Exorcismus
La stanza non era più una stanza; era la bocca di una balena cieca, un organo caldo e umido che lamentava la perdita della luce. L’aria stessa vibrava, un battito di palpebre sordo e incessante. Le candele votive, spente non da un soffio, ma da una pressione pneumatica e gelida, lasciavano il loro fumo come lembi d’alito nero, che non salivano, ma si diffondevano a terra, strisciando.
Suor Teresa, il corpo che doveva essere un tempio di grazia, levitava al centro della scena. Non si trattava di un’ascesa mistica, gentile, ma di un’alzata forzata e bestiale, come se mani invisibili e brutali l'avessero afferrata per le spalle, rivoltandola come un giocattolo di carne strappato alla sua funzione. La tunica, l’umile saio marrone, si arcuava in tratti di tessuto innaturali, la stoffa tesa fino a sembrare cuoio. La testa iniziò a ruotare.
Il movimento non aveva nulla di umano: era lento, glaciale, il tronco immobile, saldo al centro della scena come un monolite. Era il collo, un cavo di muscoli e ossa, a cedere oltre la soglia biomeccanica. Ruotava lentamente all'indietro, poi di lato, un movimento che avrebbe dovuto spezzare la colonna vertebrale e che invece si completava con una lentezza calcolata e insostenibile, un orrore per la percezione stessa. Era un gesto concepito per spezzare il cervello degli osservatori prima che spezzasse la suora.
Il prete che aveva osato fissarla per primo, Padre Severi, sentì la saliva trasformarsi in cenere. Severi era un uomo di fede solida, ma privo di immaginazione: per lui, il male era scritto, codificato, e rispondeva a formule. Avanzò. Il suo passo era una sequenza di incertezze tremanti.
«Exorcizo te, omnis spiritus immunde…» Pronunciò il latino, ma non era una dichiarazione di guerra. Era una litania provvisoria, una scommessa sulla validità di un libro di tremila anni.
Suor Teresa finì la sua orribile rotazione. I suoi occhi, quando si voltarono finalmente verso i due preti, non erano più organi di percezione; erano cavità nere che non riflettevano la fiamma delle candele. Erano vuoti assoluti che parevano catturare la poca luce residua e vendicarla, promettendo di sputare spettri e vecchie maledizioni.
La bocca si aprì, stirandosi in un sorriso troppo largo che increspò il viso fino alle tempie. La pelle sotto il velo mutò colore, il bianco si fece un viola malato: vene violette affiorarono sulla fronte e sul collo come radici che cercavano disperatamente terra o linfa vitale. Da quella gola uscì un mugolio dopo mugolio, ma non erano lamenti di dolore. Erano note preparatorie.
«Exorcizo te…» ripeté Severi, alzando la croce d’argento, che ora sembrava solo stagno pallido. Le parole non avevano presa; stavano lì, sciolte, come pietre lanciate contro un oceano di catrame nero.
La suora girò la testa ancora, aggiungendo un altro grado di tortura al suo scheletro. Il suono non era un attrito di ossa, ma un click umido, viscido, come un organo interno – un fegato, forse, o un cuore – che si raddrizzasse improvvisamente. Il ronzio nella stanza divenne più spesso, più elettrico, come una rete immensa messa a vibrare.
Poi, senza avvertimento, il demone esplose attraverso di lei. Non fu una deflagrazione, ma l'irruzione di una forza cieca, una morsa di tenebre che non chiedeva permesso e non aveva bisogno di rituali.
Padre Severi fu lanciato via con la violenza di una pietra da catapulta, sbattendo contro lo specchio antico appeso alla parete in fondo alla stanza. Lo specchio non si limitò a rompersi; esplose in un lampo di luce scheggiata, una deflagrazione magica. Non erano frammenti di vetro, ma filamenti sottili e taglienti come schegge d'ossidiana, quasi setole metalliche che zampillavano nell’aria come un geyser di lame. Seghe sottilissime sfilarono e danzarono, un balletto omicida di capelli metallici che cercavano bersaglio.
Un singolo filamento, sottile come un ago e resistente come vetro d’acciaio demoniaco, schizzò verso il corpo a terra di Severi. Si conficcò nella gola con la precisione clinica di un trapano. La punta entrò, attraversò la carne, poi la cartilagine della trachea e si piantò nella vertebra cervicale.
Il prete emise un suono che non fu più parola, né grido, ma solo un soffio sordo, umido, una disperazione muta. Il suo corpo cadde all’indietro, un sacco svuotato. La ferita era pulita, piccola, ma la perdita era un torrente caldo, un’emorragia rapida, una risacca rossa che inondò il pavimento di marmo freddo.
Severi scivolò lentamente, le mani che si sforzavano ancora di tenere una posizione di croce. Era immerso in quel lago cremisi che si creava: il sangue non si limitava a colare, ma si impastava denso, ribolliva quasi, come se fosse una sostanza viva, famelica. I suoi occhi, un attimo prima pieni di una fede ingenua, ora fissavano il soffitto con uno stupore calmo, senza dolore, solo un’incredulità finale. Il sangue gli risalì fino alla bocca, una spuma calda che gli soffocò l’ultimo rantolo. Cadde nel lago rosso che lo inghiottì, e la stanza raccolse la sua fine con la stessa indifferenza con cui un teatro assorbe la morte di un attore.
Padre Moreno, il secondo prete, era stato sbalzato contro l’armadio dall’altro lato della stanza, e lì era rimasto in ginocchio, l’ombra scossa di un uomo che aveva appena visto l’impossibile e l'inefficacia della sua vocazione. Il suo colletto era sporco di acqua santa, versata nel panico; la sua mano stringeva il Rituale Romano, il libro sacro, ora pesante e insulso.
Si sollevò, goffo, sentendo il sapore salmastro del proprio terrore. I suoi occhi erano iniettati di rosso. Per un istante, il suo volto fu placido, la maschera del prete che accetta il martirio. Poi, al posto della rassegnazione, subentrò una furia concentrata, sacerdotale e feroce. Non era la rabbia della carne, ma la rabbia del ruolo. Se il rituale falliva, doveva restare la volontà.
Strinse la croce nell’una mano e il Rituale nell’altra, e avanzò. Un uomo solo contro l’orrore metafisico.
«Lasciala!» intimò, e la sua voce questa volta voleva essere comando, non preghiera. «Exi, spiritus… Esci da questa creatura!»
La suora, sospesa come un discorso interrotto nel tempo e nello spazio, aprì la bocca ancora una volta. Dal suo petto, non dalla sua laringe, si sprigionò un suono che non apparteneva a nessun idioma, né umano né angelico: era la polifonia di ciò che il demone aveva mangiato. V’erano echi di bambini annegati, il calpestio di greggi impazzite, la risata grottesca di chi non ha più nome né anima.
Il demone, attraverso la bocca della suora, rise. Non fu un ruggito di trionfo, ma una sentenza enunciata a voce bassa.
E parlò. La voce scivolò come olio nero e denso, un sussurro untuoso che coprì il ribollire del sangue di Severi.
«Tu, prete, hai sbagliato fin dall’inizio.»
Moreno strinse la croce con una forza disperata, come se potesse penetrarla nel petto del mostro. «Io ti comando,» balbettò, la lingua pesante. «Per comando del Padre, del Figlio e dello Spirito—»
Il demone lo interruppe con un tono che non era di minaccia, ma di fredda correzione, di chi rimprovera un discepolo ottuso:
«Non sei sufficiente. La tua fede è un muro spesso, ma le tue armi sono contundenti, Moreno. Io… io sono stato invocato, sì. Ma non da te. È stato il ragazzo. Elia mi ha chiamato, ha spalancato la porta con le sue mani febbrili e la sua solitudine. Tu non gli hai chiesto il mio nome, non hai guardato la fonte. Hai recitato formule prive di curiosità spirituale. Hai brandito il rito come un martello per chiodi, senza ascoltare il tessuto della sua disperazione. E per questo, ora, la tua salvezza… morirà.»
L’effetto di quelle parole fu peggiore di qualsiasi colpo fisico. La fede di Moreno vacillò, non per paura della morte, ma per l'orrore dell'incompetenza. Aveva fallito l'unica prova che contava.
Moreno non ebbe il tempo di replicare o di ritrovare la sua convinzione. La suora ruotò la testa ancora, fino a quel punto in cui il cavo del collo sembrava un’anta rotta che si richiude su sé stessa. La pelle della gola si tese e si lacerò in trame luminose, e qualcosa come linfa fluorescente e spessa spruzzò nell’aria, senza sangue. Il libro sacro tremò nella mano di Moreno come se avesse preso la febbre di un’agonia improvvisa.
Il demone non ebbe alcuna fretta rituale. Non avanzò nelle membra di Suor Teresa, ma nell’eco del proprio potere. Fece cadere le parole come scalpelli affilati.
«Non mi hai chiesto come mi chiamo. Non hai chiesto perché ero qui. Questa ignoranza ha un prezzo.»
Moreno abbassò la voce in un ultimo, disperato contro-canto di latino, mescolando salmi a formule di maledizione. Il mondo rispose col rumore di ossa che si frantumano: le dita che giravano tra le pagine del Rituale si spezzarono come ramoscelli secchi, e le lettere sul foglio si deformarono e si mossero, come se il testo sacro stesso avesse preso vita e si ritraesse con orrore.
Poi, la stessa precisione chirurgica della morte di Severi. Una scheggia dall’aria, una lama sottile come un respiro, fendente come filo teso, entrò nel petto di Moreno. Non gli trapassò il cuore, né la gola. Si conficcò dietro la clavicola sinistra e scavò, con una traiettoria interna ed orribile, separando fibra da fibra, fino a recidere l’arteria succlavia e la rete nervosa che sosteneva il braccio. La scheggia non mirò a ucciderlo subito, ma a disarmarlo e abbassare la sua colonna di resistenza.
Moreno non urlò. Grattò il pavimento con le unghie, una preghiera disperata per rimanere attaccato alla vita, un istinto animale. La croce gli scivolò via dalla presa spezzata, rotolò lontano, e la sua mano cadde inerme.
Gli occhi gli si spensero un istante; poi si riaccesero, ma in una luce che non era la sua: calma, stranamente soddisfatta, quasi divertita. La luce di una marionetta che ha smesso di combattere.
«Non è meglio così?» sussurrò il demone attraverso la bocca della suora. La domanda non chiedeva consenso, era un’affermazione che si appoggiava come un macigno di piombo sul petto del mondo.
La suora, ormai mera lampada di organi estranei e ostili, chinò la testa. La sua risata si fuse con il tambureggiare del sangue di Severi che ancora ribolliva. Moreno emise un ultimo rantolo, il latino sacro che si scioglieva in un singhiozzo umido, e poi il respiro cessò.
Il lago di sangue intorno al corpo di Severi si muoveva, agitato, come se avesse volontà propria. Dalle sue acque emergettero bolle che scoppiavano in piccole note di carne e odore ferroso. La stanza infine chiuse i suoi battenti, sigillando la scena. Nessuna sirena, nessuna luce esterna: solo il respiro lento e predatorio della carne che aveva vinto.
Elia, infine, rimase disteso. Aveva tenuto gli occhi chiusi per tutto il tempo, eppure aveva visto. Era salvo, protetto non da Dio, ma dal demone che aveva convocato.
Sul pavimento freddo, accanto al suo volto pallido, una goccia di sangue, forse di Severi, forse di Moreno, si aprì in mille polifonie silenziose. E, come sempre, il sussurro tornò a farsi strada nell’osso, non nell’orecchio:
«Abbiamo ancora molto lavoro da fare, piccolo profeta… Hai imparato la prima lezione: le parole vuote sono spade di carta.»
La carne rideva. Il mondo non solo ascoltava: il mondo si inchinava.
Il Peso della Carne Vuota
L'odore di incenso e carne cotta, quel miscuglio nauseante lasciato dal potere, si depositò lentamente sul marmo. Ore dopo, quando le candele avevano finito di consumarsi e i ceri si erano ritorti su sé stessi, l'unica luce era quella grigia che filtrava da una finestra alta, disegnando un mosaico sporco sul pavimento.
Suor Teresa era caduta.
Il suo corpo era crollato dal vuoto della levitazione. Giaceva sul pavimento freddo, non scomposto in una posa di riposo, ma contorto e innaturale, come un manichino a cui fossero stati rimossi i perni. Il collo era spezzato in un angolo impossibile, la bocca ancora stirata nell'orribile sorriso che non era il suo. Non c’era sangue esterno; il demone, andandosene, non aveva lasciato disordine, solo l’irreparabile.
Elia si alzò. Non era più il ragazzo febbrile che aveva urlato per la disperazione. Era calmo, stranamente riposato. Mosse i piedi con cautela, evitando il lago spesso e scuro che circondava i due preti: la sostanza ribollente si era rappresa in una crosta color vinaccia, un tappeto orribile che non avrebbe mai macchiato le sue scarpe.
Si avvicinò al corpo di Suor Teresa. Era la cosa più vicina a un'istruzione. Toccò la tunica, fredda e umida. In quell'istante, il tessuto inerte si mosse, non per contrazione muscolare, ma per una volontà residuale.
Una mano pallida, non più quella della suora ma solo un guanto di carne consunta, si sollevò e gli afferrò la caviglia. Non c’era forza, solo il peso freddo di un sigillo.
La voce, che ora non proveniva dalla gola, ma risuonava nell'osso del cranio di Elia con l'eco di una campana fessa, era solo un sussurro definitivo:
«Lei non serve più. Il suo corpo, ora, è il mio altare per te. Tu hai aperto la porta e io ho ripulito la tavola. I giochi sono finiti, piccolo profeta. C’è un mondo da riscrivere e tu ne sarai la penna. Ma prima... dobbiamo trovare i tuoi nuovi libri, e ti assicuro, non saranno di preghiere.»
Elia non provò paura, solo un'intensa, cupa gratitudine. Guardò i preti massacrati, guardò il corpo inerte della suora, e capì. L’aveva fatto lui.
Il ragazzo chinò il capo sul cadavere. Il discepolo aveva accettato la sua guida. La carne, svuotata, aveva trionfato.
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