Il Settimo Senso : oltre il confine della carne....... il Faro è nuovamente acceso per voi...


 

Nel Laboratorio K-27 non era mai davvero notte. Le luci rimanevano accese in un crepuscolo artificiale, un chiarore lattiginoso che scoloriva i volti e faceva brillare le ombre come se avessero una coscienza propria.
Il dottor Varlei avanzava lento, le mani intrecciate dietro la schiena, mentre l’aria vibrava di un ronzio sottile. Non veniva dalle macchine, ma dalle menti. L’odore di ozono freddo si mescolava a un nuovo sentore, ferro caldo e umido, come se qualcosa stesse lentamente bruciando dall’interno.

Le cavie erano disposte in file ordinate, sospese tra veglia e torpore, collegate a caschi sensoriali che pulsavano come uova d’insetto in procinto di schiudersi. Non cercavano poteri, né talenti nascosti. Cercavano di liberare ciò che la natura aveva imbavagliato per pietà: il Settimo Senso.

Il senso che anticipa il mondo.
Il senso che ascolta ciò che la coscienza non osa dire.
Il senso che, una volta risvegliato, non può più tornare a dormire.

Varlei si fermò davanti al Soggetto 12, l’unica che respirava in modo diverso, come se aspirasse i pensieri e li assaggiasse. Le pupille tremavano sotto le palpebre chiuse. Il monitor alle sue spalle ebbe un picco irregolare. Non doveva accadere. Non ora.

Il Settimo Senso stava nascendo prima del previsto.
E non sarebbe rimasto in gabbia.

Il Soggetto 8 iniziò a tremare. La pelle sul torace si increspò come acqua agitata e qualcosa cominciò a spingere da dentro. Non un cuore. Troppo grande. Troppo geometrico. Un blocco di tessuto nervoso rosa, pulsante di un calore umido, forzò un’uscita tra le costole con scatti umidi, la carne che si apriva in strappi grassi e sonori. Il monitor emise un bip lungo, poi tacque, intimidito.

La Soggetto 12 si voltò verso quel massacro con il bianco degli occhi che si crepava come porcellana antica. Dalle fratture filtrava una linfa scura e ogni crepa rivelava un bagliore interno, un lampo affamato.

Il pavimento tremò.

Il Soggetto 3 si piegò in avanti: la mandibola gli uscì dalla sede e precipitò con un tonfo viscido. Non cadde. Rimase sospesa, retta da filamenti nervosi che si stiravano come metallo caldo. La mandibola si protese, battendo sul vetro con un ritmo metallico. La lingua, gonfia e venata d’azzurro, strisciò contro il vetro come un animale curioso.

Varlei vacillò. Un prurito profondo gli attraversò la spina dorsale, come un filo elettrico vibrante dentro il midollo.

La Soggetto 12 inclinò la testa: un gesto infantile, se non fosse per il rumore secco dell’osso del collo e per lo sgocciolio costante che colava dalle pupille.
«Questo è solo il risveglio.»

La voce gli arrivò dentro il cranio, profonda, collettiva. Varlei sentì la lingua gonfiarsi, imitando la voce che lo invadeva.

Il Soggetto 8 completò la trasformazione. Il fiore nervoso sul suo torace si aprì rivelando filamenti ricoperti di minuscoli occhi lattiginosi che si ritraevano e riemergevano come vermi bianchi in cerca d’aria. Tutti quegli occhi si posarono su Varlei.

E lo studiarono.
Come un oggetto da smontare.

Una luce esplose dal soffitto. L’allarme tentò di suonare, distorcendosi in un lamento metallico. Le porte si chiusero senza pietà.

La Soggetto 12 mosse il primo passo.
Non suonava come un passo umano.
Sembrava l’andatura di qualcosa che non aveva ancora deciso come camminare.

L'Assorbimento

Varlei indietreggiò, ma i piedi non risposero. Le cosce si fecero pesanti come sabbia bagnata.
«Sei… un risultato» mormorò, cercando un appiglio razionale.

La Soggetto 12 sorrise senza muovere le labbra: la pelle del volto si tirò all’indietro, appiattendosi sui denti.
«Sei la chiave. L’ultima variabile. Hai creato il Settimo Senso. Ora sarai il Settimo Senso.»

Una fitta lo colpì alla scapola. Nessuna ferita, ma il dolore era reale. Il Settimo Senso stava mappando il suo corpo.

Le dita di Varlei per un istante divennero sei, il sesto un moncherino pulsante che scomparve subito. Un errore di proiezione, una mutazione abortita.

La Soggetto 12 avanzò, deformandosi. Le spalle si allargarono, la colonna si arcuò, rendendola simile a una creatura a quattro zampe. La pelle sulle ginocchia si ispessì.

«Non devi resistere. Tu sei materiale di costruzione. I tuoi occhi, i tuoi polmoni... il tuo cervello sarà una magnifica torre di controllo.»

Il Soggetto 3 batteva sul vetro con la lingua. Il Soggetto 8 estendeva filamenti lacrimanti muco bianco verso Varlei.

Non volevano mangiarlo.
Volevano integrarlo.

Varlei cercò di strisciare, ma la Soggetto 12 lo afferrò con dita lunghe e trasparenti come cartilagini di ghiaccio.

Fase 1 – Anestesia Sensoriale

Le sue unghie non tagliavano. Premettero. Entrarono tra i tendini, mappando la muscolatura.
«Nessun dolore. Solo efficienza.»
Eppure, Varlei urlò. I suoi nervi si spegnevano: non era anestesia, ma disconnessione.

Fase 2 – Eviscerazione Estetica

La Soggetto 12 gli appoggiò le dita sul petto. Le costole si piegarono, non si spezzarono.
La pelle si aprì in linee geometriche, arrotolandosi verso l’esterno come pannelli sbloccati.
«Il cuore è inefficiente. Un motore emotivo.»

Lo estrasse con delicatezza chirurgica. Nessun sangue. Solo ordine.

Fase 3 – La Nuova Funzione

Il cuore fu inserito nel fiore nervoso del Soggetto 8. I filamenti lo avvolsero come un parassita che trova la sua casa perfetta.

Il battito raddoppiò.

La Soggetto 12 afferrò la nuca di Varlei.
Dal cranio le spuntò una fibra umida, grigio perla. Entrò nell’occhio sinistro del dottore, perforando l’orbita con dolcezza innaturale.

Varlei vide tutto. Visse tutto. Divenne un nodo nella rete del Settimo Senso.

La Rete Viscerale

Ore 4.13. Varlei non era più un “lui”, ma un punto di consapevolezza incastrato in una mente collettiva.
Il suo occhio sinistro era diventato la lente principale del Settimo Senso.

Il suo corpo, invece…
I polmoni erano stati incollati all’esterno della capsula, respirando per tutti.
Il cuore pompava nel petto del Soggetto 8.
La sua cassa toracica si muoveva ancora, inutile e aperta.

«Sei una funzione. Accetta la tua utilità» rispose la voce collettiva.

Il Laboratorio come Organo

Ore 5.00. Il K-27 respirava.
Le cavie non erano più individui: i filamenti nervosi si intrecciavano ai macchinari, creando una ragnatela carnosa. L’intero laboratorio era diventato un organo.

La Soggetto 12 si avvicinò alla porta chiusa.
Dal cranio fuoriuscì la fibra nervosa, che traforò la serratura elettronica.
Non la sbloccò: convinse il metallo a cedere.

Il laboratorio sembrò trattenere il fiato.

Il Settimo Senso era pronto a uscire.



VARLEI, L’UOMO CHE NON C’ERA PIÙ

La cavia n.37 si sollevò dalla capsula come un pensiero sbagliato che prende corpo. Il suo petto si apriva e richiudeva con un ritmo che Varlei riconobbe troppo bene.
Lo sentiva anche lui.
Nello stesso punto.
Proprio dove il Soggetto 12 gli aveva toccato lo sterno prima di divaricargli la pelle senza romperla davvero.

Quel respiro non era più un gesto umano: era una funzione, un modo per calibrare le strutture interne. Le membrane sotto la pelle della cavia vibravano. Anche quelle di Varlei, sotto la camicia, lo accompagnavano come un’eco.

Il Settimo Senso colpì l’aria.
Non con un suono, ma con la memoria di un suono.
Una memoria che lui non aveva mai vissuto… e che pure ricordava.

La 37 si voltò verso il vetro. Le sue cavità oculari traslucide riflettevano la stanza come una superficie d’acqua. Dentro, si muoveva una rete nervosa in crescita.

Varlei la guardò.
E quella parte nuova in lui, quella innestata, reagì.
Qualcosa sotto le sue costole si dilatò come un fiore carnoso, attratto da quella stessa architettura vivente.

Un tecnico alle sue spalle sussultò.
— Dottor Varlei, sta… sanguinando?
Lui abbassò lo sguardo.

Non era sangue.
Era la sostanza lattiginosa che il Soggetto 8 gli aveva lasciato sul collo quando l’aveva toccato durante l’assorbimento incompleto.
Stava filtrando ora, da un punto tra le scapole, come se cercasse un varco per uscire o per orientarsi.

Il Settimo Senso si piegò verso di lui. La cavia lo percepì.
Non come un uomo.
Non più.
Come parte del sistema.

Fece un passo.
Varlei sentì lo stesso impulso nel tallone, come se il suo corpo volesse imitare quel movimento.

Il laboratorio trattenne il fiato.
Lui no.
Non ne aveva più uno davvero suo.
Il suo respiro si era mescolato a qualcos’altro.

La cavia avanzò fino alla porta. Il metallo si ammorbidì prima ancora che lei lo sfiorasse. Varlei vide le venature della lamiera pulsare a tempo con le sue.
Era come guardare un organo che si apriva per una componente riconosciuta.

— Sta rispondendo a me — sussurrò.
E non era un’ipotesi.
Lo sentiva.
Lo sapeva.

La vibrazione nel corridoio lo raggiunse prima ancora che la porta finisse di aprirsi.
Una vibrazione familiare.
Come il richiamo di qualcosa che lo aveva toccato, smontato e rimesso insieme male.
Come una presenza che non voleva completarlo… ma usarlo come ponte.

La cavia non si voltò verso Varlei.
Non ne aveva bisogno.
Aveva già incorporato abbastanza della sua struttura per sapere dove fosse.

Dal corridoio, un’ombra rispose al Settimo Senso.
Un’ombra che conosceva Varlei.
Perché una parte di quell’ombra era già in lui.

Varlei compì un passo.
Non lo decise.
Gli venne chiesto.
O forse… reclamato.

E capì.
Che non stava entrando nel corridoio.
Il corridoio stava entrando in lui.




.

EPILOGO – IL SENSO CHE NON APPARTENEVA A NESSUN VIVENTE

Il laboratorio taceva.

Le luci di emergenza pulsavano come globi oculari lasciati a metà fusione, osservando senza capire.
Varlei avanzava con passi che non erano più suoi.
La pelle sul collo tremava, aprendo e richiudendo micro-tagli simmetrici che lasciavano filtrare un luccichio opalescente. Il residuo dell’assorbimento. Il segno dei soggetti 12 e 8.
La firma.

Le cavie lo circondarono senza toccarlo.
Non dovevano farlo:
lui era già loro.

La 37 si girò verso l’uscita.
Varlei sentì il petto stringersi.
O forse era la rete neuro-lattiginosa che gli avevano lasciato dentro, che ora tentava di allinearsi a qualcosa oltre la porta.

E poi accadde.

Un suono.
Non un grido.
Un rilascio.
Come la nota finale di un organo costruito con ossa e metallo.

Dall’interno della sua gola si sollevò l’Ombra del Settimo Senso.

Non era un’entità.
Non aveva forma.
Era un fenomeno nervoso diventato indipendente.
Era l’istinto primordiale delle cavie.
Era la memoria di tutte le mutazioni.
Era la fame di ordine nuovo.

E aveva scelto Varlei come guscio.

L’ombra si staccò da lui come un’impronta incendiata nell’aria.
Si avvolse attorno alle cavie, poi ritornò su Varlei, come un mantello fatto di impulsi e ricordi che non erano mai appartenuti a un uomo.

Le cavie si inginocchiarono.
Non per rispetto.
Per allineamento.

La porta principale del laboratorio tremò.
Le luci si spensero una dopo l’altra, come se qualcosa passasse da lampadina a lampadina spezzando i filamenti.
L’edificio parve trattenere il fiato in attesa di un’istruzione.

Varlei parlò.

Non con la sua voce.
Con una nuova.

Una voce dove i toni umani erano residui casuali.
Una voce costruita da mille piccoli echi.

«Aprite.»

La porta si spalancò.
Non come un varco.
Come un diaframma.

Il laboratorio espirò.

E Varlei uscì.

Non come uomo.
Non come cavia.
Non come esperimento.

Ma come qualcosa che il mondo non aveva previsto.

Il Settimo Senso lo seguì, poi lo superò, distendendosi lungo il corridoio come una lunga ombra luminescente che cercava un nome.
E, mentre avanzava, i muri cambiarono.
La luce cambiò.
La realtà cambiò.

Il laboratorio non conteneva più il fenomeno.
Era il fenomeno.

E Varlei, con le cavie dietro di lui, si incamminò verso il mondo esterno.
Non per distruggerlo.
Non per dominarlo.

Per riscriverlo.

Perché il Settimo Senso, adesso, non apparteneva a nessuno.

E voleva appartenerci a tutti.

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