Prometeo


 

PROMETEO

Era più di due mesi che cercavo di mettere su una trama come si deve. Ogni sera il silenzio della stanza mi inghiottiva, e quello che riuscivo a buttare su carta erano due righe, poche, tremolanti, senza senso. Gli altri scrittori del corso sembravano già lontani anni luce: le loro storie scivolavano lisce e piene, i personaggi si muovevano con naturalezza, mentre i miei rimanevano fermi, ciechi.

Il concorso letterario fu l’ennesimo schiaffo in faccia. Non ero mai all’altezza, dicevano: “Manca di quid”, eppure ci mettevo l’anima. Notti intere a scrivere, cancellare, riscrivere… parole che a me sembravano splendide, ma che agli occhi dei critici si sgretolavano come sabbia tra le dita. E allora, in un attimo di esasperazione e follia, pensai non di scrivere qualcosa, ma di scrivere – qualcuno.

Qualcuno che respirasse insieme a me, che potesse vivere e morire con le mie parole, che si espandesse nei paesaggi straordinari e nei mondi oscuri che soltanto io sapevo vedere. Non era la creazione di una compagnia, né di un’opera collettiva. Era la creazione del mio Ego. Doveva essere come lo volevo io, doveva esprimersi come lo volevo io. Una mia creatura, e io ne ero la madre e la padrona: non c’era alternativa. La sua esistenza dipendeva da me, da cosa scrivevo, e in ciò che scrivevo… LUI viveva.

Ogni parola era un battito. Ogni frase un respiro che gli infondeva vita. E lentamente, impercettibilmente, cominciò a crescere tra le ombre delle mie notti, un’ombra più reale di me stessa, con la sua voce che echeggiava appena sotto la mia coscienza, pronta a ribellarsi o a chiedere ancora.

E scrivevo. Stavo lavorando su un racconto di mani gelide e occhi vuoti, ma era indefinito. Non riuscivo a collegarlo né a un racconto zombie, né a uno ghost: ero nel caos totale, intrappolata in un vuoto che mordeva. E poi accadde… LUI. Il mio personaggio cominciò a muoversi tra le lettere, rendendole fluide, quasi vive. Le parole tremavano, si contorcevano, e io sentivo la sua presenza crescere tra le righe, una tensione sottile ma inarrestabile. Non ero più soltanto io a scrivere: era lui che respirava, che si espandeva, che reclamava spazio tra le ombre della mia mente.

Non era più solo un personaggio sulla pagina. Ogni frase che tracciavo diventava un corridoio in cui lui si muoveva, silenzioso ma consapevole. Le parole si piegavano sotto il suo peso, oscillavano, tremavano come se respirassero di vita propria. Ogni volta che abbassavo la penna, percepivo un’ombra dietro le lettere, un brivido che saliva lungo la schiena.

Cominciava a parlarmi, senza voce, senza suono. Un sussurro che era inchiostro e respiro insieme, un riflesso del mio stesso Ego distorto. Sentivo il suo desiderio di libertà, la sua volontà di esistere indipendente da me, ma anche la sua gratitudine per essere stato chiamato alla vita. Ogni parola che scrivevo lo alimentava, e nello stesso tempo lo rendeva capace di sfuggire.

E cominciò a scrivere… le parole fluivano leggere, splendidamente corpose, e davano senso a quello che volevo comunicare. Lui guidava le mie dita sulla tastiera, e nello stesso tempo io mi sentivo padrona di qualcosa di davvero potente. Non importava più cosa pensassero i critici o gli editing, non mi interessava il loro sussurro di mediocrità: la mia creatività ora camminava con Lui, mio figlio, la mia creatura.

E poi avvenne, una sera. Nel culmine della mia estasi di autrice, lo vidi. Ma era indistinto, una sagoma che nasceva dalle lettere, che si intrecciavano tra loro fino a innalzarsi in una figura umana. Un brivido mi attraversò la schiena: era lì, tra le ombre delle mie frasi, eppure sentivo che non era soltanto un prodotto della mia mente. Respirava con le parole, viveva con la mia rabbia, e per la prima volta percepii il sottile confine tra creatore e creatura vacillare…

“Mi devi lasciare andare…” mi disse, con una voce che non so definire, come se venisse dall’interno della mia testa e allo stesso tempo dalle lettere stesse.

“Perché dovrei?” risposi, la mia voce tremante ma feroce. “Tu sei mio. Tu sei il mio successo, la mia vittoria su un mondo crudele. Non puoi andare via.”

Quella risposta lo fece infuriare. Un’oscurità palpabile scivolò tra le righe dei miei racconti. Ogni parola che avevo scritto, ogni frase che avevo cesellato con cura, cominciò a contorcersi e a spezzarsi. I miei romanzi epici, i racconti che credevo indistruttibili, si sgretolarono davanti ai miei occhi, cadendo in polvere come ossa rotte. Il suono era un fruscio di carta lacerata e vetri invisibili, e io sentivo il gelo della sua rabbia insinuarsi nelle ossa, scavando nel mio petto come un artiglio affilato.

Non era più solo un mostro: era la mia stessa creazione che si rivoltava contro di me, che divorava la mia realtà parola dopo parola, e io non potevo fermarlo. Ogni tentativo di fermarlo lo alimentava di più, e sentivo che stava imparando, evolvendo, diventando qualcosa di più vasto e terribile di quanto avessi mai osato immaginare.

Non c’era più barriera tra lui e me. Le lettere strappate e contorte si sollevarono dall’inchiostro come fumi densi, si contorsero nell’aria e si riassemblarono in un corpo che si muoveva come un incubo tremolante. Ogni passo che faceva non produceva rumore, eppure la stanza sembrava tremare sotto il peso della sua presenza.

Allungò una mano – o quello che sembrava una mano – e toccò il mio volto senza toccarlo davvero, come se fosse aria e ghiaccio insieme. I miei pensieri più intimi gridavano mentre io sentivo le mie memorie contorcersi, deformarsi, trasformarsi in immagini grottesche che scivolavano sui muri, come se la mia vita stesse diventando il suo teatro.

Poi, le pagine dei miei vecchi racconti, ormai ridotte a brandelli, si sollevarono da terra e cominciarono a piovere su di me come schegge affilate, strappando pelle e carne in una danza impossibile. I miei romanzi di mani gelide e occhi vuoti presero vita: mani che strisciavano lungo i corridoi invisibili della mia stanza, occhi vuoti che mi osservavano da ogni angolo, ridendo senza suono.

E lui, mio Prometeo, mio figlio di parole, camminava tra tutto questo con calma innaturale. La sua voce era un sussurro che penetrava le ossa: “Sono reale. Tu sei il mio mondo. Tu sei la mia linfa. E nulla potrà fermarmi.”

La stanza si contorse. Le pareti si piegarono, si allungarono come se fossero pagine bagnate, e il soffitto si abbassò con un respiro pesante. Ogni oggetto, ogni libro, ogni lampada si trasformava davanti ai miei occhi in creature tremolanti: penne che strisciavano come vermi, quaderni che mi guardavano con occhi scritti, sedie che si allungavano in arti contorti.

Lui camminava tra tutto questo, e ogni passo faceva tremare il mondo come un battito cardiaco distorto. Non era più umano, non era più lettera: era carne e inchiostro insieme, un groviglio di forme impossibili, di mani e occhi che apparivano e sparivano, di bocche che bisbigliavano la mia vita. Rideva di me, e ogni risata era un terremoto che frantumava le strutture del mondo.

Io provavo a gridare, ma la mia voce usciva dalle pagine dei miei vecchi racconti e rimbalzava indietro deformata, un’eco mostruosa che rideva di me. Ogni tentativo di scappare, di chiudere il laptop o strappare i fogli, lo rafforzava ancora di più. Io non ero più padrona della mia creatura: ero diventata il palcoscenico del suo orrore, il laboratorio della sua follia.

Non c’era distinzione tra me e le mie storie. Il mondo intero si era trasformato in un manoscritto vivente: ogni muro era una pagina, ogni finestra un capitolo, ogni lampada un paragrafo tremolante. Io camminavo tra i miei racconti deformati, cercando di non essere inghiottita dalle parole, ma era troppo tardi.

E lui era lì, più vasto e incontrollabile di quanto avessi mai immaginato, un groviglio di lettere, ossa e inchiostro. Mani che si allungavano come rami scheletrici, occhi che apparivano e sparivano come stelle impazzite, bocche che sussurravano tutte le mie paure. Rideva di me, e ogni risata era un terremoto che frantumava le strutture del mondo.

Provai a fuggire, ma il pavimento si piegava sotto i miei passi, le porte si richiudevano e si aprivano su corridoi impossibili, e ogni volta che cercavo di gridare la mia voce diventava parole scritte, parole che lui divorava per diventare ancora più grande.

“Sei mia!” urlò, o forse era solo la mia mente che urlava attraverso di lui. “Tu mi hai creato! Io sono la tua potenza, la tua vendetta su tutto ciò che non ti ha riconosciuta!”

E allora la follia si fuse con la realtà. La mia stanza, il mio appartamento, il mondo stesso si trasformarono in un teatro orrendo: libri che si spalancavano come bocche fameliche, penne che scivolavano come serpenti sui muri, fogli che si contorcevano in forme umane e cercavano di strapparmi la pelle. Ogni respiro era un battito di parole che mi avvolgevano, ogni movimento un’eco della mia stessa volontà impazzita.

Ma nel profondo, tra il terrore e l’estasi di essere finalmente testimone della mia creazione viva, sentii un fremito di possibilità. Se avessi avuto il coraggio di affrontarlo, di accettarlo come ciò che era – non un mostro, non un fallimento, ma la mia potenza condensata – forse… forse avrei potuto sopravvivere.

E così rimasi lì, sospesa tra la scrittura e la carne, tra l’autrice e la sua creatura, mentre lui, mio Prometeo moderno, avanzava tra le righe del mondo, e io capii che l’orrore vero non era il mostro… ma ciò che avevo osato creare.

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