Mozzo è tornato
L'Ultimo Circo Sulla Cenere: Il Ritorno di Mozzo
Il vento di cenere, intriso del fetore di ozono bruciato e vecchi hot dog radioattivi, sferzava il mio riparo improvvisato, un ammasso di lamiere contorte e insegne al neon mezze fuse. L'aria era un denso brodo di follia e polvere cosmica. In questo teatro di rovina, Mozzo è tornato.
Non con gli artigli di un mastino infernale o il moncherino di un dio caduto, ma con una parrucca arcobaleno. Una massa idrostatica, grondante melma viola e verde acido che un tempo doveva essere zucchero filato e disperazione concentrata. Era l’odore della strage di clown, l'essenza di un'infanzia terminata con un botto nucleare.
L’ha deposta ai miei piedi—o meglio, ai piedi della mia unica gamba funzionante—come fosse la Santissima Reliquia del Sacro Ordine dei Pagliacci Dannati. La parrucca pulsava, un cuore finto che non aveva mai conosciuto la gioia.
Mozzo, il cagnolino-abominio che non ringhia, ma emette un cigolio di bicicletta arrugginita, ha iniziato a girare su sé stesso. Non era una danza, ma il blocco cinetico di un frullatore cosmico in cortocircuito.
Un giro. La parrucca ha vibrato.
Due giri. Il metallo fuso nel terreno ha sussultato.
Tre giri. Quattro. Cinque. E poi, il crollo mistico.
È caduto, un piccolo ammasso di pelo spelacchiato e traumi canini, fissandomi con quegli occhi che riflettevano solo la luce malata delle nubi tossiche. Si aspettava una standing ovation. Io, invece, ho guardato l'oggetto. Mi sono chiesta se la parrucca avesse un'anima. O, più probabilmente, l'acido solforico.
Lui. Il cane ruba-arti. Il piccolo bastardo peloso che non mi ha lasciato solo lo scheletro della mano, ma l'ha trasformata in concime accelerato per i lombrichi post-atomici che strisciano sotto le placche del terreno. Mi ha portato via la mano che scriveva. L'unica cosa che mi teneva lontana dal diventare un altro pezzo di mobilia marcia.
Mozzo, il cane-clown dimenticato da Dio, era tornato per reclamare il suo premio: la mia sanità mentale.
L’Ultimo Sputo di Circo
D’un tratto, l’illuminazione, come un flash di una macchina fotografica di un’epoca dimenticata.
Mozzo è il figlio del circo. Non di un tendone con tre piste, ma di un circo-macello posseduto. Un inferno ambulante fatto di palloncini all’elio ripieni di gas nervino e dolcetti confezionati con la pura essenza della disperazione. Mozzo non ha succhiato il latte materno. Ha succhiato pop-corn raffermo dalla mammella della follia e ha dormito su materassi imbottiti di risate forzate e sabbia di gatti mutanti.
Non è un cane. È l’ultimo clown quadrupede, un relitto biologico abbandonato dal proprio padrone come un calzino parlante a fine spettacolo, in questo mondo dove anche la pioggia ha un colore inquietante.
La Sostituzione Plastica e il Battesimo della Penna
Mentre Mozzo si leccava le ascelle con l'intensità di chi cerca la soluzione alla teoria del tutto in un’aroma di sudore e paura, io sentivo l'impulso narrativo cosmico. Dovevo scrivere, annotare questa farsa macabra prima che il fumo nel mio cervello si diradasse.
Ma la mia mano destra era compost. E in quel momento, Lei è apparsa.
La Dea-Manichino. Era appoggiata a un muro crepato, un monumento di plastica tossica con curve assurde e un fondoschiena che sembrava scolpito da un dio distratto, forse quello stesso dio che aveva dimenticato Mozzo.
Le ho staccato la mano con un amore furioso, il rumore del PVC strappato ha riempito l'aria come uno sparo. “PERDONAMI!” ho urlato, come un protagonista di un musical post-apocalittico scritto da David Lynch e diretto da un criceto sotto acido radioattivo.
Adesso era mia. La mia nuova mano: plastica dura, unghie laccate di un fucsia iper-tossico, anima assente. Non scrive. Tiene la penna come un ragno stitico che tenta di incidere il Sanscrito sul vuoto. Scrivo con la grazia di un piccione posseduto che cerca di evocare i morti attraverso la calligrafia.
Spero che migliori. Ma è più probabile che impari a scrivere con le scapole mentre Mozzo mi osserva, considerandomi una nuova, imbarazzante posizione del yoga nucleare tantrico.
La Mano che Giudica e L'arrivo di Kira
Il silenzio carico di smog viene rotto. Kira arriva. Non cammina; si trascina come un pezzo di spazzatura animata, l’odore di muffa e carne avariata che la precede.
Mozzo ringhia, ma è un suono misero che racconta traumi, palloncini scoppiati nel 1987 e compleanni finiti in tragedia chimica. Si raggomitola dietro di me, un piccolo terremoto di terrore.
La mano fucsia—quella plastica, fredda, vendicativa—ha fatto un movimento. Ha girato. E mi ha mostrato il dito medio.
Sì.
Il.
Dito.
Medio.
Un oggetto inanimato, costruito per vendere vestiti a un'umanità defunta, mi ha appena giudicato. Il sarcasmo dell'apocalisse.
Kira, la zombi, inciampa su sé stessa, cadendo tra le mie gambe come una cerniera rotta gettata nella cenere. “Scusa,” sibila, la voce un raschio di ruggine. È il suono di un frigorifero che chiede scusa per essere freddo.
Poi:
“AAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHH! LA MAIONESE È VIVA! VIVA, TI DICO!”
Un urlo, un annuncio, una rivelazione mistica che solo un cervello morto può concepire in modo così chiaro.
Il Clown (In Mutande da Eroe)
E allora, è arrivato. L’uomo. La leggenda. L’incubo tessutale.
Indossava solo un paio di mutande da supereroe (con un emblema sbiadito), infradito fluo e un cappello da cowboy ricoperto di brillantini appiccicosi. Sulla schiena, uno zaino borchiato da cui spuntava il manico di un violoncello e, forse, Satana in persona.
Correva. Correva come se avesse la cataratta infuocata nelle chiappe.
Sulla spalla: la toppa da clown del circo maledetto. Sotto la pelle: solo pazzia liquida e fondotinta scaduto dall'epoca del Grande Crollo.
Mozzo lo vede. Trema. È LUI. Il padrone. Il carnefice. Il fabbricatore di incubi iper-saturi.
Il Clown. Il Male che fa BOING.
L’Allegria e la Pistola a Corianodoli
"FAST?!", urla il pagliaccio, il sudore che si mescola al trucco sbavato. "Che diavolo ci fai con una zombi? E con... quella roba là?!"—indica Kira come se fosse un tostapane parlante con la rabbia.
Tira fuori l'arma. Non una 9mm. Una spara-coriandoli cromata. E una mazza gialla di plastica che emette un disgustoso "BOING!" ad ogni movimento.
Occhi sgranati. La follia si condensa nelle sue pupille. "NON VI AVVICINATE O VI TRASFORMO IN ARCOBALENO E MI PENTIRÒ DI AVERLO FATTO!"
Kira, la profetessa della maionese viva, non risponde. Avanza. Silenziosa. La sua sagoma è quella di un frigorifero assassino.
PAF.
Un getto. Un’esplosione di coriandoli radioattivi che coprono l'aria con un odore metallico. Si dispiega uno stendardo, scritto a mano con del sangue finto:
“BUON COMPLEANNO, INFERNO.”
Tutti immobili. Un silenzio più denso della nebbia tossica. Mozzo inclina la testa, forse valutando la potenza di fuoco. Kira alza un sopracciglio, un movimento lento e inquietante.
Io? La mia mano manichino alza il braccio. E applaude. Un lento, sferzante slow clap di sarcasmo cosmico.
Il pagliaccio sussurra, la voce spezzata: "Non... non doveva andare così. Doveva essere un botto di gioia!"
E io rispondo, la voce calma e roca come il fischio del vento tra le rovine: "Bentornato, padrone. Il mondo è ancora uno scherzo. Ma ora siamo noi che ridiamo per ultimi."
Caffè Chernobyl e Il Brunch Degli Orrori
Il clown urla. Un urlo che mescola gioia isterica e terrore chimico. Si fionda nel bar distrutto. L’insegna pende come una promessa infranta da un macellaio:
“CAFFÈ CHERNOBYL – Oggi offriamo la tazzina e la mutazione. E forse una cura.”
“SERVITEMIIIIIIIIIIIIII!”
Ma il bar non è un luogo di ristoro. È un’incubatrice. È gestito da zombi con sei braccia, occhi di vetro fuso e allergici al trucco. Sono affamati di allegria morta.
Dietro il bancone, un barista mummificato finge di preparare il caffè. Il fischio della moka arrugginita è un lamento nel vuoto, il rituale sacro del veleno caldo.
Tre clienti zombi lo guardano, fermi come statue di sale tossico:
Uno con la faccia che cola letteralmente, come un uovo marcio al sole.
Uno con il badge “Luigi – Contabile” attaccato alla carne putrefatta.
Una zombi pin-up anni ’50 con i capelli di paglia metallica e un vestito macchiato di qualcosa di organico e innominabile.
La pin-up si alza. I suoi occhi bianchi come l’amianto fissano il Clown.
“Tu... hai odore... di zucchero filato e bugie,” sussurra, la voce un fruscio di carta vetrata.
Lui solleva la mazza. "È magica! L’ho vinta al Luna Park prima che diventasse una fossa comune tossica!" BOING!
Lei lo fissa. “O di... maionese vivente.”
La BOING-Apocalisse
Lui attacca. BOING! BOING! BOING! Ride come una sirena rotta, un suono che tortura l'udito.
Ma la zombi è veloce. Afferra il suo polso come una morsa d’acciaio arrugginito. Gli ruba la mazza. E lo pesta.
BOING! BOING! BOOOOOIIIIINGGGG!
Il pagliaccio urla, il trucco che cola come cera sotto il sole radioattivo. "SONO ALLEGRO, NON IMMORTALEEEEE! MI SONO SOLO FATTO IL RITOCCO AL FONDOTINTA!"
I due zombi al bancone si alzano. Luigi il contabile sembra eccitato. Mozzo si siede sulla parrucca arcobaleno. Sgranocchia popcorn immaginari. Kira? È una statua in contemplazione mistica.
Il clown implora, la sua maschera di gioia è infranta: "GIURO! PASSO AL BIOLOGICO! SMETTO CON LE RISATE FINTE! FARÒ YOGA!"
La zombi-pin-up lo guarda. Un ultimo, lungo sguardo di vuoto.
“Troppa allegria. Troppa vita. È fastidioso per noi che siamo morti così male.”
Silenzio. Un singolo, piccolo, lamentoso BOING mentre la mazza cade nel liquido sul pavimento.
Mozzo sbadiglia, leccandosi un artiglio. Kira, la zombi, applaude lentamente con un solo braccio. La mano di plastica fucsia esegue un altro, glaciale slow clap.
Io mi stringo la giacca a vento piena di toppe. "Sai che c’è? Meglio da sola. Più Caffè Chernobyl per me."

Commenti
Posta un commento
Puoi commentare , prometto che non verrà nessuno a cibarsi del tuo cervello