma occhi. Decine di occhi umani, lucidi e umidi come appena strappati. Lo fissavano tutti insieme, palpebrando piano. Alcuni ruotavano, come se cercassero di mettersi a fuoco. Uno si muoveva dentro una risata secca, che non veniva da nessuna bocca.

La mattina dopo, trovò la sua immagine riflessa nello specchio: non aveva più occhi. Solo due buchi neri, cavernosi, grondanti. Il mobile era lì, silenzioso. E dal terzo cassetto, due nuove pupille lo osservavano dall’interno.


IL FREDDO CHE MASTICA 



“Freddo che mastica”

Il vecchio frigorifero bianco, con la guarnizione screpolata e il motore che ronzava come un alveare, arrivò gratis da un vicino morto all’improvviso. “Funziona ancora benissimo”, aveva detto l’erede, buttandolo sul furgone.

Funzionava, sì. Troppo bene.
Il nuovo proprietario cominciò a notare cose strane. Il latte, invece di andare a male, diventava più denso, più rosso. La carne si ricomponeva da sola, tagli crudi che sembravano pulsare. E ogni volta che apriva la porta, giurava di sentire un alito gelido che sapeva di saliva.

Una notte, il ronzio cambiò. Non più un semplice motore, ma un rumore di masticazione lenta. Aveva lasciato una mela dentro, e la mattina non c’era più: solo il torsolo, umido e lucidato, come succhiato da una bocca invisibile. Poi toccò al pollo, al pane, perfino alla birra. Tutto svaniva, lasciando residui di ossa, molliche e lattine schiacciate.

Il problema vero cominciò quando il frigorifero iniziò ad aprirsi da solo. La porta cigolava nel buio della cucina, e qualcosa, non visto, lasciava segni di denti sulle sedie, sui piatti, sul tavolo. Una notte, si svegliò di soprassalto e trovò il frigo spalancato. Non c’era più cibo. Non c’era più niente.

Tranne il suo gatto, che se ne stava rannicchiato dentro, immobile, con gli occhi spalancati e la pelliccia gelata. Non respirava più.
Dietro di lui, il rumore di un altro respiro: lento, affamato, che veniva dal motore.


IL CICLO INFINITO 



“Il ciclo infinito”

Era un modello vecchio, con l’oblò graffiato e il detersivo incrostato lungo i bordi. Ogni volta che partiva, tremava come se volesse scappare. Ma il prezzo era buono, e lavava ancora.

La prima volta che notò qualcosa fu con un paio di calzini. Li aveva messi dentro, ma alla fine del ciclo ne uscì uno solo. “Succede sempre”, pensò. Solo che nei giorni seguenti sparirono anche magliette, asciugamani, perfino un paio di jeans. Non li trovava più da nessuna parte.

Poi la lavatrice cominciò a fare rumori strani: non il solito gorgoglio d’acqua, ma un ruggito soffocato, come se qualcosa di enorme stesse inghiottendo dentro. Guardando attraverso l’oblò, giurò di vedere un occhio enorme aprirsi sotto la schiuma, fissarlo e chiudersi subito dopo.

Una notte, il ciclo partì da solo. Le luci lampeggiarono, il pavimento tremò, e dall’oblò trasparivano braccia pallide che cercavano di uscire, dita gonfie che graffiavano il vetro lasciando scie di sangue diluito. Sentì bisbigli che si confondevano con lo scarico dell’acqua: entra… lava con noi…

Al mattino, la lavatrice era silenziosa. L’oblò socchiuso. Dentro non c’erano vestiti.
C’era solo un braccialetto che non riconosceva. E gocce d’acqua scura che colavano fino al corridoio, come se qualcuno fosse stato trascinato dentro e centrifugato.


LA SEDIA A DONODOLO 



“La sedia che dondola da sola”

Era stata lasciata in soffitta, coperta da un lenzuolo giallastro che puzzava di muffa. Una vecchia sedia a dondolo, di legno scuro, con i braccioli consumati e i segni di unghiate sui braccioli stessi. Nessuno ricordava da chi fosse appartenuta, ma ogni casa di famiglia ne ha una così, e qualcuno insiste sempre: non buttarla, porta storia.

La notte, la sedia cominciò a muoversi da sola. Un dondolio lento, ritmico, come il respiro di un vecchio addormentato. Chi passava davanti alla porta giurava di vedere l’ombra di qualcuno seduto, gobbo, con la testa china. Ma entrando, la sedia era vuota, immobile.

Poi arrivarono i sussurri. Prima deboli, come vento tra le fessure del legno. Poi più chiari, parole strozzate: vieni… siediti… resta qui.
Una bambina della casa lo fece. Trovata al mattino, addormentata sulla sedia, con gli occhi aperti e fissi sul soffitto, mormorava filastrocche mai sentite. Non ricordava niente.

Il terzo giorno, il dondolio non si fermava più. Anche con tutti intorno, la sedia si muoveva come spinta da un peso invisibile. E più qualcuno tentava di bloccarla, più oscillava furiosa, graffiando il pavimento con archi profondi.

Una notte, mentre tutti dormivano, il rumore cessò. In cucina, la sedia era ferma. Sopra, un’impronta affondata nel legno: una mano lunga e scheletrica, come marchiata a fuoco.
Chi la vide l’ultima volta racconta che la sedia non c’era più al suo posto. Era nella camera da letto, che dondolava piano, rivolta verso il letto… in attesa.


Copyright © 2025 Emanuela. Ogni diritto sui contenuti è riservato ai sensi della legge.

Commenti

Post popolari in questo blog

Diario Post Mortem :capitolo 3 -Il Pagliaccio, Mozzo e la mano imbecille