Archivio Perduto – Memory Card #3 : Non sono più vivi
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[TRASCRIZIONE VIDEO N°3 – MEMORY CARD RINVENUTA NEL
SOTTOSCALA]
Data: sconosciuta – Segnale disturbato
Il video si apre con un respiro affannoso, strappato, come se ogni polmone fosse pieno di cenere. La telecamera vibra nelle mani della donna: l’inquadratura salta tra pareti di cemento macchiate di sangue, graffi e strisciate untuose, quasi corpi fossero stati trascinati contro il muro. La luce tremolante della torcia rimbalza, disegna ombre contorte. Sullo sfondo un urlo gutturale si avvicina, troppo vicino per sentirsi al sicuro.
Voce femminile (sussurrata, metallica a tratti):
«Se… se
qualcuno trova questo… ascoltatemi bene. Non aprite le porte. Non
aprite mai. Non credete a nessuno che bussa. Non sono loro… non
sono più umani.»
Un tonfo improvviso. La telecamera scatta di lato e ora inquadra una scala metallica che scende. Ogni gradino è una mappa di sangue: impronte intere, altre mutilate, dita mozzate ancora incastrate tra le crepe. Il battito della donna è un tamburo nelle orecchie; l’audio cattura un colpo secco, un osso che cede, riecheggiante dall’ombra.
Voce femminile (più isterica, tremante, respirazione che vibra
nel microfono):
«Usano le voci. Le usano! Hanno preso quella di
mia madre… vi giuro, vi giuro che era lei. Continuava a chiamarmi
dal corridoio… “Apri, Sofia… apri tesoro…” Dolce… calma…
identica… con quella pausa prima del mio nome… Ma non era lei.
Non poteva essere lei…” La telecamera
traballa, inclinata, mentre la donna cerca di mostrare la porta di
ferro in fondo al corridoio. Il legno rinforzato è graffiato e
rigato da unghie nere e spezzate, schegge che sembrano pulsare sotto
la luce tremolante. Dal buco della serratura si intravede un buio
denso, umido, e un riflesso pallido lampeggia come un battito di
cuore. Poi… un sussurro, una risata cavernosa, vibra dall’altra
parte, penetrante, metallica.
Voce femminile (acuta, quasi piangendo):
«Ho guardato…
dentro… e c’era… solo la bocca. Solo la bocca! Attaccata al
legno, spalancata, che rideva… rideva e basta. Le labbra si
muovevano da sole… e non c’erano occhi, non c’era volto. Solo
denti… troppi denti… che tremavano, come se respirassero.»
Il video trema violentemente. La telecamera scivola verso il pavimento. Un mucchio di denti umani, incastrati tra i mattoni, si muove impercettibilmente. Alcuni grondano saliva densa, altri vibrano, come se stessero ridendo da soli.
Un rumore metallico risuona. Unghie che graffiano la scala, incessanti, che si spezzano e ricrescono, schegge cheratiniche che si contorcono come insetti viventi.
Voce femminile (singhiozzando, delirante):
«Non sono morti.
Non muoiono mai. Ho visto un uomo… lo hanno strappato in due. Le
gambe correvano in una direzione, le braccia nell’altra… ma le
braccia continuavano a graffiare il pavimento. Le dita… correvano
da sole, come animali. Mangiano tutto. Anche se stessi. Anche se
rimane solo un pezzo… continuano. Continuano a masticare, a
respirare… e a chiamarti con la voce che ami…»
Un colpo improvviso scuote tutto. La telecamera sobbalza, cade di lato, l’inquadratura si inclina verso il soffitto sporco e screpolato. Un urlo disumano risuona, lungo, deformato, strappando ogni senso di realtà. Una sagoma oscura si piega davanti all’obiettivo: arti contorti che si spezzano, si ricompongono come ossa liquide, carne che si lacera e ricresce, pulsando e ribollendo. Un braccio si piega all’indietro, tre volte, scheggiando ossa invisibili, eppure continua a muoversi come se nulla fosse.
Un viscido strappo di carne rompe il silenzio. La voce della donna si interrompe, soffocata da un gorgoglio che esce dalla sua gola. La torcia scivola di mano e cade. Per un istante, la lente cattura un volto deformato: occhi vuoti, assenti; bocca spalancata fino alle orecchie, denti serrati che sbattono come lame di tritacarne, lucide di saliva. Il suono di ossa che si spezzano, carne che striscia e fruscia, riempie la stanza. Il corpo della donna trema. Il suo cuore batte come un martello, la gola secca e le mani sudate afferrano il vuoto mentre il terrore le scorre dentro come un veleno liquido. Ogni movimento della creatura davanti a lei è un messaggio di morte e deformità, impossibile da ignorare.
[Fine trascrizione #3 – frammento recuperato]
Il video riprende con distorsioni violente. La lente è appannata da sangue rappreso, macchie scure che sembrano pulsare. L’inquadratura sfocata cattura un rumore umido, viscido, come carne compressa tra mani invisibili. Dopo qualche secondo, il volto della donna riappare: occhi spalancati, mascara colato come fiumi neri lungo le guance rigate di lacrime, pelle tirata e lucida di sudore. Respira a scatti, ogni inalazione un coltello che le fende i polmoni.
Voce femminile (sussurrata, con picchi isterici
improvvisi):
«Sono… scappata. Non so come… non so come sia
possibile. Non mi hanno presa. Non ancora. Ma… mi sento diversa. La
pelle brucia. Ogni respiro è un coltello… dentro.»
La telecamera gira lentamente, mostrando un corridoio sotterraneo che sembra allungarsi all’infinito. Le pareti sono ricoperte di graffiti, molti cancellati da mani unte di sangue, altre scritte incise con unghie, linee profonde che bruciano la retina. Si leggono a tratti: “NON APRIRE”, “NON È LA MAMMA”, “TAGLIA LE CORDE VOCALI”. L’aria è pesante, umida, con un odore di ferro e carne marcia.
Voce femminile (in un filo di voce, tremante):
«Qualcuno è
stato qui. Non sono la prima. Hanno provato a scrivere avvisi… ma
chi li legge? Chi resta abbastanza lucido per capirli? Le voci…
loro ti consumano. Ti chiamano con i nomi che non senti da anni. Mio
padre… morto quando avevo sei anni… oggi l’ho sentito. Diceva:
“Piccola, vieni fuori… non ti farò male.” Io… io ci ho
creduto… per un attimo… volevo crederci.»
Un rumore improvviso, metallico e stridente, scuote l’aria. La telecamera vibra violentemente. La donna si volta di scatto, occhi spalancati, respiro corto, gola secca. In fondo al corridoio, un’ombra lunga, spezzata in più direzioni, si contorce come liquido denso. Un arto sporge da un punto innaturale, piegato all’indietro come se fosse cresciuto contro le leggi del corpo. Qualcosa striscia lungo il muro: una mano staccata, con le dita ripiegate su se stesse, trascina brandelli di pelle che tremano come fili di carne viva.
Voce femminile (fiotto di panico crescente):
«Non… non mi
lasciano sola. Mi seguono… anche quando non fanno rumore. Li sento…
dentro. Graffiano… dall’interno. Oh Dio… oh Dio… non riesco…»
La telecamera cade a terra, rotola. L’inquadratura è obliqua, instabile. Si vedono i piedi della donna che battono sul cemento, strisciando sangue. L’ombra in fondo al corridoio si piega, si spezza, come se il suo scheletro fosse liquido, eppure avanza incessante. Il rumore delle ossa che si frantumano e ricompongono è ritmico, meccanico, un martello costante che scandisce il terrore.
La donna raggiunge una porta. Spinge con forza disperata: il
metallo vibra, le cerniere scricchiolano sotto i colpi. Le mani
graffiano la superficie, unghie che si spezzano. Voce femminile (urlo
straziante):
«Aprite! C’è qualcuno? Vi prego! Non fatemi
restare qui! Non fatemi—»
Improvviso silenzio. L’eco dei suoi urli si spegne. Dall’altra parte della porta, una voce maschile, calma, familiare, taglia l’aria:
Voce maschile (chiara, familiare, rassicurante):
«Sofia?
Amore… sono io. Papà. Sono qui. Apri, ti prego. Non piangere…
apri…»
La donna trattiene il respiro, congelata. Un singhiozzo strozzato le spezza la gola. La telecamera trema leggermente, catturando ogni micro-movimento del suo volto.
Voce femminile (infantile, tremante, spezzata):
«Papà…?»
Un colpo violento scuote la porta dall’interno. Le cerniere scricchiolano e piegano. La voce maschile si trasforma gradualmente: un ringhio gutturale, viscido, che continua a ripetere le stesse frasi, “Apri, Sofia… Apri…”, come un disco rotto immerso in saliva e sangue. Ogni parola vibra, gorgoglia, penetra nei timpani.
La donna indietreggia, occhi spalancati. La pelle del volto è tesa, le vene sporgono come radici scure sotto l’epidermide. Una pupilla si dilata fino a riempire quasi tutto l’occhio, mentre l’altra trema nervosamente.
Voce femminile (quasi in trance, sussurrando a se stessa):
«Lo
sento… dentro… la voce… mi gratta il cranio…»
La porta esplode in un tonfo metallico. Dall’apertura emerge un ammasso di carne contorta, un corpo impossibile: bocca enorme quanto il torace, denti disposti in file sovrapposte che brillano nel buio, labbra che si muovono senza pause. Non ci sono occhi, solo pelle lacerata che vibra. Una risata cavernosa, inumana, rimbomba nell’aria: ride come sua madre… ma non è più lei.
La telecamera viene afferrata da un arto che non ha forma umana. Per un istante, l’obiettivo è inghiottito dal buio umido della creatura: denti che si chiudono in serie infinite, brandelli di lingua che pendono come radici viscide. Poi di nuovo luce. La donna giace sul pavimento, trascinata per un piede. Le unghie si spezzano contro il cemento, schegge che saltano come piccoli ossicini. Ogni graffio lascia un rivolo di sangue che si mescola a quello già colante.
Voce femminile (urlando, disperata, strozzata):
«Se state
guardando… spegnete la luce! Non respirate! Non—»
L’audio si contorce: la voce si allunga, metallica, quasi digitale, poi si spegne. Solo rumore statico invade il microfono. L’inquadratura fissa mostra la macchia di sangue che si allarga sul pavimento, diventando un lago rosso scuro, viscido, che riflette luci deformate.
FLASH BIANCO. Il segnale è instabile, l’immagine torna lentamente. La telecamera, ribassata, viene trascinata sul pavimento: graffi profondi nel cemento, urla soffocate, gorgoglii che sembrano provenire dall’interno della donna stessa. Il suo corpo striscia, lacerato, la gamba sinistra piegata all’indietro in più punti, ossa che si incrinano con schiocchi umidi. Eppure lei continua a muoversi, trascinandosi tra sangue e detriti, lasciando dietro di sé una scia vischiosa che racconta dolore e resistenza disperata.
Voce femminile (fioca, intermittente, un filo di panico nella
gola):
«Non posso… fermarmi… Se mi fermo… entrano. Non
chiudete gli occhi. Non li chiudete mai…»
La telecamera si avvicina al volto. Un occhio è completamente nero, come se fosse stato riempito di catrame vivo. L’altro pulsa, l’iride si dilata e contrae in modo irregolare, come se fosse divorata da una vita propria. La bocca è una ferita sanguinante; tra i denti, qualcosa si agita, piccoli vermi che si contorcono e si infilano tra labbra e gengive, strisciando in direzioni impossibili.
La donna trema, barcolla. Con un sforzo disperato si rialza. Dietro di lei, il corridoio è invaso da figure indistinte: arti allungati fino a spezzarsi in giunture innaturali, teste che pendono a lato come marionette rotte, bocche che si spalancano fino a lacerare le guance. Ogni movimento produce un suono umido e stridente. Voci deformate si fondono in un coro innaturale, famigliarmente inquietante, come se tutte le persone che aveva amato fossero imprigionate lì, dentro queste creature.
Voci corali (eco deformato, stridulo):
«Sofiaaa… Sofiaaa…
torna a casa. Ti stiamo aspettando. Torna a casa. Non avere paura.»
Ogni nota di quella chiamata è un coltello che scava nella mente di Sofia, facendole tremare l’anima, mentre il suo corpo comincia a rispondere a un ritmo innaturale, come se anche lei fosse già diventata parte di quel coro di corpi e voci.
La telecamera cade a terra, inclinata. Il pavimento pulsa sotto di lei, come carne viva. Le vene tentacolari che emergono dalla schiena della donna strisciano lungo le piastrelle, cercando di unirsi con altre vene che spuntano dai muri. Ogni contatto produce un suono umido e stridulo, un coro di fratture e lacerazioni.
Voce femminile (sussurro deformato, eco metallica):
«Sentite…
sentite… adesso siamo tutt’uno… Non c’è fuori… solo
dentro… solo noi…»
Il corpo della donna sobbalza, come se centinaia di piccoli esseri strisciassero sotto la pelle. I tentacoli delle vene nere si avvolgono attorno alle sue braccia e gambe, costringendola a movimenti innaturali. La pelle si solleva a spicchi, come lembi di pergamena umana, rivelando denti microscopici che crescono lungo la colonna vertebrale e mordono il proprio corpo.
La telecamera, ancora tremolante, cattura il suo volto: un occhio umano e uno nero come catrame pulsano in modo asincrono. La bocca si apre, sdoppiandosi lentamente in due labbra che si allargano fino a coprire le guance, rivelando file di denti mobili che chiudono e riaprono ritmicamente.
Voce femminile (coro interiore, decine di toni
sovrapposti):
«Siamo… tutte… dentro… voi… vi sentiamo…
vi aspettiamo…»
Un rumore sordo di ossa che si spezzano accompagna il movimento: la donna si piega all’indietro, piegandosi come se fosse elastica, le ossa che crepitano e ricrescono istantaneamente. I tentacoli venosi ora si insinuano nella telecamera stessa, oscurando l’inquadratura con scie di sangue e materia pulsante. L’ultimo fotogramma mostra solo un riflesso degli occhi neri e dei denti sdoppiati, mentre un coro di voci familiari urla: «Sofiaaa… Sofiaaa…»
Le immagini si accavallano: lampi di scene impossibili, ognuna più breve e intensa dell’altra. Il pavimento pulsa come cuore animale. I muri sembrano respirare, espellendo figure senza faccia che si contorcono e ridono.
La donna—o ciò che resta di lei—corre verso la telecamera. Le braccia artigliate si allungano e si piegano in angoli innaturali. Ogni movimento produce un coro di ossa che crepitano, denti che stridono, lingue che si intrecciano.
Voce femminile (coro di decine di voci deformate, metalliche e
infantili):
«Non c’è scampo… Non chiudere gli occhi… Noi
siamo dentro… dentro… dentro…»
La telecamera viene strappata via, trasportata in un vortice di
immagini e suoni. Si vedono:
– mani senza pelle che cercano
altre mani;
– bocche che si aprono dai soffitti e dai
pavimenti;
– corpi che si fondono, si spezzano e ricrescono
istantaneamente;
– e volti familiari che si sdoppiano e si
moltiplicano in un mosaico orribile.
Un rumore sordo, un battito ritmico, come se centinaia di cuori pulsassero all’unisono. La donna alza il capo: il suo volto è ormai una maschera composta da decine di occhi e bocche, tutti che gridano contemporaneamente il suo nome: “Sofia… Sofia… Sofia…”
Ultimo fotogramma prima dell’interferenza totale: la telecamera cade, il sangue e le vene nere si fondono con la lente. Un ghigno gigantesco occupa tutto lo schermo. Poi… silenzio. Solo statico.
Ogni fotogramma dura un battito, ogni battito un’epoca di
terrore.
La donna non è più donna. Le braccia si contorcono
contro la logica, il suo volto si sdoppia in bocche che ridono, occhi
che implorano. La voce esce dalla gola come una rete elettrica:
mescola urla, risa, nomi che conosciamo. Chi osserva è già parte
del coro.
«Non spegnere. Non interrompere… ora sei con noi», sussurra, e la sua voce vibra direttamente nelle ossa.
Lo schermo si dissolve in pixel rossi e neri: carne e sangue digitalizzati, un mosaico di deformità che pulsa come cuore collettivo. Un ultimo sorriso, metà umano, metà mostruoso, ci guarda da vicino: «Adesso tocca a te».
E poi il silenzio. La porta del sottoscala si muove dall’interno, mani pallide graffiano il legno. Nessuno può più distogliere lo sguardo. Chi ha visto… resta.
[Fine. File irrecuperabile.]
La telecamera traballa ancora, come all’inizio, respirando insieme a chi la impugna. I corridoi stretti, le pareti macchiate di sangue, i graffiti cancellati, tutto sembra familiare, eppure diverso: più vivo, più affamato.
Le voci cominciano a farsi sentire, prima lontane, poi vicinissime. «Apri… apri tesoro…» – è dolce, familiare, irresistibile. Ogni nome pronunciato è quello di chi credevi morto o perduto. La paura ti divora dall’interno, eppure non puoi distogliere lo sguardo.
Senza capire come, sei già dentro: le tue mani scorrono sui gradini insanguinati, senti il battito dei polsi che riecheggia con quello delle ossa rotte. Vedi denti che ridono, occhi che non ci sono, arti che si contorcono su se stessi, carne che si apre e richiude, vene che si agitano come tentacoli. Le figure ti seguono, ti chiamano, ti attirano.
E poi, come allora, un rumore metallico: la porta. Qualcuno dall’altra parte parla, familiare, maschile… e subito la voce si deforma in ringhio. Sai che non è chi sembra. Le voci ti penetrano il cranio. Non puoi fuggire.
Un flash bianco. Il mondo si dissolve. La telecamera cade a terra. La scena che avevi visto all’inizio torna: il sottoscala, il corridoio stretto, le mani che cercano di uscire dal buio. Solo che ora tu sei dentro. Chi guarda resta. Chi resta diventa.
E, nel silenzio che segue, una voce sussurra chiara,
inconfondibile:
«Adesso tocca a te.»
[Fine. Il ciclo ricomincia.]
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