72 ORE

 

Il rumore non apparteneva più alle cose che lo avevano generato. Non era sirena, non era urlo, non era il lamento delle gomme sul catrame bagnato; era un’unica massa sonora, informe, che pulsava contro i timpani come se volesse entrarci. Avvertii la sensazione spiacevole che non provenisse dall’esterno, ma da dietro gli occhi.

L’aria sembrava aver subito la stessa contaminazione. Il tanfo di benzina e metallo arroventato arrivava in onde irregolari, e in mezzo c’era quell’altra nota, dolciastra, appiccicosa, che raspava in gola come un’unghia spezzata. Cercai di convincermi che fosse un odore familiare, per normalizzarlo, ma il pensiero che potesse diventarlo mi diede la nausea.

Eravamo incastrati tra due auto ripiegate su sé stesse come carcasse d’insetti. Il furgone blu che avrebbe dovuto portarci via era finito contro un semaforo storto, proprio all'angolo del Lungo Po Antonelli. Le luci lampeggiavano a intermittenza, senza sequenza, come un codice che nessuno avrebbe mai decifrato. A pochi metri, la sagoma austera del Monte dei Cappuccini si profilava contro il fumo nero che si sollevava dagli incendi, come un monito di pietra su tutto quel caos urbano. Ci muovevamo nel cuore di Torino, una città che fino a 72 ore fa credevo di conoscere, e che ora era solo un palcoscenico di lamiere e disperazione. I clacson bloccati non suonavano più: gemettero.

E quel gemito copriva ogni altra cosa, perfino la voce di Marcus. “Muoviti… muoviti, ti prego…” urlò. O forse lo sussurrò. Le sue parole arrivarono spezzate, come se l’aria stessa non volesse trasportarle.

Davanti a noi, la folla avanzava. Non c’era fretta nei loro passi. Quella lentezza era il contagio peggiore: insinuava l’idea che non avessero bisogno di affrettarsi, come se ciò che inseguivano fosse già loro. Camminavano con un trascinamento monotono e disumano, simile a quello dei pendolari stanchi di fine giornata, ma privi di occhi con cui incrociare i tuoi.

Vestiti strappati, tute da lavoro sporche, giacche che conservavano ancora la piega della vita precedente. I volti—se si potevano chiamare tali—parevano scolorire a ogni passo, smussarsi, diventare intercambiabili. Per un istante mi sembrò che non fossimo circondati da persone, ma da una sola figura che si ripeteva, come un errore di stampa.

Ed ebbi l’impressione, fugace e gelida, che se fossi rimasto a fissarli un secondo di troppo, avrebbero finito per somigliarmi. Erano troppo familiari, e forse era questo il dettaglio che faceva tremare lo stomaco. Guardandoli, non riuscivo a scacciare l’impressione che fossero soltanto un riflesso sfocato di noi—una copia che la realtà aveva partorito male, come un’immagine allo specchio lasciata troppo a lungo sotto la pioggia.

Intorno, il panico si propagava senza dignità. La gente correva in direzioni opposte, urtandosi con ferocia, più bestiale di ciò da cui fuggiva. Nessuno sembrava ricordare come funzionavano le mani tese: servivano solo a spingere, non a sorreggere. Una donna scivolò a pochi passi da noi; rimase a terra un momento di troppo, come se il pavimento le avesse risucchiato la volontà. Cercò una via di salvezza aggrappandosi alla caviglia di un uomo in giacca e cravatta. Le sue unghie graffiarono la stoffa con un suono sottile, quasi un piagnucolio.

L’uomo reagì con un nervosismo animalesco, colpendola con la punta lucida delle scarpe. Lo fece senza guardarla davvero, come se temesse che riconoscerle il volto lo avrebbe contaminato. Nel suo tentativo di liberarsi, perse un istante. Un minuscolo frammento di tempo, insignificante in altri giorni, mortale in quello.

Due figure ceree si piegarono sulla donna. Non ci fu grido, né scena plateale. Solo un tonfo morbido, quasi educato, come se il corpo avesse accettato di cedere. Poi un suono di masticazione, ritmico, familiare in modo insopportabile—come se chi divorava fosse stato abituato a quel gesto da sempre.

Per un momento ebbi la spiacevole sensazione che non sapessi più distinguere chi fosse la vittima e chi lo zombie. Il confine sembrò sfilacciarsi, proprio come i vestiti sull’asfalto.

«Il ponte!» urlò Marcus, ma il suo tono aveva perso qualunque autorità; era una parola lanciata nel vuoto, che rimbalzò sulle superfici come un eco senza padrone. «Dobbiamo arrivare al ponte…» ripeté, più piano, come se non fosse più sicuro del senso di quelle sillabe.

Seguimmo la sua indicazione con lo sguardo e il Ponte Vittorio Emanuele I apparve tra la nebbia di scarichi e polvere. Ma non come via di fuga. Somigliava più a un imbuto di corpi—vivi e no—che si ammucchiavano verso l’alto, premendo, contorcendosi, scivolando l’uno sull’altro. La cupola imponente della Gran Madre di Dio, osservava tutto quel caos con i suoi occhi ciechi di pietra, impassibile, come se stesse aspettando la fine del rito. Le barriere metalliche erano già piegate, forse da troppa disperazione o da mani incapaci di distinguere la direzione del pericolo.

Osservando quella massa che si spingeva verso la rampa, si insinuò un pensiero che non avevo mai formulato così chiaramente, e la sua lucidità mi gelò più dei denti degli zombie. Il ponte non ci avrebbe salvati. Era solo un altro luogo in cui avremmo potuto soffocarci con la nostra stessa paura. Lì, la linea tra il sopravvivere e il calpestare chi ti sta accanto diventava sottile come la vernice graffiata di un guardrail lungo Corso Moncalieri.

Compresi—non con la mente, ma con una stretta allo stomaco—che i morti non avevano bisogno di correre per sterminarci. Non serviva la loro violenza: avremmo fatto il lavoro al posto loro, uno strato alla volta, come sedimenti umani impilati sull’asfalto. La loro lentezza non era un difetto, ma un’attesa paziente; sarebbero arrivati quando noi avremmo finito di ridurci in poltiglia per un sedile in auto.


Qualcosa scricchiolò dietro di noi, non come un rumore esterno, ma come una crepa dentro la nostra breve speranza. Il vetro posteriore del furgone cedette con un’esplosione secca che parve più un sospiro esausto che un atto di distruzione. Una pioggia di frammenti luminosi cadde sui sedili e sulla nostra pelle, fredda e appiccicosa.

L’odore dolciastro — quello che cercavo invano di non riconoscere — si intensificò fino a farmi lacrimare. Non entrò solo nelle narici: sembrò insinuarsi nei pensieri, come se potesse contaminarli. Il retro del furgone non era più un confine. Era una bocca aperta. Non occorreva voltarsi per capire che non stavamo aspettando che arrivassero. Erano già qui.

Il frantumarsi del vetro non fu soltanto un rumore: ebbe la qualità di una sentenza. Sentii la schiena irrigidirsi, come se qualche parte di me avesse capito che la nostra idea di controllo era sempre stata un oggetto fragile, simile a quel lunotto ora in frantumi. I cristalli si sparsero sul sedile come brina artificiale, e l’odore—quello che fino a un momento prima avevo classificato come semplice “carogna”—mutò improvvisamente. Non era più un odore esterno, ma qualcosa che si insinuava dentro, un’impronta olfattiva che pareva risalire la gola verso il cervello, cercando un posto in cui attecchire.

«Fuori. Subito.» La voce di Marcus suonò come se venisse restituita da una stanza vuota. Lo vidi chinarsi a recuperare il piede di porco sotto il sedile, le mani rigide in un tremore che cercava di imitare decisione.

Ciò che aveva sfondato il vetro non era un corpo, non ancora. Solo un braccio, infilato in una camicia a quadri ormai senza colore, agitava le dita come se stesse cercando di ricordarsi un gesto umano. Ma dietro quel braccio, la figura a cui apparteneva stava emergendo da una pila di pneumatici e corpi compressi in un miscuglio indistinguibile. I gomiti si piegavano all’indietro, invertiti, come se qualcuno avesse riassemblato quell’essere seguendo istruzioni incomplete. Ogni movimento sembrava guidato da una forza che imitava la vita senza comprenderla, come un burattino che non sa di essere morto.

«Sono… troppi, Marcus!» La mia voce mi tradì, incrinandosi. Tirai Emily verso di me. Il suo volto aveva assunto un verde spento, simile a certe luci al neon quando stanno per fulminarsi. Le mani le tremavano, eppure continuava a stringere la vecchia radio portatile contro il petto, premuta come si farebbe con un oggetto sacro. Il fruscio statico dell’apparecchio era coperto dal caos, ma capii che non cercava una frequenza: cercava una prova dell’esistenza di un altrove. Un pezzo di realtà dove la logica non era ancora collassata.

Scappammo senza ragionare, guidati da un istinto più simile alla fuga di un animale che al pensiero umano. Non verso il ponte—quella visione era diventata un teatro macabro in cui vivi e morti recitavano la stessa parte, confondendosi fino all’indistinguibile—ma nel reticolo di stradine laterali, dove le ombre sembravano più strette.

Superammo una cancellata arrugginita e ci ritrovammo nel cortile di un asilo nido. Le giostrine oscillavano, spinte da un vento troppo debole per giustificare quel movimento costante. Le catene emettevano un lieve cigolio, un ritmo infantile e stonato che si insinuava nel cervello come un ricordo fuori posto. Quel dondolio, innocente in un altro tempo, ora sembrava quasi osservare.

Per un secondo, mi sembrò che l’aria stessa trattenesse il fiato, confusa tra ciò che era gioco e ciò che era incubo.


Trovammo rifugio in un negozio di elettrodomestici, un approdo che, in qualunque altro giorno, sarebbe stato ridicolo. Eppure la porta scorrevole ci inghiottì come un portello di salvataggio, e il rumore della serranda che si abbassava fu un suono così definitivo da sembrare quasi irreversibile. Il suo CLANG metallico rimbalzò nell’aria stantia, e non se ne andò: restò lì, sospeso, come un chiodo piantato nella nostra percezione di “al sicuro”.

Eravamo in quattro. Io, ancora con il sapore del panico in bocca. Marcus, che stringeva il piede di porco come un’estensione del braccio, un’idea ostinata di controllo. Emily, piccola e fragile, con la radio incollata al petto come un bambino che teme il buio. E Alan. Il commercialista che avevamo tirato fuori da un taxi capovolto: magro, sudato, impregnato di una paura così pura da risultare quasi impersonale. Appena la serranda si chiuse, si sciolse in lacrime senza pudore, ripetendo frasi sconnesse. «Questo non è possibile… non è legale…» come se il mondo avesse violato una clausola che lui non ricordava di aver firmato.

Marcus si avvicinò alla vetrina. La superficie era velata da uno strato sottile di polvere, come se da tempo nessuno si fosse preoccupato di guardare fuori. Attraverso quella patina, la strada era distorta, un’immagine opaca che filtrava la folla. Continuavano a passare, quei corpi trascinati da un impulso monotono. Nessun passo frettoloso, nessuna corsa. Solo la certezza che, continuando così, avrebbero consumato qualsiasi concetto di distanza. Era come osservare la marea: lenta, ma inevitabile, e insensibile alla nostra chiusura di serranda. La sicurezza sembrò un concetto inadatto al luogo.

«Abbiamo cibo?» domandai, più per riempire l’aria che per reale fiducia nella risposta. Marcus frugò nel registratore di cassa, svuotato, come se sperasse che il meccanismo potesse sputare una soluzione non contemplata dall’ordine naturale delle cose. «Acqua. E due confezioni di batterie tipo D.» Pausa. «E un tostapane in esposizione.» Esitò, poi aggiunse quasi con vergogna: «Non molto utile.»

Alan smise di piangere con bruschezza, come se qualcuno gli avesse tolto la voce senza preavviso. Cominciò a tossire. Una tosse secca, sgraziata, che sembrava voler espellere qualcosa che non stava nei polmoni, ma nella mente. Emily era accucciata vicino a un’esposizione di televisori spenti. Tutti quei schermi ciechi puntati verso di noi davano l’impressione di essere osservati da occhi non ancora attivi.

«C’è… c’è qualcosa.» Le sue dita ruotavano la manopola della radio con una delicatezza quasi infantile. «Una voce… credo. Un notiziario. Interrotto.» Il fruscio intermittente sembrava più inquietante delle urla di prima. « Non andate verso la città. Restate in casa. Aspettate i soccorsi. I militari si stanno organizzan—» La voce si troncò, ma non con il solito scoppiettio statico. Sembrò piuttosto che qualcuno, dall’altra parte, avesse improvvisamente smesso di voler essere sentito.


La voce della radio si spense in un soffio, come un ultimo respiro strappato al buio. Non serviva aggiungere altro: la menzogna era già stata inoculata, sottopelle.

Alan balzò in piedi, febbrile, gli occhi rossi come se non avesse dormito da una settimana. «Lo senti? I militari! Non ci hanno abbandonati. Basta non perdere la testa. Questa non è… finzione. È un’emergenza. Ci sarà un protocollo, una catena di comando, qualcosa.»

Marcus lo fissò. Sembrava più vecchio di mezz’ora prima, come se quel tempo fosse bastato a consumarlo. «Protocollo? Lo Stato è marcito più in fretta dei cadaveri là fuori. Quel messaggio è un nastro automatico rimasto acceso in un bunker vuoto. Siamo noi quattro, un pezzo di lamiera… e quello.»

Indicò l’ombra che dondolava oltre il vetro, una figura che sembrava ricordare solo il gesto di bussare — o di voler entrare — con la mandibola che pendeva come un cassetto lasciato aperto. Ogni colpo contro la saracinesca era privo d’intento e proprio per questo più inquietante, come un bambino che continua una filastrocca senza più capirne le parole.

La tensione esplose. Alan parlava di legge, di soccorsi, di diritti come se l’apocalisse avesse conservato uno sportello reclami aperto al pubblico. Emily stringeva la radio al petto come un talismano, convinta che, se l’avesse lasciata andare, il mondo si sarebbe spento insieme ad essa. Io guardai Marcus. Lui aveva già attraversato il confine del sapere e non poteva tornare indietro. «Dobbiamo salire sul tetto.» «Perché?» domandò Emily, la voce un soffio. «Perché qui dentro non moriremo per loro… ma per noi. Fame, sete o discussioni. Questa serranda diventerà la nostra lapide. Dall’alto possiamo vedere. Possiamo scegliere dove andare, senza essere presi come topi in vetrina.»

Il silenzio che seguì era denso, quasi una sostanza. Poi arrivò quel suono. Un raschiare lento, chirurgico, contro il metallo. Come un’unghia… o un osso. Sempre nello stesso punto. Sempre più preciso. La perseveranza delle cose che non pensano, che non sentono dolore, solo un impulso. Alan gridò, isterico: «Non è possibile! Non… non è un accesso pubblico! Io… io chiamo la polizia!»


Marcus non rispose. Qualcosa in lui si era spento, o acceso troppo. Lo vidi attraversare la stanza con un passo che non ammetteva replica. Afferrò Alan per il bavero come si prende un cappotto da riporre per l’ultima volta, e lo spinse contro la catasta di ventilatori accatastati in disuso, che tintinnarono come ossa mal assortite. Il piede di porco si sollevò, non per colpire ma per dimostrare. «Non c’è sportello reclami, Alan. Non c’è fuoco dell’inferno o giudizio divino. C’è solo questo posto che marcisce mentre noi ci aggrappiamo alle sue regole come insetti che non sanno di essere già schiacciati.»

Fu allora che la vera forma dell’orrore si rivelò. Non quella che premeva contro il metallo, ma quella che si annidava dentro di noi, sgretolando ciò che restava del “noi”. La paura non ci stava assediando: ci stava riscrivendo, uno strato alla volta.

Mentre Marcus soffocava l’ultima protesta di Alan — non un urlo, ma un singhiozzo strozzato — quel raschiare alla serranda cambiò. Non era più un graffio. Sembrava un lavoro metodico, quasi un esperimento condotto da qualcosa di paziente. Il metallo cedette. Prima un taglio sottile, poi un forellino, nero come un punto messo a fine frase da una mano tremante.

Dal buco apparve un occhio. Non c’era intelligenza, né fame riconoscibile. Era come uno scarto di realtà, un globo vitreo appannato che rifletteva la luce in modo sbagliato, come se guardasse attraverso noi, non a noi. Una pupilla dilatata fino a coprire l’iride, innaturale, compressa a forza in un cranio che non sembrava più ricordare di essere stato umano.

Non era solo venuto a cercarci. Era come se ci avesse riconosciuti. In quell’istante capii: non avrebbero sfondato a caso. Il branco avrebbe seguito quell’occhio, come un ago magnetizzato sul foro. Tutto quel che si muoveva là fuori si sarebbe concentrato qui, guidato da un’unica, aberrante certezza. Eravamo stati notati. E in questo nuovo mondo, essere visti era una condanna.

«Il magazzino è sul retro» dissi, stringendo la torcia come un talismano. «Scale antincendio. Ora. O finiamo come reliquie accanto al tostapane.»

Il magazzino ci accolse con un buio che sembrava antico. Scatoloni impilati come bare leggere, la polvere che si sollevava a ogni passo, un odore di plastica stantia e cartone marchiato dal tempo. Alan, ancora scosso, non parlava: emanava proteste, a intermittenza, come un giocattolo rotto rimasto acceso. Marcus aprì la porta metallica con la cautela di un ladro in un tempio profanato. L’aria della notte ci colpì al volto: fredda, tagliente, portava con sé l’olezzo amplificato della strada… un vento che pareva passare sulle ossa del mondo.

Salimmo. Nessuno osò fiatare. Ogni gradino scricchiolava come se denunciasse il nostro peccato di essere ancora vivi. La scala d’argento ci portò sempre più in alto, fino a un punto in cui la città sembrava trattenere il respiro con noi.

Quando il tetto si aprì sotto i nostri piedi — piatto, cosparso di ghiaia che scricchiolava come vetro di sogni infranti — provammo un sollievo tanto intenso da vacillare. Per un istante, l’aria sembrò pura, come se l’altitudine ci avesse sbucciato di dosso la paura. La luna, enorme e piena, ci osservava dall’alto, regalando alla notte un colore d’argento malato.

Ci avvicinammo al parapetto. La vista ci trafisse.

La strada principale, illuminata dai fari lasciati accesi da automobilisti ormai senza futuro, non era più una strada ma un organismo. Un fiume di carne. Un pellegrinaggio blasfemo verso il nulla. Il loro movimento era lento, quasi solenne, eppure ineluttabile. Solo il fruscio delle suole trascinate e qualche gemito basso, cavernoso, rompevano quel silenzio sacrilego.

Visti dall’alto — tre piani sopra il naufragio dell’umanità — i non morti perdevano il volto, la storia, il nome. Non erano più persone. Erano una trama. Un tappeto pulsante di corpi, un brulicare di vermi che avevano imparato a camminare dritti, un’unica massa che la luna disegnava in sfumature di grigio e rosso.

Non era una folla. Era una geometria. Una forma vivente, tessuta di ciò che restava di noi. Quella era la civiltà, spogliata di ogni sovrastruttura, ridotta alla sua pulsazione più arcaica: nutrirsi.

Tutto ciò che avevamo costruito — governi, leggi, morale, sogni collettivi — era evaporato come nebbia al sole. Rimaneva solo quel movimento ottuso e instancabile, l’eco primordiale del branco che non sa pensare, ma sa divorare.

Alan si portò entrambe le mani alla bocca, come se volesse impedirsi di respirare la stessa aria di quel nuovo mondo. «Dio… Quanti… quanti sono?»

Marcus non distolse lo sguardo dall’orizzonte, i suoi occhi scrutavano non la folla, ma il buio oltre, come se temesse ciò che poteva arrivare dopo la fine. «Il numero non conta, Alan. Ne basta uno per trascinarci via dall’altra parte. E laggiù ce ne sono diecimila… forse più.»

Emily si strinse contro di me, un tremore che non proveniva dal freddo ma dall’idea che il futuro fosse sparito da sotto i nostri piedi. «Dove andiamo?» sussurrò. Era una domanda senza mappa, senza geografia, una domanda che appartiene ai naufraghi.

Marcus aveva ragione: il tetto era un santuario fragile, non una fortezza. Il supermercato attiguo — l’insegna arrugginita recitava ancora, beffarda, Market City — sembrava offrire più spazio, più anfratti dove nascondersi, e, per quanto improbabile, la promessa di scorte dimenticate. Era una specie di promessa sospesa: speranza e trappola insieme.

Tra i due tetti si apriva un vuoto che cantava pericolo. Quattro metri di aria vuota che aspettavano un passo falso come un macchinista aspetta il segnale. Un salto azzardato sarebbe stato un atto d’azzardo contro la gravità; una caduta, una resa immediata alla corrente umana sottostante.

Eppure, come se il mondo avesse preso a concederci piccoli trucchi crudeli, un passaggio di servizio in metallo collegava i due tetti: un ponte di manutenzione, stretto e traballante, una passerella usata anni prima per spostare gruppi di condizionatori. Arrugginito, grinzo, che cantava sotto il vento. Bastava un colpo di troppo e la sua geometria avrebbe ceduto, lasciandoci appesi come marionette cui hanno tagliato i fili.

«Devi andare tu per primo, Marcus,» dissi, trattenendo il respiro. «Se cede, io e Alan siamo fottuti.» Lui annuì, assumendo il ruolo del volontario senza fanfara. C’era un’ombra di calma nel suo gesto, come chi si accinge a fare ciò che va fatto perché non c’è alternativa.

«Rimanete bassi,» ordinò. «Niente rumore. Se facciamo casino quassù, attireremo quelli con ancora un barlume di cervello… o quelli particolarmente fortunati.» La sua voce non era forte, ma tagliente. Pareva misurare il vento prima di misurare i nostri nervi.

Marcus si avvicinò al ponte. Ogni passo fu un avviso. Il metallo gemette come un dente che si incrina, e la ghiaia sotto i nostri piedi invocò il silenzio. Era un attraversamento che sapeva di rito: non una corsa, ma un atto di fede sopravvissuta all’istinto.


Marcus iniziò la traversata, non camminando, ma strisciando lungo quella passerella corrosa, come se il metallo potesse inghiottirlo da un momento all’altro. Il ponte tremò sotto il suo peso e il suono — un pianto di ruggine — si propagò nell’aria immobile.

Un brivido mi attraversò la schiena come un filo di ghiaccio. Sotto di noi, la massa non morta sembrò risvegliarsi da una trance collettiva. Non alzarono lo sguardo — molti non avevano più muscoli per farlo, o neppure le vertebre — ma qualcosa cambiò nella loro dinamica. Il trascinare dei piedi, dei torsoli, dei resti… si fece più ritmico, più orientato. Come se un’unica attenzione muta avesse intercettato la nostra esistenza. Un ronzio sordo, sotterraneo, salì dalla folla: non un verso, non un lamento, ma il suggerimento di una coscienza collettiva malata.

E accadde. Dall’altro lato del Market City, una luce si accese. Una sola. Giallastra, sporca, come se filtrasse attraverso anni di polvere e mosche morte intrappolate nel neon. Una luce di emergenza che non aveva alcun diritto di funzionare ancora — e che proprio per questo, nel buio totale, sembrava innaturale. Illuminò una piccola finestra al piano superiore dell’edificio a fianco, un rettangolo di vita fuori posto nel teatro della decomposizione.

Alan emise un lamento mozzato, un singhiozzo che suonò quasi infantile. «Vedi? Vedi?! C’è qualcuno! Te l’avevo detto! È un segnale! Sono i soccorsi, lo sapevo!»

Marcus si irrigidì. Rimase sospeso a metà del ponte metallico, il corpo allungato sull’abisso. La luce gli proiettò un’ombra sottile e interminabile sul tetto del Market City, un’ombra disumana: lunga, innaturale, deformata. Sembrava allungarsi da sola, oltre la sua figura, come se cercasse di raggiungere il bagliore.

Per un istante, nessuno respirò. Nemmeno i morti, sotto di noi, sembravano farlo.

E allora fui io ad attraversare quella marea orrenda, che pareva inseguire ogni mio passo sul ponte traballante. La passerella vibrava sotto di me come una corda tesa, e ogni mio respiro sembrava un peccato di rumore contro il silenzio assassino della notte. Il vuoto sotto di noi non era aria: era fame. Era un alveare carnivoro che attendeva soltanto una scivolata, un urlo, una caduta.

Raggiunsi il tetto del Market City ansimando, le mani gelide e sporche di ruggine. Marcus mi afferrò per l’avambraccio e mi trascinò su, come si recupera un corpo dall’acqua nera. Emily stringeva ancora la radio al petto, come se quel fragile pezzo di plastica fosse un talismano. Gli occhi spalancati, lucidi di terrore e speranza mischiati.

Alan era a metà della passerella quando accadde l’inevitabile. La luce — quel tenue neon malato, quel faro di vita stonata nel regno dei morenti — pulsò. Una sola volta. Una specie di sfarfallio, come un battito d’ali di falena contro il vetro di un lampione.

E la folla sotto, come un solo organismo, rispose. Migliaia di colli spezzati, mandibole pendule e orbite vuote si sollevarono all’unisono, come girasoli necrotici che seguivano il sole all’incontrario. Le gole slabbrate produssero un suono che non apparteneva alla zoologia né all’umanità: un gorgoglio collettivo, un canto di richiamo verso la luce.

Alan s’irrigidì sulla passerella. La sua silhouette, alta e magra, tremava come una foglia intrappolata tra due venti opposti. «La stanno guardando…» mormorò. «La luce… attira loro.»

Marcus serrò la mascella. «Sbrigati, Alan. Cazzo muoviti!” Alan strisciava troppo velocemente. La passerella era instabile, e sotto il suo peso e il suo terrore oscillava ancora di più

La passerella gemette. Un bullone — piccolo, insignificante, eroico nella sua resistenza — cedette con un tic che echeggiò nell’aria come uno sparo.

Alan accelerò. O meglio: tentò di farlo. Il metallo oscillò, serpentino, e lui perse l’equilibrio. Le sue mani scivolarono sulla ruggine. Il suo piede mancò il bordo. Lo vidi cadere in avanti, non verso di noi, non verso la salvezza, ma lateralmente, verso il vuoto. Un rantolo. Una piccola, patetica protesta contro la gravità. Riuscì ad aggrapparsi alla passerella con una sola mano.

Sotto di lui, l’oceano di morti si agitò con una frenesia nuova. Braccia protese, bocche spalancate, dita adunche che graffiavano l’aria a pochi centimetri dai suoi piedi. Emily si portò una mano alla bocca. «Alan! Tieni duro!»

Marcus si sporse fino quasi a perdere l’equilibrio, tendendo la mano per offrirgli un appiglio, ma Alan era troppo in basso, scivolato nel vuoto di lato, e il suo corpo ondeggiava nel vento come una bandiera a mezz’asta, fragile e già pronta a cedere.

Alan urlò, una lunga nota disperata che fece vibrare la notte come un filo d'acciaio in frantumi. Il ponte scricchiolò ancora. La luce tremolò di nuovo. L’orda rispose. Sempre all’unisono.

Su quel tetto, in quel momento sospeso tra la caduta e il massacro, compresi la verità più sinistra di tutte: non era la sopravvivenza ciò che ci distingueva dai morti, ma la direzione del nostro appetito. E quella luce… quella luce stava per nutrire qualcuno. La domanda non era chi. Ma cosa.

E cadde. Scivolò nell’abisso mortale, e in fondo, in attesa come un dono impacchettato per una festa sinistra, c’erano loro. Il gemito galleggiò nell’aria come un filo di fumo, incerto, incrinato, spaventoso nella sua umanità residua. Non era un verso da “mostro”. Era un lamento da uomo che ricordava ancora, per un istante, di essere vivo—o qualcosa di tremendamente simile alla vita. Quel suono ci attraversò come una lama sottile e gelida, perché non era solo dolore: era la porta che si chiudeva sul mondo che eravamo stati.

Emily si tappò la bocca con la manica, un singhiozzo contenuto tremava sotto la stoffa. Marcus non si mosse. Rimase inginocchiato, le mani sul bordo del tetto, lo sguardo fisso verso la luce nell’edificio di fronte, come se costringersi a guardare avanti fosse l’unico modo per non crollare all’indietro.

“Non… non guardate,” sussurrai, e la mia voce mi sembrò appartenere a un’altra persona. Uno spettro che abitava le mie corde vocali. Davanti a noi, all’orizzonte, Torino bruciava. Colonne di fumo grigio si levavano dai palazzi, e le luci, tremanti come colpite da spasmi di morte, si spegnevano una dopo l’altra, inghiottite dal buio.

Il vento portò con sé un odore acre di carne bruciata, benzina e pioggia stagnante. Un profumo impuro che il mondo civilizzato non avrebbe mai riconosciuto come “suo”. Era l’aroma della fine, della decomposizione della normalità, come se la città stessa avesse iniziato a marcire.

La luce al piano superiore continuava a pulsare, incerta, come un cuore affaticato che lotta per non fermarsi. Una promessa? Una trappola? O magari un miracolo in ritardo? Il lamento cessò.

E in quell’interruzione, così netta da sembrare un taglio chirurgico nel buio, qualcosa nella folla dei morti si ridestò, un’onda silenziosa di attenzione che convergente verso di noi e verso quella luce. Le loro teste non erano fatte per guardare verso l’alto, eppure la marea sembrò vibrare all’unisono, come un organismo unico che sente una scintilla elettrica attraversarlo dalla coda al cervello. “Dobbiamo muoverci,” mormorò Marcus, ma non si alzò. Era una preghiera più che un ordine.

Il tetto attorno a noi scricchiolò, il vento fischiò tra le lamiere malferme come un violino stonato. Il mondo ci tratteneva il fiato addosso. Avanzare ora significava profanare sia la paura che il lutto. Ma restare fermi era un invito alla morte.


Un attimo dopo, un oggetto umido e informe fu scaraventato verso l'alto dalla folla sottostante, atterrando con un tonfo sordo a pochi metri dal banchetto. Era un braccio. Il braccio di Alan, ancora stretto nella manica della sua camicia a quadri, come se volesse raggiungerci un’ultima volta. Il polso e la mano erano lacerati, spolpati, ma il resto era lì: una reliquia macabra, una testimonianza indelebile della ferocia che si era consumata sotto i nostri occhi.

Emily emise un singhiozzo strozzato, coprendosi la bocca. Marcus si alzò lentamente, il volto teso in una smorfia che non sapeva scegliere tra disgusto, rabbia e un dolore che non voleva uscire. Il vento della notte gli scompigliava i capelli, ma non riusciva a portar via quell’istante.

Non c’era spazio per il lutto, non in quel mondo che divorava i vivi prima ancora che i morti. Il cordoglio era un lusso, e l’unico lusso che ci era rimasto era sopravvivere.

“La luce,” sussurrò Marcus, con una voce roca graffiata dall’orrore. “È l’unica cosa che abbiamo.”

E così, con l’immagine del braccio di Alan stampata nella mente come un marchio a fuoco, ci dirigemmo verso la fonte di quella luce giallastra. Una stella morente nel buio, ma pur sempre una stella. Trovammo un’altra porta di servizio, questa volta in alluminio, che conduceva a un corridoio interno. Marcus la aprì senza un gesto teatrale, come chi varca una soglia sapendo che dall’altra parte non c’è salvezza, ma inevitabilità. La porta si richiuse alle nostre spalle con un clic secco, che risuonò troppo forte, come un sigillo.

La semi-oscurità che ci accolse era densa, immobile, quasi solida. L’aria aveva un peso proprio, intrisa di polvere stagnante, di cibo dimenticato e di quel sentore sottile e crudele che appartiene solo a ciò che è rimasto troppo a lungo senza vita. Il caos della strada — le urla, il coro famelico, il clangore metallico — sparì di colpo. Qui non c’erano clamori, né assalti. Qui regnava un silenzio spettrale, spesso come un sudario. Solo il nostro respiro affannoso e il battito forsennato del cuore ricordavano che eravamo ancora vivi. O almeno… abbastanza.


Emily sfiorò la parete con le dita, come per assicurarsi che fosse reale. Le sue labbra si mossero in un sussurro muto, una preghiera o un tentativo di tenersi insieme. Il braccio di Alan, ancora lì nella retina e nei nervi, le aveva spezzato qualcosa.

Marcus annusò l’aria, come un animale in perlustrazione. “Questa puzza… non è recente,” mormorò. “È un posto morto da tempo.”

Il corridoio era stretto, soffocante. Una fila di luci al neon, quasi tutte spente, punteggiava il soffitto come denti marci. Solo una, alla fine del corridoio, tremolava in un battito irregolare, come una palpebra che si sforza di restare aperta. La luce che avevamo visto da fuori proveniva più in alto, forse da un piano superiore.

Un carrello per le pulizie giaceva ribaltato contro una porta antincendio, i prodotti sparsi come viscere chimiche: un flacone di ammoniaca rotolava piano, spinto dal nostro passaggio, rilasciando un respiro pungente. Si sentì un lieve… tic. Un rumore secco, lontano. Non abbastanza forte da farci sobbalzare, ma suff

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