La ragazza nello specchio
Si diceva che nessuno osasse guardarla. Non nel riflesso. Era un contagio oculare, un morbo della percezione che si diffondeva solo tra chi sceglieva di tacere.
La leggenda aveva una radice marcia, cresciuta nell'umidità delle menzogne. Si raccontava di una ragazza, anni addietro, che fu tradita e lasciata morire nel retro di uno di quei bagni pubblici, in un silenzio che solo la sporcizia delle pareti poteva contenere. Un testimone, forse un amico, forse un codardo spaventato, si limitò a guardare la sua fine nello specchio incrinato, senza alzare un dito, senza emettere un suono. Il suo ultimo sguardo non fu per il suo aggressore, ma per quel riflesso, quello dell'indifferenza e del silenzio complice.
Per questo, la ragazza non appariva, ma si coagulava nello spazio vuoto degli specchi, emergendo come una bolla di catrame nero dalle superfici lucide. Lo faceva solo per chi custodiva un segreto, un peso così grave da distorcere la realtà e macchiare la coscienza di chi lo portava, un fallimento morale insopportabile.
La città era un tumulo di vicoli malati, dove il vento non soffiava, ma strisciava, portando con sé solo odore di scolo e polvere umida. Gli edifici erano carcasse di cemento, e i bagni pubblici, dove la luce era sempre guasta, sembravano sacrari all'abbandono.
Non camminava, non parlava. Ti fissava con occhi troppo vasti, come due lune nere che non riflettevano nulla, solo inghiottivano. Il suo sorriso non era minaccia, ma la promessa certa di un'estinzione interiore.

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