Il cielo su Genova: Il mare può essere salvezza o condanna


 

La città non urlava: ruggiva.

Le sue strade tremavano sotto il peso di passi disperati, un tamburo irregolare di vite in fuga. Le sirene si inseguivano nell’aria come spirali impazzite, tagliando il fumo che saliva dai palazzi in fiamme. Un’automobile, rovesciata su un fianco, dondolava ancora, lamentosa, come se non avesse accettato l’ultima collisione.

Poi il resto.

Il crollo.

Il boato.

Dal grattacielo del centro piovevano corpi. Alcuni ancora vivi, altri già reclamati dall’abisso. E tra loro, i morti viventi: sagome contorte che si abbattevano sulle auto, si rialzavano spezzate e riprendevano a muoversi con una fame che pareva atavica, primordiale. Era la resurrezione blasfema, un abominio in terra.

Elena non pensava alla pistola. Pensava al ruggito della città che era, in verità, un lamento antico, la prova che l’orrore era arrivato. Non era la fine del mondo, si disse tremando, ma la sua corruzione. Doveva raggiungere la Stazione Centrale. Lui l'aveva detto: ovunque, ma alla Stazione. Mio marito. Devo raggiungere Matteo.

La folla correva, una marea di occhi sbarrati, mentre dalle retrovie qualcosa strappava, mordeva, afferrava. Ogni urlo si perdeva in un altro urlo. Ogni colpo di pistola sembrava un passo indietro, non avanti.

Si gettò in un vicolo laterale, l’asfalto viscido di pioggia e altro. Il suo respiro era un suono assordante nel silenzio relativo che la pietra le offriva. Il panico cieco dei vivi era quasi peggio della fame dei morti.

Si strinse contro un cassonetto dell'immondizia, il metallo freddo e puzzolente l'unica cosa solida tra lei e il pandemonio della strada. Da dietro il cassonetto, un suono. Non il raschiare disumano che ormai conosceva, ma un gemito soffocato, una tosse umida seguita da un gorgoglio. Un suono umano.

Il cuore di Elena fece un balzo di speranza malata. Si sporse lentamente, afferrando un mattone sconnesso.

Vide un uomo in giacca e cravatta, accasciato a terra, con la schiena rivolta verso di lei. Stava vomitando una schiuma densa, nera, che si raggrumava sull’asfalto come una muffa accelerata. L'uomo tremava, in preda a un'agonia insopportabile, lottando contro qualcosa che gli strappava le viscere.

Elena sussurrò, a malapena: "Ehi... ha bisogno di aiuto?"

L'uomo smise di gemere. Si bloccò, come se il suono della sua voce fosse stato un interruttore. Lentamente, troppo lentamente, cominciò a girarsi.

La cravatta gli era scivolata di lato. Metà del suo volto era pallida. L'altra metà era un mosaico di vene nere pulsanti che si propagavano dalla tempia come radici. La testa si girò, ma il corpo la seguì con un secondo di ritardo, in un innaturale scatto spezzato.

Quando finalmente la sua bocca si aprì, non fu per rispondere. Fu per svelare una gola già scorticata e un desiderio non più umano. Il ruggito che uscì non era quello della città, ma il suo ruggito, la sua consacrazione all'abominio.

Il mattone cadde dalle mani di Elena. La donna si tirò indietro, spingendosi contro il cassonetto, il cui metallo emise un clangore sordo.

L'essere si sollevò in un solo movimento scattante. Elena sentì l'odore: ferro vecchio, zolfo e carne in decomposizione accelerata.

L'essere allungò la mano – che era ancora una mano, ma ricoperta di macchie nere – verso di lei.

"Matteo..."

Il suo unico pensiero non fu la paura, ma la destinazione. La Stazione.

Il suo unico pensiero non fu la paura, ma la destinazione. La Stazione.

In un lampo di reazione primordiale, la mano di Elena si chiuse sul mattone caduto. Lo scagliò con tutta la forza che aveva nel petto, mirando alla testa.

Tump.

Il mattone colpì l’uomo in piena fronte con un suono disgustosamente umido. La forza sarebbe bastata a spaccare il cranio a chiunque, ma il corpo non vacillò. L'essere si limitò a inclinare la testa, la pelle rotta dove l’impatto l’aveva sfregiata, lasciando intravedere qualcosa di biancastro e innaturale, senza nemmeno una goccia di sangue. Non c'era effetto. Non c'era dolore.

Il suo ruggito crebbe.

Elena capì. Non c'era logica, non c'era anatomia. C’era solo la fame.

L'essere si spinse in avanti, e in un istante, Elena si ributtò fuori, nell'inferno aperto del vicolo di Genova.

I vicoli erano un budello di carne in quei momenti. Stretti, oscuri, fatti per convogliare il panico. Uscendo, si ritrovò nel fiume di terrore in piena, spinta da corpi caldi che la usavano come scudo. Correva con gli altri, con la folla che era la sua salvezza e la sua condanna.

L’aria era densa, irrespirabile. Nonostante fosse pieno agosto, un freddo inspiegabile era calato sulla città, un freddo che non aveva nulla a che fare con la stagione, ma con la morte stessa. Il cielo sopra le teste, visibile a tratti, era un peso grigio, carico di nuvole nere che parevano fumo condensato.

Mentre correva, Elena vedeva l'orrore in ogni direzione. Un uomo inciampò su un sampietrino rotto. Due sagome contorte, le stesse che erano piovute dai grattacieli, gli furono addosso prima che potesse urlare. Due morsi rapidi e secchi. Subito dopo, un ragazzo con le cuffiette fu atterrato da un infetto che si era materializzato da un portone oscuro; il suono dello strappo della carne fresca arrivò fino a lei, coprendo per un attimo il fracasso dei passi.

Elena li schivava, i corpi che cadevano e quelli che si rialzavano. Era un balletto macabro di spinta e contorsione. Le gambe degli infetti che le venivano incontro erano spezzate e riattaccate in angoli impossibili, ma continuavano a muoversi.

Le lacrime le inondavano gli occhi per il terrore e lo sforzo, accecata dal dolore. La gola le bruciava. Ogni boccata d'aria era velenosa, il naso le si riempiva dell'odore pungente di zolfo e di putrefazione che si era insediato nell'aria genovese.

Un urlo la fece sobbalzare. Non era uno dei suoi, era quello di una donna anziana che le correva accanto. La donna venne afferrata per la caviglia da un infetto strisciante, e in un secondo venne trascinata via. Elena non si fermò. Non poteva.

La massa di fuggitivi si scontrò con la fine del vicolo, dove si apriva una piccola piazzetta dominata da un antico palazzo.

Matteo. Stazione Centrale. Avanti.

Ma la folla in corsa non aveva una direzione precisa, era solo panico. Il vicolo, quel budello di carne, si restringeva ancora di più, costringendo i corpi a un imbuto letale. Elena capì, con la lucidità fredda dell'istinto di sopravvivenza, di trovarsi di fronte a una scelta impossibile: avanzare in quell'assembramento significava farsi schiacciare o, peggio, essere rallentata per i mostri alle calcagna. Tornare indietro, però, significava immergersi nuovamente nella calca brutale e nel terrore dal quale era appena scampata. Le gambe le tremavano, le forze erano finite.

Vide un vecchio portone in legno massiccio, socchiuso. Senza un attimo di esitazione, vi si lanciò contro, scivolando dentro l'androne buio del palazzo. Si accovacciò dietro la porta, tirando il respiro con sibili rotti. L'androne odorava di muffa e cera antica, un contrasto quasi nauseante con la putrefazione che regnava fuori.

Si strinse al petto, sperando che la massa dei non-morti passasse velocemente e che potesse continuare la sua corsa verso la Stazione, che distava appena quattro isolati da lì.

Ma un pensiero le gelò il sangue nelle vene, più di quanto avesse fatto il freddo innaturale di agosto: i morti non venivano più solo dalle retrovie. Erano in arrivo, in massa, proprio dalla direzione della Stazione Centrale.

Si prese il viso tra le mani sporche. Allora l'apocalisse non era confinata a quel settore, ma si propagava da un punto focale che lei aveva cercato come un santuario.

Dallo spiraglio del portone, vide la processione. I passi non erano più un tamburo irregolare e impazzito, ma un trascinarsi coordinato, un'unica marea di sandali, scarpe da ginnastica e tacchi rotti sull'acciottolato genovese. Erano centinaia.

Uomini, donne, ragazzi e vecchi, tutti camminavano senza un'anima, involcri vuoti animati da qualcosa di orribile e primordiale. L’orrore di quella processione non era il caos, ma la sua ordinata marcia. Non si spingevano, non si mordevano tra loro. C'era solo qualche digrignare isolato, un lamento di bambini o di vecchi trasformati, e il suono viscido delle loro giunture spezzate che sfregano.

Elena trattenne il respiro, le lacrime ormai secche e amare sulle guance. Stava guardando la resurrezione in marcia. In quel miasma di morte, sangue rappreso e ossa a vista, il suo sguardo si fissò su una figura.

Un uomo con indosso una giacca leggera, che lei conosceva a memoria. Camminava male, la spalla sinistra abbassata, ma la sua altezza e la macchia scura sulla tasca della camicia... Era lui.

Matteo.

Camminava con gli altri, con la stessa andatura meccanica e affamata. I suoi occhi, quei suoi occhi azzurri che l'avevano guardata con amore per dieci anni, erano vitrei e neri. La sua bocca era leggermente aperta in un ghigno che non era il suo, ma quello del mostro che lo aveva consumato.

In quell'istante, non era più il mondo a crollare. Era Elena.

Proprio mentre passava davanti allo spiraglio del portone, Matteo si fermò. Il flusso della processione di mostri continuò a scorrergli accanto, urtandolo, ma lui rimase immobile.

Elena si premette le mani sulla bocca per soffocare un singhiozzo. La testa di Matteo scattò di lato. Un movimento a scatti, da uccello rapace. Il viso pallido e venato di nero si orientò verso il buio dell'androne. Le narici si dilatarono, vibrando. Per un secondo, un interminabile secondo, i suoi occhi morti sembrarono mettere a fuoco l'ombra in cui lei si nascondeva. Un muscolo sotto l'occhio di lui tremò. Un lampo, un’esitazione nel nulla del suo sguardo. Come se, da qualche parte in quel cervello spento, un neurone avesse sparato un ultimo segnale di familiarità. Elena?

Elena tese la mano verso il legno, le dita che tremavano. Poi, il vuoto tornò. Matteo sbatté le palpebre, il ghigno tornò neutro, vuoto. L'odore di lei si era perso nel puzzo della carne in decomposizione. Si voltò di nuovo verso la strada e riprese a camminare, un passo strascicato dopo l'altro, inghiottito dalla marea di sconosciuti.

Se ne andò così. Senza un addio, portandosi via l'ultima parte umana di Elena.

Lei scivolò a terra, la schiena contro il muro freddo dell'androne. Avrebbe voluto urlare, avrebbe voluto corrergli dietro e farsi sbranare da lui per non restare sola in quell'inferno. Chiuse gli occhi, aspettando la fine.

Ma nel buio, un altro suono si fece strada tra i suoi pensieri. Un ricordo. Il crepitio statico dell'autoradio, poche ore prima, quando il mondo aveva ancora un senso. La voce dello speaker, rotta dal panico ma insistente.

...protocollo di evacuazione marittima... ripeto... Molo Vecchio... zona Porto Antico... le navi della Marina sono al largo... gommoni di recupero in spola continua... raggiungete il mare...

Il mare. Genova era una trappola verticale, un labirinto di pietra che ti schiacciava contro le montagne, ma aveva una via di fuga. L'unica rimasta. Se la Stazione era il focolaio, se l'orda veniva da lì e spingeva verso l'entroterra, allora la via verso il basso, verso l'acqua, poteva essere libera. O almeno, percorribile.

Elena riaprì gli occhi. Erano asciutti ora. Freddi. Si tirò su, ignorando il dolore alle gambe. Non era più la moglie di Matteo. Era un animale braccato che vedeva uno spiraglio nella gabbia. Il Molo. Doveva scendere. Scivolare tra i vicoli in pendenza, tagliare verso Caricamento e sperare che ci fosse ancora qualcuno ad aspettare i vivi.

Controllò fuori. La coda della processione stava svoltando l'angolo. Il vicolo davanti a lei era momentaneamente libero, disseminato solo di cadaveri immobili e valigie abbandonate. Elena strinse i pugni. Spinse il portone. Uscì nell'aria gelida di quell'agosto maledetto, voltò le spalle alla direzione in cui era sparito Matteo, e iniziò a correre in discesa. Verso l'odore del sale.

La discesa lungo via San Lorenzo fu una caduta controllata. Elena lasciava che la gravità la trascinasse verso il basso, verso il mare, i talloni che battevano dolorosamente sull'asfalto. I palazzi si aprirono improvvisamente, rivelando la maestosità gotica della Cattedrale.

Il sagrato, solitamente affollato di turisti e piccioni, era un teatro di massacro silenzioso. Ma fu sui gradini di marmo, sotto l'austera facciata a strisce bianche e nere, che Elena frenò bruscamente, le suole delle scarpe che stridevano sulla pietra.

Lì, proprio all'ingresso della casa di Dio, c'era un sacerdote. Elena riconobbe la tonaca nera, ormai fradicia di un rosso lucido e denso. L'uomo era chino su una donna distesa sui gradini, una signora anziana con il cappotto buono della domenica, forse una delle perpetue che aprivano la chiesa al mattino.

Il parroco non stava pregando per lei. Con una ferocia che non aveva nulla di umano, l'uomo affondò i denti nel collo della donna. Elena vide la pelle tendersi e poi cedere con uno strappo netto, orribile. Il prete sollevò la testa come un cane che strappa la carne dall'osso, masticando freneticamente, il mento e il colletto bianco inondati di sangue.

La donna sotto di lui era ancora viva. I suoi occhi erano spalancati, fissi nel vuoto del cielo plumbeo, pieni di un terrore che andava oltre il dolore fisico. Le sue mani, deboli e tremanti, cercavano di spingere via le spalle del sacerdote, dita che un tempo sgranavano rosari e che ora scivolavano inutilmente sulla stoffa nera. Un gorgoglio soffocato uscì dalla gola della donna, poi le mani ricaddero pesanti sul marmo. La forza mostruosa di quella "fame" l'aveva vinta.

Elena rimase impietrita. Quell'immagine distruggeva l'ultimo briciolo di speranza spirituale che le era rimasto. Se nemmeno la santità proteggeva da questo male, allora non c'era davvero scampo. Era ipnotizzata dall'orrore, incapace di distogliere lo sguardo da quella comunione di sangue.

Fu un suono diverso a risvegliarla. Non il trascinarsi pesante degli adulti, né il passo cadenzato dell'orda. Era un rumore rapido. Un pat-pat-pat leggero, veloce, frenetico. Come passi di corsa durante la ricreazione.

Elena si voltò di scatto verso il lato della piazza. Il sangue le si congelò. Venivano verso di lei. Erano in tre. Piccoli. Bambini. Il più grande non poteva avere più di sette anni, il più piccolo forse cinque. Indossavano magliette colorate da cartone animato, ora strappate e luride. I loro volti paffuti, che avrebbero dovuto essere pieni di risa, erano maschere grigie e contratte.

Non correvano in modo disordinato. Si muovevano bassi, veloci, scattanti. Il bambino più grande, con i capelli biondi appiccicati alla fronte, aprì la bocca. I denti da latte erano scoperti in un ringhio acuto, simile a quello di una faina. Non c'era innocenza in quegli occhi lattiginosi. C'era solo la stessa, identica fame del prete, ma concentrata in corpi piccoli e agili.

Puntavano le sue gambe. Elena fece un passo indietro, il cuore che martellava contro le costole come se volesse romperle. I bambini morti non camminavano. Correvano.

Elena non aspettò di vedere il primo morso. Si girò sui tacchi, le suole che slittarono per un istante sulla pietra liscia del sagrato, e scattò. Non era una corsa, era pura fuga.

Dietro di lei, il suono non era quello pesante degli adulti. Era un picchiettio frenetico, multiplo, veloce. I bambini non avevano la massa corporea per essere goffi; erano agili, erano veloci e, liberi dai freni inibitori della mente umana, correvano con una coordinazione spaventosa. Sentì un ringhio acuto, quasi un guaito, vicinissimo ai suoi talloni. Uno di loro tentò di afferrarle la giacca, le dita piccole che graffiarono il tessuto senza trovare presa.

Elena si lanciò giù per la discesa di via San Lorenzo, sfruttando la pendenza per guadagnare velocità, rischiando di rompersi l'osso del collo a ogni passo. Con la coda dell'occhio, in un frame confuso dal terrore, vide il prete. L'uomo di chiesa si era alzato di scatto, il volto una maschera di sangue fresco che colava sulla tonaca, e si era unito all'inseguimento, muovendo le braccia in modo disarticolato ma determinato.

Ma fu ciò che accadde sui gradini alle sue spalle a rimanere impresso nella mente di Elena come un quadro deforme. L'anziana donna, la vittima, si stava muovendo. La trasformazione era stata immediata, ma il corpo non rispondeva. La donna era obesa, il cappotto pesante la avvolgeva come un sudario stretto. Annaspava sul marmo, le mani unte del suo stesso sangue che scivolavano sulla pietra, incapaci di sollevare la mole del suo corpo. Si girò su un fianco con un tonfo sordo, le gambe grosse che scalciavano l'aria in spasmi scoordinati.

Mentre Elena correva via, l'immagine della donna che cercava di puntellarsi sulle ginocchia, ricadendo pesantemente di faccia per poi riprovarci con un grugnito gorgogliante, fu di una tristezza infinita e orribile. Ci mise tempo, troppo tempo. Quando finalmente la sagoma corpulenta dell'anziana riuscì a raddrizzarsi, barcollando violentemente sotto il proprio peso come una nave che affonda, Elena era già lontana. La donna rimase indietro, una minaccia lenta e inesorabile che si univa alla coda della processione, mentre i demoni piccoli e veloci erano ancora lì, a pochi metri da Elena.

Il porto. Devo arrivare al porto.

Davanti a lei, la via si apriva. L'odore del mare si fece improvvisamente intenso, misto a quello di benzina e pesce marcio. Vide gli archi scuri di Sottoripa e, oltre quelli, la luce grigia del molo. Ma i bambini erano veloci. Il fiato di Elena si stava spezzando. Sentiva i loro passi leggeri guadagnare terreno, sentiva la loro fame impaziente. Non si stancavano. Lei sì.

Doveva trovare un ostacolo da mettere tra sé e loro, o non sarebbe mai arrivata all'acqua.

Elena esplose fuori dall'ombra dei portici di Sottoripa, irrompendo nella luce grigia e aperta del Porto Antico. L'odore del mare la investì in pieno, salmastro e freddo. Il porto era un panorama di caos: gente che correva verso i moli, imbarcazioni che cercavano di staccarsi, e ovunque, le figure barcollanti dei morti.

Ma il pericolo immediato era dietro di lei. I tre bambini erano rapidi, implacabili, un ticchettio di passi leggeri che guadagnava terreno a ogni secondo. Il prete era rimasto indietro, rallentato dalla sua stessa furia, ma i piccoli erano delle faine. Sentiva i loro ringhi acuti, il respiro sibilante a pochi metri dalla sua schiena.

Non poteva seminarli in campo aperto. Erano più veloci. Doveva usare l'ambiente.

I suoi occhi caddero sull'enorme sagoma di legno scuro ormeggiata alla banchina principale: il Galeone Neptune. Il vascello cinematografico, con i suoi alberi altissimi e le decorazioni barocche, sembrava un fantasma di un'altra epoca. Era una trappola, un vicolo cieco galleggiante. Ma era anche la sua unica possibilità di sfruttare la verticalità.

Con uno scarto improvviso, Elena deviò verso la passerella di legno che collegava la banchina al veliero. I tacchi rimbombarono sulle assi. I bambini la seguirono senza un attimo di esitazione, guidati solo dalla fame cieca che vedeva la preda salire.

Elena raggiunse il ponte principale. Era ingombro di cime arrotolate, finti cannoni di scena e barili. Perfetto. Non era un terreno per correre, era un percorso a ostacoli. Lei saltò una gomena, rischiando di inciampare. I bambini dietro di lei, agili e privi di cautela, la superarono con un balzo. Erano troppo vicini. Il più grande, il biondino con la faccia grigia, tese le mani artigliate verso la sua giacca.

Elena vide quello che cercava: un punto verso prua dove il parapetto del veliero era più basso, interrotto da un’apertura per le manovre di ormeggio. Oltre quel buco, c'era solo il mare scuro e oleoso del porto, tre metri più sotto.

Corse verso quel vuoto. Era un azzardo terrificante: se avesse sbagliato i tempi, sarebbe finita in acqua con loro. Sentì il fiato fetido del bambino più vicino sul collo. Ora.

Elena non rallentò. Invece, si gettò a terra in una scivolata disperata, rannicchiandosi contro il legno umido del ponte proprio un attimo prima del bordo.

La fisica fece il resto. I bambini non avevano la capacità cognitiva di frenare. Erano proiettili di pura fame lanciati alla massima velocità. Il biondino, che era quasi su di lei, inciampò sulla schiena di Elena. Il suo slancio, combinato con l'impatto, lo proiettò in avanti come lanciato da una catapulta. Gli altri due, troppo vicini per reagire, seguirono la scia del primo.

Elena sentì i corpi piccoli e leggeri passarle sopra la testa, un fruscio di vestiti strappati e ringhi sorpresi. Non ci furono urla. Solo tre splash pesanti, in rapida successione, nell'acqua scura sotto il galeone.

Elena rimase a terra, ansimante, il cuore che le esplodeva nel petto. Si trascinò carponi fino al bordo e guardò giù. L'acqua nera si stava richiudendo. Vide una manina pallida annaspare per un secondo in superficie, poi fu risucchiata giù. Non sapevano nuotare. O forse, il peso di quella non-morte li trascinava a fondo.

Erano andati. Il diversivo aveva funzionato. Ma mentre si rialzava, tremante, appoggiandosi all'albero maestro, vide sulla banchina la figura nera e insanguinata del prete che arrivava all'inizio della passerella. Lento, ma inesorabile.

Non c'era tempo per tirare il fiato. Doveva scendere da quella nave e trovare i gommoni.

Elena si concesse solo un secondo per riprendere fiato, aggrappata alle sartie del veliero. Il cuore le martellava così forte che le sembrava di averlo in gola. Guardò verso la banchina. Il prete era lì, all'inizio della passerella. La sua figura nera e rossa avanzava barcollando sul legno scricchiolante, bloccando l'unica via di discesa "civile". Il suo sguardo vitreo era fisso su di lei, le mani sporche di sangue protese in avanti come in una benedizione maledetta.

Non posso passare di lì.

Elena si guardò intorno freneticamente. Dal ponte alto del galeone aveva una visuale perfetta sul Porto Antico. E lì, circa duecento metri più avanti, verso la punta del Molo Vecchio, vide la salvezza. Luci stroboscopiche blu tagliavano la grigia foschia del pomeriggio. Tre grossi gommoni grigi, con la scritta "GUARDIA COSTIERA" e "MARINA MILITARE" sulle fiancate, erano accostati alla banchina. I motori erano accesi, rombavano sollevando schiuma bianca.

C'era gente. Un gruppo di soldati in assetto da guerra, con i volti coperti da maschere antigas, stava cercando di gestire un piccolo gruppo di sopravvissuti. «Eccoli!» gridò Elena, la voce rotta che uscì come un gracchio.

Il prete era quasi a metà della passerella. Elena non ci pensò due volte. Corse verso la murata del galeone opposta alla banchina, poi realizzò che lì sotto c'era solo acqua. Tornò verso il lato del molo, ma lontano dalla passerella. Il dislivello tra il ponte della nave e la pietra del molo era di quasi tre metri. Troppo alto per saltare senza farsi male, ma troppo basso per morire.

Il prete ringhiò, accelerando il passo sulla passerella. Elena scavalcò il parapetto di legno, rimanendo appesa per le mani per un istante, i piedi che penzolavano nel vuoto. «Andiamo,» sussurrò a se stessa. Mollò la presa.

L'impatto con la pietra dura della banchina fu brutale. Elena cadde male, rotolando su un fianco. Una fitta lancinante le risalì dalla caviglia destra fino al ginocchio, facendole vedere le stelle. «Ahhh!» Rimase a terra per un secondo, stordita, mentre il dolore pulsava caldo e violento. Sopra di lei, dal parapetto del galeone, il prete si sporgeva, graffiando il legno, incapace di capire come la sua preda fosse sparita verso il basso. Non saltò. Rimase lì, prigioniero della sua stessa stupidità motoria.

Elena strinse i denti, mordendosi il labbro fino a sentire il sapore del sangue. Si costrinse ad alzarsi. La caviglia destra protestò, ma reggeva. Era slogata, forse, ma non rotta. L'adrenalina era un antidolorifico potente.

Zoppicando, iniziò a correre verso le luci blu. Man mano che si avvicinava, il rombo dei motori copriva i lamenti dei morti sparsi per il porto. Ma copriva anche qualcos'altro. Urla. Non urla di dolore, ma ordini secchi, metallici, amplificati da un megafono.

«INDIETRO! MANTENERE LA DISTANZA! SOLO DONNE E BAMBINI! INDIETRO O APRIAMO IL FUOCO!»

Elena arrivò a cinquanta metri dai gommoni e la scena le si chiarì davanti agli occhi, gelandole il sangue ancora una volta. Non era un salvataggio ordinato. Era l'ultimo atto di una disfatta. Sulla banchina c'erano forse venti persone, civili terrorizzati che spingevano verso i gommoni. I soldati a bordo puntavano i fucili d'assalto non verso i mostri, ma verso la folla di vivi.

Un uomo con una camicia strappata cercò di saltare su uno dei gommoni. Un soldato lo colpì al petto con il calcio del fucile, ributtandolo in acqua. «HO DETTO INDIETRO! SIAMO PIENI! L'ULTIMO TRASPORTO È PARTITO!» urlò la voce al megafono.




Elena si bloccò, schiacciandosi dietro una bitta di ghisa arrugginita. Davanti a lei, la disperazione si era trasformata in rabbia. Il gruppo di civili sulla banchina — uomini, donne, padri di famiglia — non accettò la condanna a morte. Con un urlo collettivo, si scagliarono contro i soldati sul primo gommone, cercando di afferrare le cime, di saltare a bordo, di trascinare via chi occupava il loro posto.

«CONTATTO! FUOCO A VOLONTÀ!» La risposta fu immediata. Secca. Il crepitio dei fucili d'assalto lacerò l'aria, coprendo il rumore del mare. Elena vide i corpi dei civili scuotersi violentemente, crivellati da proiettili ad alta velocità. Caddero uno dopo l'altro, come birilli, falciati in una pozza di sangue che si allargava scura sul cemento del molo. Nessuno fu risparmiato. Il silenzio che seguì durò un battito di ciglia, rotto solo dal fischio dei bossoli fumanti che cadevano sul metallo del gommone.

Elena tremava, rannicchiata a terra. Li hanno ammazzati tutti.

Ma l'apocalisse non concedeva pause. Mentre i soldati ricaricavano, gridando ordini concitati per far ripartire i motori, i corpi a terra iniziarono ad avere spasmi. Non passarono minuti. Fu questione di secondi. Il virus, in quella fase avanzata, vicino al focolaio, era un accelerante biologico. Le dita delle mani dei morti si contrassero, grattando il cemento. Le schiene crivellate si inarcarono. Uno dei soldati, un ragazzo giovane che si era sporto per sciogliere la cima d'ormeggio, urlò. Il cadavere di un uomo corpulento, con il torace aperto da una raffica, gli aveva afferrato il polso con una presa d'acciaio.

«SONO ANCORA VIVI! CAZZO, SONO ANCORA...» L'urlo del soldato fu troncato quando il morto lo tirò giù dal gommone, facendolo cadere tra la banchina e lo scafo. Si sentì un crac orribile, seguito da uno spruzzo d'acqua e sangue.

Fu il segnale. Tutti i morti si rialzarono insieme. Non barcollavano più. Erano frenetici, alimentati dalla carne fresca a portata di mano. Si lanciarono sui gommoni. Il caos esplose. I soldati iniziarono a sparare all'impazzata, ma ormai il nemico era sopra di loro, tra di loro. Il fuoco amico falciò due militari. Un morto azzannò il collo del pilota del primo gommone, che cadde sulla manetta del gas. Il mezzo nautico scartò violentemente, il motore che ruggiva fuori controllo, schiantandosi contro il secondo gommone e rovesciando soldati e mostri in un groviglio di arti e acqua schiumosa.

Elena guardò la scena con gli occhi sbarrati. Davanti a lei: un massacro in atto, proiettili vaganti che fischiavano sopra la sua testa, gommoni che diventavano bare galleggianti. Dietro di lei: il prete che zoppicava fuori dal galeone e, più lontano, l'ombra della grande orda che scendeva dai vicoli.

Se restava lì, sarebbe stata colpita da una pallottola vagante o sbranata. Se correva verso i gommoni, finiva nel tritacarne. Se tornava indietro, era morta.

Un proiettile colpì il cemento a dieci centimetri dal suo viso, scagliandole schegge di pietra sulla guancia. Via. Devo andare via.

Guardò l'acqua scura sotto la banchina. Il molo era costruito su piloni di cemento armato. C'era uno spazio, tra la superficie dell'acqua e la soletta del molo. Un'intercapedine buia, puzzolente, piena di cozze e spazzatura. Ma offriva copertura dai proiettili.

Senza pensare al freddo, senza pensare ai bambini che aveva appena visto affogare poco lontano, Elena rotolò su se stessa e si lasciò cadere dal bordo della banchina.

L'acqua gelida la inghiottì. Il sapore di gasolio e sale le riempì la bocca. Annaspò, tornando a galla sotto la struttura del molo. Era nell'ombra. Sopra la sua testa, i passi pesanti rimbombavano sul cemento come tuoni. Gli spari sembravano martellate ovattate. Si aggrappò a un pilone viscido di alghe per non farsi trascinare via dalla corrente provocata dai motori impazziti dei gommoni.

Da quella posizione, con l'acqua al mento, vide una cosa. Il terzo gommone. Era il più lontano dalla riva. Il pilota, terrorizzato dal caos sugli altri due mezzi, aveva tagliato la cima d'ormeggio e stava dando gas per scappare, abbandonando i compagni al loro destino. Il gommone stava virando, passando a pochi metri dai piloni dove si nascondeva Elena, rallentando per fare manovra e uscire dal porto.

Era la sua unica chance. L'ultima. Il gommone era alto, sporgersi dall'acqua per afferrarlo era impossibile. Ma a poppa, dietro i motori, c'era una scaletta di metallo abbassata, probabilmente dimenticata durante le operazioni di sbarco.

Elena lasciò il pilone. Nuotò con una forza che non sapeva di avere, ignorando il bruciore ai polmoni e il dolore alla caviglia slogata. L'acqua era un vortice nero creato dalle eliche. Il gommone stava prendendo velocità. Elena allungò la mano. Le dita sfiorarono il metallo freddo dell'ultimo gradino della scaletta. Lo mancò.

«No!» gridò, sputando acqua salmastra. Diede un colpo di reni disperato, un'ultima bracciata violenta. La mano destra si chiuse sul tubolare della scaletta. La presa tenne. Il gommone accelerò bruscamente, strappandola via dall'acqua, trascinandola come un peso morto. L'acqua le frustava le gambe, minacciando di staccarle la presa, ma lei strinse i denti e si tenne con la forza della disperazione.

Era attaccata. Era viva. Sopra di lei, sul gommone, nessuno l'aveva vista. I soldati superstiti guardavano verso la banchina, sparando gli ultimi colpi verso l'inferno che si lasciavano alle spalle.



La Salvezza in Mare

Aggrappata al metallo gelido della scaletta, con l'acqua che le frustava le gambe, Elena non aveva più la forza per salire. Poteva solo resistere, gli occhi serrati per il dolore e la fatica.

Fu il rumore metallico sopra di lei a farle alzare lo sguardo.

Un giovane soldato, il volto teso e sporco di fuliggine, la stava fissando. Era un marinaio, forse poco più che ventenne, la mimetica bagnata e l'espressione di chi aveva visto troppo in un giorno solo. La pistola d'ordinanza era ancora nella fondina.

Il soldato non gridò. Non la minacciò. Vide solo l'assoluta, disperata vita aggrappata al tubolare della sua nave.

In un istante di compassione pura, l'ultima scintilla di umanità rimasta in quel giorno di morte, capì che quella donna era una sopravvissuta, non una minaccia.

Si chinò sul bordo del gommone.

«Dammi la mano!» urlò sopra il frastuono assordante del motore.

Elena allungò la mano sinistra. Il marinaio la afferrò con una presa ferrea, ignorando il peso della donna zuppa d'acqua. Con uno sforzo congiunto, la tirò su, facendola crollare come un sacco bagnato sul fondo del gommone.

Elena ansimava, le labbra bluastre. Era al sicuro, ma il freddo le stava divorando le forze.

Il giovane si sfilò lo zaino e ne estrasse rapidamente una coperta termica (coperta isotermica). Era sottile, un foglio di poliestere metallizzato che scintillava d'oro. Il soldato la avvolse senza dire una parola attorno al corpo tremante di Elena, coprendo la testa e le spalle.

Il calore riflesso dal lato dorato della coperta fu immediato, un abbraccio artificiale che la fece piangere senza lacrime.

Gli altri soldati, ancora tesi, continuarono a vigilare la costa in rapido allontanamento, i fucili pronti. Nessuno si curò della presenza di Elena. La sua salvezza era un'operazione segreta e non ufficiale, confinata al silenzio tra lei e il suo soccorritore.

Il gommone tagliò l'acqua a tutta velocità. Il Porto Antico di Genova si rimpiccioliva, trasformandosi in un falò lontano di spari e urla indistinte. Il prete, i bambini, Matteo... erano tutti lì, lasciati indietro in quell'inferno in pietra.

La Nave

Dopo un viaggio che sembrò durare ore, il rumore del motore si attenuò.

Elena sollevò la coperta termica dal viso.

Sotto il cielo crepuscolare, le luci potenti di una grande unità della Marina Militare italiana si stagliavano sull'orizzonte. Era una nave da guerra, una fregata imponente, circondata da un anello di sicurezza di piccole motovedette.Shutterstock

Era l'ordine contro il caos, la civiltà contro la barbarie.

Il gommone si affiancò allo scafo d'acciaio. Una rete da carico fu calata e il giovane marinaio aiutò Elena ad aggrapparvisi.

L'ascesa fu lenta e dolorosa, ma ogni metro la portava più lontano dall'orrore.

Sul ponte della nave, ad accoglierla, non c'erano spari, ma voci calme e professionali. Personale medico in tuta bianca la prese in carico immediatamente, rimuovendo la coperta dorata e portandola in una zona riscaldata. Le vennero disinfettate le ferite superficiali e medicata la caviglia slogata. Le fu data acqua calda e una coperta di lana pulita.

Seduta in infermeria, circondata dal rassicurante bip dei macchinari e dal leggero rollio della nave, Elena guardò fuori dall'oblò.

Le luci di Genova erano ormai solo un debole bagliore nel buio. Era viva.

Non c'era spazio per l'elaborazione del lutto, non ancora. Ma la disperazione era stata sostituita da una determinazione fredda: era sopravvissuta. Aveva perso Matteo per sempre, ma portava con sé la sua memoria, la ragione per cui aveva lottato per raggiungere quel molo.

Il mondo era finito, ma la sua corsa era finita su una nave, in attesa di un futuro incerto e difficile, ma pur sempre un futuro. Elena si strinse nella coperta di lana, chiuse gli occhi e, per la prima volta da ore, non sentì paura. Era al sicuro.

La sua storia di sopravvivenza era appena cominciata.


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