Settore 9: quando la sopravvivenza è assimilazione

«Qualsiasi cosa accada, la supereremo insieme...»

Le parole della dottoressa Varon rimbalzarono nel corridoio sterile, mentre la porta automatica si chiudeva alle loro spalle con un sibilo d'aria compressa. Il pavimento rifletteva le luci al neon come una lama d'acciaio. Odore di ozono, plastica bruciata, e un battito sordo e regolare — tic-tic-tic — proveniente dalle pareti, come un cuore artificiale che aveva dimenticato di morire.

Il Settore 9 era stato sigillato dieci anni prima, dopo che gli esperimenti su campioni biologici estratti da un ghiacciaio siberiano erano andati troppo oltre. All’interno, avevano trovato una forma di vita perfettamente conservata: un insetto simile a una blatta, dotato di strutture neurali avanzate. Questa creatura si era rivelata un parassita che si riproduceva per infezione, entrando nel corpo dell’ospite e “riscrivendo” il suo sistema nervoso. L’uomo e l’insetto diventavano una sola cosa, e l’intelligenza collettiva prendeva il controllo.

Dietro la maschera filtrante, la dottoressa Varon tremava. Lui, Jonas, l'assistente tecnico, stringeva una torcia e una promessa che stava già per infrangersi.

Le luci intermittenti rivelavano un corridoio di vetro e acciaio, disseminato di capsule criogeniche ricoperte da uno strato di brina. Dentro, sagome indistinte: alcune umane, altre... meno. Sul vetro opaco di una capsula, una mano sottile aveva lasciato un’impronta fresca dall’interno.

«Varon, i livelli di energia sono stabili, ma l’ambiente è radioattivo» disse Jonas, scrutando il tablet. «Due minuti, non di più. Scattiamo le immagini, preleviamo un campione e ce ne andiamo.»

Lei annuì, ma il respiro accelerato la tradiva. Sul pavimento, tra la brina, c’erano segni netti di artigli. O di zampe.

La torcia di Jonas si spostò su una capsula incrinata. All’interno, un corpo mummificato, le orbite vuote, la bocca spalancata in un urlo congelato. Varon avvicinò il visore. Dalla cavità toracica spuntava qualcosa. Piccolo. Lucido. Chitinoso.

Le zampette si mossero appena, come un riflesso.

Jonas sgranò gli occhi. «È impossibile. Dovrebbe essere morto da un decennio.»

AUTORISVEGLIO – FASE 1

Il ghiaccio si frantumò con un suono acuto, e una nube di vapore gelido si espanse nel corridoio. Varon si tirò indietro, ma il fumo la avvolse. Dal visore appannato, vide qualcosa salire sulla parete. Veloce. Troppo veloce.

L'urlo di Jonas fu reciso, un suono strappato come carta. Poi, il silenzio assoluto. Non il silenzio del vuoto, ma il silenzio dell'attenzione.

Solo il Tic. Tic. Tic. regolare delle luci al neon. Varon rimase immobile, il cuore a 200, ascoltando il proprio sangue che pulsava più forte di qualsiasi segnale.

Quando si voltò, Jonas era immobile. La torcia, caduta, illuminava il suo volto... o meglio, ciò che ne restava. Sotto la pelle, qualcosa si muoveva in un movimento verminoso, lento e costante.

Varon si avvicinò, il suo corpo scosso da un tremore incontrollabile.

L’occhio di Jonas si aprì di scatto. Dentro, non c’era più iride. Solo un’ombra nera e lucida che si agitava come una massa di insetti in fermento.

Un suono sibilante, come un respiro innaturale, riempì la stanza.

Poi Jonas parlò. La voce era la sua, ma svuotata, metallica, distorta da una sinfonia di fruscii interni.

«Qualsiasi cosa accada, la supereremo insieme...»

Assimilazione e Ascesa

La dottoressa Varon inciampò all’indietro. Non riusciva a smettere di fissare il volto di Jonas. La pelle di lui si muoveva come sabbia viva, gonfiandosi in onde lente e viscide sotto il camice lacerato.

Un crack improvviso: la mandibola di Jonas si dislocò con un suono umido e scricchiolante. Un rivolo nero, denso come olio esausto, gli colò dal mento. Dentro, si vedevano le zampe: sottili, trasparenti, che scavavano verso l’esterno.

Varon fece un passo indietro, urtò un carrello di metallo. Le provette caddero a terra come vetri d’altare, e il suono terrorizzato rimbalzò lungo il corridoio.

Un’altra capsula si attivò da sola.

AUTORISVEGLIO – FASE 2

Il suono era freddo, meccanico, ma dietro quella voce sintetica si percepiva una volontà collettiva.

Varon corse verso l’uscita, ma la porta non rispose al comando vocale. Sullo schermo lampeggiava una scritta rossa: ACCESSO BLOCCATO – INFESTAZIONE BIOLOGICA.

Dietro di lei, Jonas emise un rumore secco, come il fruscio di ali che si dispiegano. Quando si voltò, vide la pelle della sua schiena aprirsi in un reticolo di tagli perfetti. Dalle fessure uscirono loro: minuscoli, traslucidi, ogni movimento perfettamente sincronizzato. Non scappavano. La osservavano.

Varon cominciò a gridare, ma il suono si spezzò in gola quando sentì il primo morso, minuscolo ma bruciante, sul polso. Scosse la mano, disperata. Un secondo morso, poi un terzo. Decine. Centinaia.

Il respiro diventò un rantolo. Sotto la pelle, le vene si gonfiavano di un liquido scuro che pulsava come un’altra vita, impiantata. Il visore le mostrava parametri impazziti, ma poi, un grafico apparve in sovrimpressione: sinapsi in riattivazione.

Un dolore lancinante alla nuca. Varon cadde in ginocchio. Sentiva qualcosa scavare nel cranio, spingere, cercare spazio.

La torcia, lampeggiante sul pavimento, le restituì l'orrore. Nel riflesso del metallo, vide la propria pupilla contrarsi e mutare in un ovale nero, brillante, insettoide.

Dalla radio gracchiante, una voce lontana chiamò: «Dottoressa Varon? Mi riceve? Qui base centrale, il contatto con il Settore 9 è instabile…»

Varon si alzò lentamente. Il sangue le scivolava lungo il mento, ma sul volto c’era un sorriso calmo, quasi materno. Schiacciò il tasto di trasmissione. La sua voce era cambiata. Era una sinfonia di sussurri e crepitii secchi.

«Qualsiasi cosa accada… la supereremo insieme.»

Il Coro

Un allarme stridulo squarciò il silenzio. Le luci si tinsero di rosso, a intermittenza, come un battito cardiaco maligno.

Allarme biologico. Settore compromesso. Attivazione sistema di contenimento.

Varon — o ciò che ne restava — camminava barcollando nel corridoio. Il camice era zuppo di sangue, la pelle chiazzata da vene nere che si diramavano come radici ostili sotto la carne. Ogni passo lasciava un’impronta lucida, viscida, come melma fresca.

Sulle pareti, le capsule si aprivano una dopo l’altra. Da dentro fuoriuscivano corpi deformi, ibridi, metà umani, metà insetti. Le ossa scricchiolavano come gusci, i denti cadevano per far posto a mandibole sottili e affilate. Alcuni sussurravano frasi spezzate, altri emettevano solo fruscii. Ma tutti si voltavano verso di lei.

Varon era la prima. La Regina.

Dalle ferite sul braccio, tendini e chitina si estendevano, filamenti duri e lucidi che pulsavano di un bioluminoso verde malato, intrecciandosi ai cavi elettrici esposti del laboratorio. Non solo controllava: era fusione. Ogni macchinario, ogni schermo, reagiva al suo comando, come se la rete neurale della colonia avesse elettrizzato la struttura stessa.

Una voce metallica cercò di sovrastare il caos: «SISTEMA DI AUTODESTRUZIONE ATTIVATO. EVACUARE IMMEDIATAMENTE.»

Ma non c’era più nessuno da evacuare. Solo il ronzio crescente. Un coro di zampette contro il metallo. Il battito collettivo della colonia.

Le telecamere di sorveglianza registrarono l’ultimo momento: Varon sollevò lo sguardo verso l’obiettivo, le pupille ormai completamente nere, e parlò con voce dolce, quasi rassicurante.

«Qualsiasi cosa accada, la supereremo insieme.»

Poi lo schermo si spense.

Nell’oscurità, il suono di milioni di ali si alzò in un unico respiro.

17 Giorni Dopo

Il deserto artico era tornato al suo silenzio. Solo il vento fischiava tra le strutture di metallo contorte. Una squadra di recupero avanzava lenta verso l’ingresso del laboratorio. Sulle tute bianche, la scritta BIOHAZARD RESPONSE UNIT.

«Tredici gradi sotto zero. Nessun segno di calore interno,» disse una voce nel microfono.

Il portellone principale del Settore 9 cedette con un colpo sordo. Dentro, il silenzio. Nessun corpo. Nessuna traccia di lotta. Solo superfici lisce, pulite. Troppo pulite.

«Ma dove diavolo sono finiti tutti?»

«Forse la decomposizione… o gli inceneritori automatici.»

«O qualcosa di peggio,» mormorò un terzo.

Camminarono lungo il corridoio. Il metallo sotto gli stivali emetteva un suono vischioso, appena percettibile, come un respiro trattenuto.

Le torce scorsero sui muri: sembravano intatti, eppure, a ogni fascio di luce, minuscole increspature si muovevano sotto la vernice, come se qualcosa scorresse appena sotto la superficie.

«Registrazione video attiva,» disse il comandante.

La videocamera agganciata al casco mise a fuoco la console principale. Una sola spia verde lampeggiava.

AUTORISVEGLIO – FASE 3 COMPLETATA

«Che diavolo significa “fase tre”? Non c’erano solo due protocolli?»

Nessuno rispose. Dal soffitto cadde una goccia nera. Poi un’altra. Le luci sfarfallarono.

Uno degli uomini alzò lo sguardo. L’interno dei condotti di ventilazione si muoveva. Non era un riflesso.

Centinaia di corpi minuti, lucidi, traslucidi, si ritiravano appena, come se osservassero. Poi, in un solo gesto perfettamente sincronizzato, si lasciarono cadere.

Le urla si mescolarono ai crepitii delle radio, al rumore di metallo contro metallo, e al suono umido di qualcosa che perforava le tute.

L’ultimo segnale video mostrò una torcia a terra, la luce che oscillava tra il sangue e un volto coperto di ombre.

Un volto che non era più umano.

Dalle labbra distorte, una voce familiare, dolce, sussurrò verso la telecamera:

«Qualsiasi cosa accada… la supereremo insieme.»

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