Lenny Poole e Betty Sue in Manifestazioni Deliranti di una Pandemia Zombie Inverosimile
La notte è una bugiarda. Non è fatta di stelle e di serenità, è fatta di zanzare che ti ronzano nell’orecchio e di un sudore viscido che non viene via neanche se ti lavi con la candeggina. Specialmente qui, in questo lembo di Texas che somiglia più a un cimitero di carri attrezzi che a una contea.
Mi chiamo Leonard “Lenny” Poole e questa sera stavo seduto sulla veranda di casa, una sedia a dondolo scassata che cigolava come una vecchia con l'asma. Avevo una bottiglia di Shiner Bock calda a metà e le scarpe da lavoro che mi puzzavano di terra e grasso, le uniche che avessi mai avuto. Mia moglie, Betty Sue, era dentro che guardava un programma su come fare le torte, una cosa che non aveva mai fatto in vita sua e che mai avrebbe fatto, ma le dava un buon motivo per non guardare me.
Il mio problema era che avevo visto un cadavere quel pomeriggio. Non uno di quelli puliti e composti che vedi nei film, ma uno vero. Un mucchio di carne disposta male.
Lavoravo alla Ditta di Rifiuti Smith. Lavoro schifoso, ma paga. Stavamo svuotando una cisterna dietro la vecchia officina di Pete, quella che dicevano fosse infestata. Non infestata da fantasmi, intendiamoci. Infestata da ratti grossi come gatti e dall'odore di olio motore vecchio.
E lì, in fondo al liquame nero e denso come melassa, c'era lui.
Non era Pete. Pete era sparito cinque anni fa con una parrucca bionda e una donna che sembrava avere due taglie in meno di lui. Questo era un uomo nuovo. Indossava un cappotto invernale pesante, nonostante i quaranta gradi all’ombra. La testa era inclinata con una cordialità che non poteva essere vera, e la pelle... beh, la pelle non era un gran spettacolo. Era gonfia, bianca e sottile come carta da parati, pronta a cedere.
Mentre il mio collega, un tizio di nome Leroy che aveva una cicatrice sul labbro che sembrava sempre sul punto di ridere o piangere, lo tirava fuori con un rampino – un dettaglio che ti rovina la vita – ho notato una cosa. L'uomo aveva un’unica scarpa. Un mocassino, elegante, di pelle lucida. E al suo piede mancante, c'era una calza intatta, bianca, pulita.
“Bel modo di vestirsi per morire,” aveva commentato Leroy, sputando sul terreno.
La polizia è arrivata. La solita pantomima. Girovagano, fanno foto, ti dicono di non dire nulla, e poi si bevono il tuo caffè cattivo e se ne vanno. Ma la verità è che non gliene fregava niente. Era solo un altro mucchio di carne nel fondo di una cisterna dimenticata.
Ma io non riuscivo a togliermi dalla testa quel mocassino. E la calza pulita.
Toc. Toc.
Il rumore mi ha tirato fuori dai miei pensieri di liquame e morte. Ho guardato verso la strada sterrata. Niente. Solo il buio che inghiottiva la fattoria abbandonata oltre il campo.
Toc. Toc. Toc.
Viene dalla porta di casa. Una bussata secca, decisa. E non suonava come i Testimoni di Geova, e di certo non suonava come il vicino, Big Jim, che di solito urla e ti saluta con un mitra in mano.
Betty Sue ha urlato da dentro: “Chi è a quest’ora, Lenny? Se è Big Jim che vuole il tosaerba digli che è rotto!”
“Non lo so,” ho risposto, alzandomi. La schiena mi faceva crack. "È una bussata strana."
Ho posato la bottiglia sul tavolino cigolante e ho afferrato la torcia. La porta d'ingresso è di legno compensato e un po' marcia. Non c’è molto che ti protegga qui fuori, a parte la tua stessa cattiva reputazione.
Ho sbloccato il catenaccio, piano, e ho aperto la porta quel tanto che bastava per infilarci l’occhio.
Nessuno.
Solo la notte, calda e silenziosa. L'aria era densa, sapeva di polvere e di fiori di campo troppo dolci, nauseabondi.
Stavo per richiudere, quando ho abbassato lo sguardo.
C’era un piede sul mio zerbino. Un piede solo.
Era nudo, bianco, ma non marcio. Era pulito, come se fosse stato lavato di fresco. Ed era proprio il piede che mancava al tizio della cisterna. Era lì, come un pacco lasciato dal corriere in ritardo.
E poi ho visto il dettaglio, il piccolo, orribile dettaglio che ti fa capire che non sei in un film e che non te la caverai con un’amara risata finale.
Il piede si è mosso. Non è rotolato o caduto. Si è mosso. Le dita si sono accartocciate, e la punta si è sollevata, Toc, battendo un’altra volta contro il legno marcio della soglia.
Non riuscivo a muovermi. La birra che avevo bevuto mi si è ribaltata nello stomaco.
Ho sentito un’altra voce, sommessa, che veniva da dietro la siepe di alloro appassito, una voce che faticava a parlare, come se avesse la bocca piena di terra.
“Hey… non te la prendere, amico… ha perso un po’ di strada. Ma sta tornando a casa.”
Mi sono spinto indietro, sbattendo la porta. Ho girato il catenaccio due volte, tre, finché non ha fatto resistenza.
“Lenny! Cos’era? C’era qualcuno?” ha gridato Betty Sue, arrivando in salotto con un cucchiaio da cucina in mano, pronta a difendere la casa.
“Niente. Niente, Betty Sue,” ho detto, la voce che mi usciva roca come ghiaia.
Ho guardato il pavimento. Il legno della porta era crepato. E sotto la fessura, era spuntata la punta del dito medio, bianco e umido, che si ritraeva lentamente.
“Va’ a fare la tua torta, Betty Sue,” ho sussurrato. “Vado a prendere il fucile.”
Ho spento tutte le luci e mi sono seduto in salotto, il vecchio calibro 12 appoggiato al ginocchio. La casa era buia, calda e puzzolente di paura.
Fuori, la notte è tornata silenziosa. Ma non era un silenzio amico. Era il silenzio che scende quando sai che la carne è vicina e sta ascoltando.
Ero certo che lo stessero cercando. Certo che volessero la sua scarpa. O forse volessero la sua calza pulita. Non lo so, e non voglio saperlo.
Ho sentito un altro suono, questa volta dalla camera da letto. Non era un toc toc. Era un fruscio. Come pelle che striscia su un lenzuolo di seta.
Ho puntato il fucile verso la porta della camera da letto. Il cane mi guardava da sotto il tavolo, gli occhi gialli e lucidi che non si staccavano da me.
Ho dovuto farmi coraggio, ho dovuto ricordarmi che l'unica cosa peggiore di morire è morire da codardo in una casa piena di odori cattivi e muffa.
Ho tirato indietro il chiavistello del fucile. Il metallo ha fatto un clack secco e definitivo.
“Non so chi siete,” ho urlato al soffitto. “Ma questa casa non è in vendita, e non ho nulla che vi serva, a parte proiettili.”
E ho sparato. Contro la porta chiusa della camera da letto, perché a volte la risposta più logica è quella che fa più rumore.
Il colpo è stato assordante, ha fatto saltare l’intonaco. Betty Sue ha urlato di nuovo. L'odore di polvere da sparo ha coperto l'odore di sudore.
Quando il fumo si è dissolto, ho guardato nella camera da letto. Il letto era intatto. Non c'era nessuno.
Solo una macchia di grasso marrone sul lenzuolo. E un nuovo, leggero, quasi impercettibile,
Toc. Sulla finestra.
Questa è la notte. E porta con sé cose che non chiedono il permesso.
Mi sono alzato e sono andato a prendere un’altra birra. Sapevo che non avrei dormito, e sapevo che, qualunque cosa fosse, era appena all'inizio. E nel Texas, quando sei all'inizio, è meglio che tu abbia almeno un’arma carica.
La Notte (E l'Inutile Calibro 12)
Mi sono scolato la birra calda. Sapeva di paura e metallo vecchio, ma faceva il suo dovere: ti intorpidiva i pensieri, e in questo posto, intorpidire i pensieri è l'unica cosa che ti tiene in vita.
Betty Sue, nel frattempo, era sbucata fuori dalla cucina. Indossava la sua vestaglia rosa a fiori, quella che sembrava cucita con tende da doccia e sguardi di disapprovazione. Teneva ancora in mano quel maledetto cucchiaio di legno.
"Lenny Poole, se hai sparato al muro," ha sibilato, "non vedrai l'alba. Quella porta è costata trenta dollari. Trenta dannati dollari!"
Aveva un senso pratico che faceva paura. Era il motivo per cui restavo con lei: non c'era follia in Texas che potesse competere con una donna incazzata per trenta dollari.
"Non ho sparato al muro, Betty Sue," ho detto, puntando con il fucile il foro svasato. "Ho sparato all'ombra."
"Quale ombra? Non ci sono ombre qui, ci sono i ratti! Hai svegliato l'intero condominio... beh, gli unici tre che vivono qui e non sono in galera."
Il Toc sulla finestra si è fatto di nuovo sentire. Stavolta più in alto, più insistente. Era come se qualcuno stesse grattando piano il vetro con un'unghia di corno.
"Taci e ascolta," ho sussurrato, tirandola dietro il divano sfondato.
Scratch. Toc. Scratch.
Betty Sue ha sgranato gli occhi. Il cucchiaio di legno le è caduto sul linoleum, facendo un rumore misero. Ha aperto la bocca, ma non per urlare. Per fare quel verso secco, strozzato, che senti quando una persona capisce che la stupidità della vita quotidiana è finita e che è arrivato il momento delle cose vere. Le cose che fanno male.
Ho strisciato fino alla finestra del salotto, tenendo il calibro 12 basso, alla cieca. Le tende erano di una tela pesante e impolverata, ma non abbastanza da nascondere la luce del crepuscolo marcio che filtrava.
Ho spostato un angolo della tenda con la canna del fucile. L'ho fatto piano, con la cautela che useresti per sollevare il coperchio di un barattolo pieno di ragni velenosi.
Fuori non c'era la faccia di nessuno.
C'era una mano.
Era appoggiata al vetro. Ma era troppo grande per essere una mano. Aveva dita lunghe, gommate, come radici bagnate. La pelle era di quel bianco opaco, lo stesso del piede sullo zerbino. Sembrava... elastica.
E poi ho visto il polso. Non era collegato a un braccio. Non subito.
Il polso era collegato a una specie di corda scura, viscida, che si ritraeva nel buio. E la mano non stava bussando. Stava tastando. Stava misurando la forza del vetro, la resistenza della casa.
"Gesù Cristo, Lenny," ha rantolato Betty Sue da dietro il divano, "cosa diavolo è quella roba?"
Non ho risposto. Ho pensato al mocassino. Ho pensato alla calza pulita. E ho pensato a quanto dev'essere imbarazzante per un tizio morire annegato in una cisterna di liquame, e poi scoprire che i suoi pezzi tornano a casa come bagaglio smarrito.
Ho alzato il fucile. Non potevo sparare alla mano, era troppo piccola, troppo veloce. E l’odore di polvere da sparo non mi piaceva più.
"Spegni le luci, Betty Sue," ho detto. La voce era stranamente calma. Una calma che sapeva di follia imminente.
Lei ha ubbidito. Click. La casa è sprofondata nel nero. Solo la luce bluastra e fievole del frigorifero che respirava ancora.
Ora il rumore era ovunque.
Scratch sul tetto. Tap sul legno del pavimento. Fruscio sulla siepe.
E il bussare non era più educato. Era un martellamento nervoso sulla parete della nostra camera da letto, nello stesso punto dove avevo sparato prima.
Il calibro 12 è un'arma onesta. Non ti promette magie, ti promette un mucchio di piombo a corto raggio. Ma adesso avevo bisogno di qualcosa di meglio.
Mi sono diretto verso la cucina, strisciando sulla pancia come un serpente stanco. Betty Sue mi ha seguito, ma invece di piangere o urlare, stava raccogliendo il cucchiaio di legno, stringendolo come se fosse una bacchetta magica.
Sotto il lavello, nella plastica sporca, c'era quello che cercavo. Un machete. L'avevo rubato anni fa da una ferramenta e non l'avevo mai usato. Era affilato come un rasoio, ma non l'avevo mai affilato. È così che funzionano le cose: le cose più affilate che possiedi sono quelle che usi di meno.
Ho afferrato il machete. Freddo, pesante, onesto.
"Lenny, cosa fai?" ha chiesto Betty Sue. La sua voce era un sussurro rauco.
"Vado a restituire il piede, Betty Sue," ho detto. "E chiedo scusa per il buco nel muro."
Ho aperto la porta di casa di scatto. Senza preavviso.
La notte mi ha investito. L’aria calda era soffocante. L'unico suono era il frinire dei grilli, che sembrava un applauso sarcastico.
Non c'era nessuno in piedi sullo zerbino.
Ma il piede era ancora lì. Bianco. E la punta del mocassino elegante era sparita.
Ho guardato in basso. La porta era socchiusa. Il buio dell'ingresso era denso, inchiostro nero.
Ho sollevato il machete.
"Ehi!" ho urlato, puntando la lama nel buio. "So che siete là fuori, stronzi! Volete la scarpa? Volete il piede? Venite a prenderli. Ma non usate il mio cazzo di zerbino come portaoggetti!"
Nessuna risposta.
Ho fatto un passo fuori. E in quel momento, la mano gommata che avevo visto prima sulla finestra è calata dal tetto, veloce come un proiettile, afferrandomi la spalla.
La pelle era fredda, vischiosa. Non era dura, ma aveva una presa collosa, come una vecchia colla vinilica.
Ho ruggito. Ho alzato il machete e ho colpito alla cieca. La lama ha affondato.
Non c'è stato sangue. C'è stato un suono schifoso, come un melone troppo maturo che si spacca. La mano si è ritratta con uno schiocco.
Ho guardato la lama. Non c'era sangue. C'era qualcosa di verde pallido, denso, come il pus di un alieno.
E poi ho sentito lo scricchiolio. Non era un busso. Era il suono di un ginocchio rotto che si raddrizza.
Mi sono girato. Tre figure. Erano lì, sulla strada sterrata, dove le ombre erano più lunghe e più false.
Erano vestiti in abiti scuri, pesanti, come se stessero andando a un funerale sotto la piocca. E camminavano. Non strisciavano, non zoppicavano. Camminavano con un'andatura goffa e decisa, come se si fossero appena svegliati da un sonno durato trent'anni e avessero dimenticato come si fa a muovere le gambe senza rompere qualcosa.
L'uomo al centro. Era l'uomo della cisterna. Aveva il cappotto invernale e il sorriso strano. Ma adesso aveva entrambi i piedi. E indovinai qual era il mio regalo sullo zerbino.
"Vogliamo la calza, Lenny," ha detto, la sua voce era bassa, secca, come carta vetrata. "L'hai sporcata di liquame."
"La calza?"
"È l'unica pulita. Toglietela e daccela."
E poi ho capito. Non erano predatori. Erano... esigenti. Erano un disastro igienico con motivazioni stupide.
Ho alzato il machete. "Dovrete prendere anche il resto di me, stronzi. E non sono un gran banchetto."
Ho fatto un passo in avanti. Il fumo della polvere da sparo mi pizzicava le narici. Dietro di me, ho sentito la voce di Betty Sue, calma e risoluta.
"Se gli dai la calza, Lenny, devi ricomprarmela. E non si trova più."
E in quel momento, circondato da tre zombie esigenti per questioni di biancheria, ho capito che la mia unica possibilità era la follia. La follia di un uomo che non ha nulla da perdere tranne la sua brutta vita e i trenta dollari di una porta.
La Notte (E La Battaglia IGIENICA del Salotto)
«Non sono in vendita, stronzi! E il mio armadio è pieno di calze che non metto, ma questa è di Betty Sue! E lei, con le sue calze, non ci scherza!» ho urlato. Il machete in mano mi sembrava pesante, ma la rabbia ti pompa l'adrenalina come se fossi un ragazzo di vent’anni ubriaco.
L'uomo della cisterna, quello che adesso aveva entrambi i piedi e il sorriso sbilenco, ha fatto un passo in avanti. Si muoveva male, come se le sue articolazioni non avessero più olio, crack, crack. Dietro di lui, gli altri due—uno alto e sottile come uno stecchino e l'altro grasso, con una pancetta che sembrava una roccia incrostata di licheni—si sono mossi in sincronia. Tre sculture di carne che avevano deciso che l'unica cosa che mancava per tornare in pace era un pezzo di cotone pulito.
«È sporca. Non possiamo tornare indietro con roba sporca. Ci sgridano», ha detto l'uomo della cisterna, e per la prima volta ho sentito nella sua voce un tono di fastidio, di burocrazia post-mortem. Questi non erano demoni, erano un comitato di zombie per l'igiene.
«Sentite, gente, ho un calibro dodici e un machete. E una moglie molto, molto arrabbiata per un buco nella porta. Non voglio sapere chi vi sgrida» ho detto, ma la mia voce tremava.
Il grassone ha fatto uno scatto innaturale, rapido come un colpo di frusta. Ha allungato quella sua mano gommata verso di me.
Non ho pensato. Ho solo agito.
Ho lasciato cadere il machete. Ho afferrato il fucile che avevo al mio fianco – il vecchio Calibro 12 – e ho sparato. Non in aria, ma dritto nella pancia del grassone.
L'esplosione è stata un tuono secco nel silenzio della notte. Il grassone non è caduto. Ha solo... esploso. Non sangue. No, no. È esploso in un fango nero e denso, una pioggia di liquame putrido. Il puzzo ha colpito l’aria come un pugno, un mix di olio motore, terra bagnata e qualcosa di dolce e marcio, come ciliegie in decomposizione.
Ero coperto. Cazzo, ero coperto.
L'uomo della cisterna e lo stecchino si sono fermati. Non per il dolore, non per la paura. Si sono fermati per lo schifo.
«Ma che fai, stronzo!» ha urlato lo stecchino, le braccia alzate come per pararsi dal fango. «Adesso siamo tutti sporchi! Sai quanto è difficile lavare questo liquame?»
Betty Sue è saltata fuori dal buio, il cucchiaio di legno ancora stretto. Non ha guardato i non-morti. Ha guardato me, coperto di merda aliena.
«Lenny Poole! Non solo mi fai un buco nella porta, ma adesso mi sporchi la veranda con quella roba! Hai idea di quanto costa un tubo nuovo?»
La sua furia ha fatto una cosa inaspettata. Ha terrorizzato gli zombie.
L’uomo della cisterna mi ha puntato un dito tremante. «Non avresti dovuto farci esplodere il liquame addosso. Questo è... questo è volgare!»
Ho gettato a terra il fucile vuoto. Ho raccolto il machete. Adesso ero inzuppato, incazzato e armato di una lama.
«Sono un uomo volgare, amico!» ho urlato, avanzando. «Sono un netturbino! Il liquame è il mio profumo! Adesso, o ve ne andate a ripulire il vostro amico, o vi faccio a pezzi a mano!»
Lo stecchino è indietreggiato. Ha guardato la mano gommata con quel fango nero addosso e ha emesso un gemito di disgusto puro.
«Andiamo. Ha un'arma e non ha igiene. È un pazzo. Non vale la pena per una calza», ha detto lo stecchino all'uomo della cisterna.
L'uomo della cisterna mi ha lanciato un ultimo sguardo pieno di disprezzo. Non il disprezzo della morte, ma il disprezzo di chi è offeso nelle sue convenzioni sociali.
«Riferirò. Questo non finisce qui. Non ci sono le calze pulite, e c'è del liquame sulla giacca. Non sarai in pace», ha sibilato.
Poi si sono voltati e hanno camminato via, goffi, scricchiolando, scomparendo nella notte calda e puzzolente. Portandosi dietro quel che restava del grassone, che era ridotto a una pozzanghera fumante e puzzolente.
Sono rimasto lì, in piedi sulla veranda, il machete in mano, la puzza che mi attaccava i polmoni e il cuore che batteva come un tamburo rotto.
Dietro di me, Betty Sue è tornata calma, la sua furia pratica tornata operativa.
«Okay, Lenny. Adesso. Devi toglierti tutti quei vestiti subito. E non toccare il gatto. Devi buttare il machete in quel secchio laggiù, poi entri in casa. E giuro su Dio se ti lavi per meno di un’ora, ti butto fuori con le mani sporche.»
Sono entrato in casa. Nudo, puzza di morto e di liquame addosso, con un machete arrugginito e la consapevolezza che, in quel pezzo di Texas, la vita era solo una brutta barzelletta senza una punchline chiara.
Mentre ero sotto la doccia, sfregandomi la pelle con una spazzola dura che mi faceva sanguinare, ho sentito Betty Sue che armeggiava con qualcosa fuori dalla porta.
«Che fai, Betty Sue?» ho gridato sopra il rumore dell'acqua.
«Sto lavando il piede, Lenny,» ha risposto, la sua voce era piatta e pratica. «Se lo riportano indietro pulito, forse la smettono. E non voglio un altro buco nella porta. Adesso ho il conto da pagare.»
Ho chiuso gli occhi. Avevo sopravvissuto a un’invasione di non-morti con complessi igienici. E l'unica cosa che contava per Betty Sue era il conto.
Toc.
Il suono non era sul muro. Non era sulla finestra. Era sul pavimento della doccia, sotto i miei piedi.
Ho guardato in basso.
Il mio alluce. Bianco, pulito. Era lì. E si è mosso. Non il mio, ma il suo. Un altro piede era tornato a casa.
E in quel momento, ho capito. Non erano esigenti per la pulizia. Volevano completare la collezione. E forse, la loro idea di "pulito" era che tutti i piedi dovessero essere nudi per stare bene.
Ho urlato. Un urlo che non era di paura, ma di pura, esasperata fatica.
Ho afferrato il sapone e ho continuato a strofinarmi. Non importa. La notte era lunga. E il mio alluce, a quanto pare, aveva trovato un nuovo coinquilino nel piatto doccia.
Volevi vedere Lenny affrontare il Comitato per l'Igiene. Non lo ha sconfitto. Li ha solo fatti arrabbiare.
2025@Emanuela tutti i diritti riservati
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