Una sera di Novembre. Vampir-romance
La sera aveva il colore del tè nero lasciato troppo a lungo sul fuoco.
Uscendo dal portone, Elisa scosse le chiavi: un tintinnio da piccola orchestra distratta. Il vento di novembre le attraversò i pensieri, come se volesse scegliere quali trattenere e quali disperdere. Addosso le pesava una giornata storta, una di quelle che si incollano alla pelle senza che tu ricordi neppure da dove siano arrivate.
Fu allora che lo vide.
Sotto il lampione, una figura alta, un cappotto scuro, un sorriso affilato dal destino. Non aveva l’aria di chi aspetta qualcuno: sembrava aver trovato ciò che cercava.
I loro sguardi si agganciarono in un punto sospeso dell’aria, un istante troppo pieno per essere solo un caso.
«È tuo,» disse lui.
Un guanto nero, teso verso di lei. Il suo.
Elisa non ricordava
nemmeno di averlo perso.
La sua voce era un velluto leggermente sgualcito, caldo abbastanza da restare.
«Grazie…» mormorò, ma il resto delle parole restò impigliato tra le ciglia.
«Non c’è di che. Ma, per equilibrio cosmico, potresti offrire
un caffè a chi ti ha salvato dalla mano gelata.»
Il tono
leggero, quasi scherzoso, lasciava intravedere però la promessa di
un seguito.
Elisa rise: un suono breve, ma sorprendentemente vivo.
E fu in quel momento, tra il guanto restituito e il lampione
tremolante, che la sua serata storta si incrinò.
Da quella crepa
entrò lui.
E la possibilità di qualcosa che non aveva ancora un nome.
La sua ombra sa più di lui
Accettò il caffè.
Camminarono fianco a fianco verso un bar aperto fino a tardi, uno di quelli con le luci gialle sospese tra sogno e insonnia. Lui parlava poco, ma ascoltava tutto: il ritmo dei suoi passi, il movimento delle sue mani, persino il respiro — come se ogni dettaglio fosse una stella da decifrare.
«Non ti ho chiesto il nome,» disse lei mentre apriva la porta del locale.
«Leon.»
Il nome uscì dalle sue labbra con una grazia antica, come qualcosa riportato da lontano.
Il barista li salutò; Leon rispose solo con un cenno, cortese ma distante.
Lei notò che non si toglieva i guanti.
Chi tiene i guanti anche dentro?
Si sedettero. Lui scelse il tavolino più lontano dalla luce diretta, come se quella lampada avesse il vizio di inseguirlo.
«Non prendi niente?» chiese Elisa.
«Più tardi. Per ora, mi basta essere qui.»
Frase pericolosamente elegante, che le rimase negli occhi.
Leon la osservava con calma, ma dietro quello sguardo c’era una fame silenziosa… non predatoria, ma orientata alla vita, come se cercasse in lei un colore dimenticato.
Ogni tanto distoglieva gli occhi quando una coppia rideva troppo
forte, o quando un cameriere gli passava accanto.
Qualcosa lo
irritava… o lo feriva.
«Hai le mani fredde?» domandò lei, notando il continuo strofinare delle dita guantate.
Il sorriso che lui le offrì non raggiunse gli occhi.
«Non è
niente. Mi scalderò presto.»
E proprio allora, una folata di vento fece tremare i vetri, nonostante le porte fossero chiuse.
Lei rabbrividì.
Lui no.
C’era qualcosa nel modo in cui rimaneva immobile, come se il suo corpo conoscesse la quiete meglio degli esseri viventi.
Un’ombra perfetta seduta al tavolino, con la notte addosso come un segreto.
Il primo squarcio nel velo
Il caffè arrivò fumante, una piccola nuvola profumata che si arrampicò verso Elisa come per riportarla nel mondo dei vivi. Lei avvolse la tazza con entrambe le mani, grata al calore.
Leon la osservava, affascinato dalla semplicità del gesto.
«Non
bevi mai caffè?» chiese lei.
«Non da molto tempo.»
Detto così, sembrava quasi l’avesse dimenticato. O che non gli appartenesse più.
Stavano chiacchierando quando una bambina comparve accanto al loro
tavolo. Mani sul vetro, occhi profondi come pozze
d’inverno.
«Signore… hai perso questo.»
Elisa si girò.
Nella piccola mano della bambina c’era un fiore.
Un giglio
scuro, quasi nero. Fresco, vivo.
Fuori pioveva. Novembre. Nessun fiore possibile.
Leon rimase immobile, come se quell’immagine gli avesse attraversato il petto.
Poi si chinò e prese il giglio tra le dita — evitando
accuratamente di sfiorare la bambina.
«Grazie.»
La sua voce era cambiata: più profonda, velata.
La bambina sorrise. «La mamma dice che i fiori trovano chi ne ha
bisogno.»
E sgusciò via, lasciando dietro di sé un’eco di
risate sottili, fuori tempo, fuori luogo.
Elisa guardò Leon.
«Ti conosce?»
«No.»
Risposta rapida, troppo rapida.
Il giglio restava tra le sue dita come un frammento di notte.
Un
petalo si staccò.
Ma non cadde.
Rimase sospeso per un istante, come se la gravità avesse dimenticato il proprio mestiere.
Elisa sbatté le palpebre.
Solo allora il petalo scese.
«Hai visto che—» iniziò.
«L’aria è secca qui dentro,»
la interruppe lui, con un sorriso che cercava di mettere ordine
nell’irreale. «Succede.»
Ma lei sentiva che non era vero.
Né l’aria secca.
Né
quel sorriso.
E quando Leon appoggiò il giglio sul tavolo, il fiore — quel fiore impossibile — parve piegarsi verso di lui, come un animale fedele che riconosce il proprio padrone.
La manifestazione”
Elisa osservava ancora il fiore quando il locale emise un lungo, impercettibile cigolio.
Come se le pareti si deformassero.
Come se qualcosa — o
qualcuno — stesse prendendo più spazio del possibile.
Leon non si era mosso.
Eppure l’aria intorno a lui cambiò:
una profondità nuova, un’oscurità più fitta si aprì alle sue
spalle, simile a un sipario che nessuno aveva tirato. Un’ombra
autonoma, indifferente alle luci, viva, assetata di forma.
«Elisa,» disse. La sua voce non aveva più la sua antica
gentilezza.
Ora era un fiume sotterraneo.
Lei trattenne il respiro.
Leon tolse i guanti con una lentezza cerimoniale, come se stesse scoprendo un simbolo, non un paio di mani.
Le dita erano lunghe, eleganti. Non era quello a turbare, ma il
loro colore:
una pallidezza che non apparteneva al mondo umano, un
bianco attraversato da un bagliore interno, quasi fosse memoria più
che carne.
«Non volevo questo adesso,» mormorò, guardando quelle mani come una colpa. «Ma tu sei troppo… percettiva.»
Elisa si mosse appena, pronta a indietreggiare.
Leon non
avanzò, eppure la sua presenza le sfiorò la mente prima del corpo.
«Non ti farò del male,» sussurrò. «Anche se potrei.»
Le lampade tremolarono.
Il giglio sul tavolo si aprì di colpo,
come se il tempo per quel fiore scorresse altrove.
E finalmente lui parlò. Non con orgoglio, né vergogna: come si ammette un destino.
«Io non appartengo più alla vita.
E non appartengo nemmeno
alla morte.»
Elisa impallidì. «Cosa sei?»
Leon la guardò come si guarda chi potrebbe capire.
«Una
parola consumata non mi piace. Ma se ti serve… sì. Quello.»
Il vetro vibrò, come colpito da un’onda invisibile.
«Un vampiro.»
Non gridato.
Non teatrale.
Solo inevitabile.
E per un attimo i suoi occhi — di solito scuri — si accesero di luce cremisi. Un lampo. Poi svanì.
Elisa rimase immobile.
Leon abbassò lo sguardo.
«Ora sai cosa temevo mostrarti.»
E quel dolore, puro e
sincero, era la cosa più umana che lei avesse mai visto.
Elisa non scappò.
Il corpo lo desiderava, la ragione lo
invocava, ma qualcosa nel petto — antico e inspiegabile — le
sussurrò: resta.
Non c’era paura.
C’era un battito nuovo, una risonanza
sconosciuta.
Leon aspettava il terrore, la fuga, il disgusto.
Invece la vide
avvicinarsi. Un passo piccolo, ma tremendo.
«Perché… non te ne vai?» chiese, quasi supplicandola. Era un immortale che temeva una risposta umana.
Elisa deglutì. «Perché forse… è qui che volevo arrivare.»
Le sue parole alterarono l’aria.
Leon alzò lo sguardo,
incredulo. Per la prima volta, i suoi occhi non erano un abisso:
erano aperture fragili, umane, piene di qualcosa che somigliava alla
speranza.
«Tu non sai cosa comporta stare con me.»
«Nemmeno tu sai cosa comporta stare con me,» rispose lei, con un mezzo sorriso capace di sciogliere secoli.
Il giglio sul tavolo si richiuse un istante, poi si riaprì. Come un sigillo.
Leon tese la mano, esitante. «Posso?»
Elisa annuì.
Il tocco non fu freddo, né gelido. Fu scintilla.
Promessa.
Un silenzio morbido si distese tra loro.
Lei capì: non era follia, né incoscienza. Era richiamo.
Da
lui.
Dal mistero.
Da una vita che, all’improvviso, sembrava
respirare più forte.
«Io resterò,» disse con la fermezza di chi sceglie un sentiero di notte. «Se tu mi vuoi qui.»
Leon chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, erano colmi: non di
sangue, ma di emozione.
«Ti voglio qui,» sussurrò. «Da adesso. E oltre qualsiasi cosa verrà.»
Il loro abbraccio fu lento come un’alba che si
concede.
Tenerezza.
Promessa.
Un destino che, per una volta,
applaudì piano e si fece da parte.
E quella notte, sotto un cielo che nessuno dei due guardò, iniziò
qualcosa che ancora non aveva nome.
Ma i loro cuori lo riconobbero
subito.
Thor, il guardiano del cuore”
La pioggia era diventata un ricamo lieve sul selciato quando Elisa e Leon raggiunsero la porta di casa.
Lui avanzava con quella grazia silenziosa che sfiorava il mondo senza peso, e lei si accorse che il suo passo si era naturalmente accordato al suo.
Due ritmi. Una camminata.
Una sinfonia nuova.
Appena infilò la chiave, dall’interno esplose un abbaio: grosso, deciso, da cane che teme il peggio e protegge il meglio.
«Tranquillo, Thor… sono io,» disse Elisa.
La porta si aprì.
Un vortice di pelo, coda e entusiasmo le saltò addosso… poi si bloccò di colpo, fissando Leon con una concentrazione quasi solenne.
Leon rimase fermo.
Non per timore — quello gli era lontano da
secoli — ma per rispetto.
Sapeva cosa i cani percepivano.
Sapeva
cosa vedevano davvero.
Thor avanzò un passo alla volta.
Annusò l’aria.
Annusò
la mano di Leon.
Elisa trattenne il respiro.
Poi accadde l’imprevisto.
La coda iniziò a muoversi.
Prima un cenno.
Poi uno
scodinzolio deciso.
E infine l’esplosione: Thor gli posò le
zampe sul petto, come se lo avesse riconosciuto dal profumo di un
ricordo felice.
Leon rimase senza parole.
«Questo… non succede quasi mai.»
Thor gli diede una leccata sul mento, con la certezza di chi ha capito tutto prima degli umani.
Elisa rise, una risata limpida che riempì la stanza.
«Direi
che hai l’approvazione ufficiale.»
Leon la guardò come se quella frase potesse cambiare il corso
della notte.
Forse lo fece davvero.
Thor si acciambellò ai loro piedi, soddisfatto come un antico spirito domestico.
Elisa appoggiò la testa sulla spalla di Leon, e lui la cinse con un braccio — un gesto semplice, ma per lui simile a una rinascita.
Fu allora che compresero: non stavano entrando in una
casa.
Stavano entrando in una vita.
La porta si chiuse alle loro spalle.
E il mondo, fuori, poteva aspettare.
“La trasformazione — L’unione che non ha tempo”
Fu Thor, paradossalmente, a dare inizio al rito.
Sdraiato ai loro piedi, alzò la testa come se avesse percepito
l’arrivo di qualcosa che non faceva paura, ma solennità.
Un
richiamo antico come il primo respiro del mondo.
Elisa guardò Leon.
Lui la osservava come si osserva una
soglia: con desiderio e con una reverenza che sfiorava il sacro.
«Se lo faccio,» mormorò, «non potrai tornare indietro. Non sarai la mia creatura… né la mia ombra. Sarai me. E io sarò te.»
Lei fece un passo.
Non tremava.
Non esitava.
«È quello che voglio.»
Il suo sì incrinò l’aria: la stanza trattenne il fiato.
Leon sollevò una mano, le sfiorò il volto, e poi inclinò la testa verso il suo collo — non come un predatore, ma come un amante che bacia la porta di un universo.
Il morso non fu violento.
Fu un’apertura.
Un ingresso.
Quando i canini toccarono la pelle, Elisa gemette: non dolore, ma
riconoscimento.
Come se qualcuno avesse trovato la serratura
precisa del suo destino.
Il sangue uscì come una preghiera sommessa, e Leon lo raccolse con devozione.
Poi lei sentì qualcosa fluire dentro di sé.
Non fu
freddo.
Non fu fuoco.
Fu entrambi: una corrente che le apriva
corridoi interiori che non sapeva di possedere.
Vedeva.
Sentiva.
Respirava… in un modo che non era più
quello dei vivi.
Leon, ansimante, si staccò dal collo di lei e le offrì il proprio.
Un vampiro non dona mai il suo sangue per caso.
Quel gesto non
era un rituale: era un matrimonio primordiale.
Elisa si avvicinò.
Affondò le labbra.
Assaggiò lui.
E il mondo esplose in un unico battito.
Le loro identità si spinsero l’una contro l’altra, si cercarono, si intrecciarono come vene che si uniscono dopo una ferita.
Lei vide lui: i secoli, le notti, le perdite, le rinascite.
Lui
vide lei: il coraggio, la solitudine, il cuore ostinato che non aveva
mai smesso di cercare un ritmo pari al suo.
Il sangue di Leon fluì in Elisa come luce liquida.
Quando sollevò lo sguardo, i suoi occhi non appartenevano più né all’umanità né alla stirpe dei vampiri.
Erano nuovi.
Erano loro.
Leon sorrise, stravolto, devoto.
«Ora ci sei,» disse.
«Completamente.»
Thor abbaiò, felice, come se avesse assistito alla nascita di un mito.
Leon prese Elisa tra le braccia non per sostenerla, ma per
abbracciare ciò che erano diventati:
un unico battito in due
corpi,
un’unica fame,
un’unica notte che da quel momento li
avrebbe chiamati con lo stesso nome.
Erano uno.
Per sempre.
E l’eternità, finalmente, aveva un sapore.
La Trasformazione — La Rinascita Completa
Elisa restò
stretta a Leon.
Un silenzio vibrante le percorse la colonna vertebrale, come
piccole scintille che si accendevano lungo i nervi.
Non era
dolore.
Era espansione.
Il respiro diventò lento, profondo, denso come un significato appena apparso. Ogni inspirazione sembrava svelare un nuovo strato del mondo, una trama segreta che prima le sfuggiva.
«Lascia che accada,» mormorò Leon.
La sua voce non le arrivò dalle orecchie, ma dall’interno della mente.
Elisa chiuse gli occhi.
E allora cominciò davvero.
Il battito del cuore mutò ritmo: più misurato, più potente, come un tamburo antico che ritrova la propria cadenza rituale.
Thor si avvicinò, inquieto e curioso.
Appoggiò il muso sulla
sua mano: un calore semplice, vivo, che per un istante la ancorò a
ciò che era stata.
Poi la pelle rispose.
Il mondo smise di essere forme. Diventò vibrazione, flusso,
chiarore.
Percepì il calore dei tubi dietro il muro, l’eco dei
passi di un vicino tre piani sopra, perfino il respiro regolare del
suo cane.
Aprì gli occhi.
La stanza non era cambiata, eppure sì: ogni oggetto emanava un’aura sottile, come se la realtà avesse un secondo volto visibile soltanto a chi appartiene alla notte.
«Leon…»
La sua voce era diversa: più bassa, più piena,
avvolta da una nota di velluto.
Leon sorrise.
«Ci sei quasi. Lascia che il corpo scelga. Non
forzare.»
Un brivido le risalì la schiena e, in quell’istante, tutto si allineò.
Un ultimo battito.
Un istante sospeso.
E poi lo scatto in
avanti: la vita che conosceva si chiuse alle spalle, e una nuova
pulsazione la chiamò.
I canini — i suoi — emersero senza dolore, come se fossero sempre stati lì, pazienti.
Leon la guardò come si guarda un’alba dopo secoli di notte.
Elisa inspirò.
E per la prima volta sentì il mondo con i
sensi di chi non appartiene più al tempo.
«Sono… completa?» sussurrò.
«Di più,» rispose lui. «Sei nostra… e io sono tuo.»
Thor scodinzolò, riconoscendo la nuova armonia.
Non la vedeva
diversa: la vedeva semplicemente più lei.
Elisa fece un passo — perfetto, silenzioso, avvolto nella grazia nascente della nuova natura.
Leon le prese la mano.
«Benvenuta nell’eternità, amore.»
Ed Elisa lo capì, finalmente:
non era stata trasformata.
Era
stata liberata.
Il Primo Passo nella Tenebra
La città respirava sotto una coltre di nebbia leggera, ogni lampione uno sguardo curioso sospeso nell’oscurità. Elisa sentiva il cuore battere ancora umano, o forse già vampirico: un ritmo doppio, un tamburo nascosto tra le ossa, che sussurrava libertà e mistero.
Leon camminava davanti a lei, fluido, come se le strade fossero il palcoscenico di un’antica coreografia che conosceva a memoria. Elisa lo seguiva, ogni passo un equilibrio tra timore e meraviglia. Il mondo notturno non era semplicemente buio: era vivo, pulsante, ogni ombra un sussurro, ogni riflesso un’eco di ciò che lei ora poteva percepire.
«Non aver paura,» mormorò Leon, senza voltarsi. La sua voce era una scia di velluto nella notte.
Elisa inspirò: l’aria era densa di profumi che prima non aveva mai notato, il fumo del forno di una panetteria chiusa, l’umidità delle foglie di novembre, persino l’essenza di passanti lontani. Tutto vibrava, tutto cantava un ritmo segreto.
Una figura scura si muoveva lungo il marciapiede opposto: un altro essere della notte, rapido, fluido, quasi invisibile. Elisa sentì una scarica di eccitazione. Non era paura: era un richiamo. Leon la prese per mano e insieme attraversarono la strada senza alcun timore. Nessuna luce lampeggiava, nessun rumore la disturbava: era il loro mondo, un mondo parallelo alla vita che avevano lasciato alle spalle.
Poi arrivarono al ponte che dominava il fiume. Le acque riflettevano la città come in uno specchio deformato, e la nebbia le accarezzava il volto. Elisa allungò la mano, sfiorando il parapetto, e sentì il freddo della pietra mescolarsi a una corrente di potere che scorreva dentro di lei.
Leon si avvicinò, silenzioso, e le sfiorò il mento. «Ora lo
vedi davvero… tutto quello che puoi essere.»
Elisa chiuse gli
occhi. Il vento le scompigliava i capelli, ma non era il vento a
muoverli: era come se la città stessa respirasse per lei,
sussurrandole segreti antichi. Ogni passo successivo era un invito:
camminare, vedere, sentire, essere.
E mentre scendevano di nuovo verso le strade illuminate da lampioni tremolanti, Elisa comprese una verità semplice e terribile: la notte non era soltanto un’assenza di luce. La notte era vita, completa, immensa, e lei apparteneva finalmente a tutto ciò che essa abbracciava.
Thor, fedele come sempre, rimaneva invisibile ai passanti, un guardiano tra il mondo umano e quello dei loro sensi accesi. Ogni tanto abbaiava leggero, quasi a ricordare a Elisa che anche lì, tra le ombre e il mistero, c’era qualcosa di tangibile, di terreno, che ancora la teneva legata a ciò che amava.
E in quell’istante, mentre la città pareva piegarsi al loro passaggio, Elisa sorrise: non era più soltanto una ragazza della luce diurna. Era la notte, e la notte era sua.
La sete
La notte era più densa di quanto ricordasse, come se il buio avesse preso peso e consistenza. Le strade, illuminate dai lampioni gialli, le apparivano diverse: ogni ombra era più lunga, ogni suono più vicino, come se il mondo si fosse spostato di una frazione, adattandosi ai suoi nuovi sensi.
Leon camminava accanto a lei con calma antica, un silenzio pieno di sicurezza che contrastava con il fremito sottile nel petto di Elisa. E lì, tra le pulsazioni del suo cuore e il richiamo della notte, sentì qualcosa di nuovo: un brivido che le scendeva lungo la gola, una voce antica che bisbigliava desiderio, fame, necessità.
«Senti?» chiese Leon, senza guardarla.
Elisa deglutì. Non
era paura. Era… fame. Una fame che non conosceva, che non si poteva
spiegare. Non era fame di cibo, né di dolci, né di acqua. Era una
fame diversa, viscerale, intensa come un vento che si infila tra le
ossa.
«Sì…» sussurrò. «Sento… qualcosa.»
Leon la guardò negli occhi, e per un attimo, quei due pozzi di
luce cremisi che conosceva già tanto bene sembrarono riflettere un
mare di stelle oscure.
«È la tua sete,» disse con voce bassa.
«Non temerla. Ma impara a controllarla. Non è più solo tuo
istinto: è parte di ciò che sei diventata.»
Elisa sentì un brivido percorrerle la schiena. La fame era reale, tangibile, pulsava insieme al suo nuovo cuore. Per un istante le sembrò di vedere il sangue scorrere negli uomini e nelle donne della strada, un rosso vivo che brillava nella penombra.
Leon si avvicinò. «Non devi temere di me,» mormorò. «Siamo due, ora. Ti guiderò.»
E allora la sua mente, confusa e affamata, si aprì come una porta. Vide il mondo con occhi nuovi: i profumi della notte, il richiamo del sangue, la magia nascosta nelle luci dei lampioni e nel tremolio dei gatti tra i vicoli. Ogni sensazione era amplificata, e con essa la consapevolezza di ciò che era diventata.
Il primo assaggio non arrivò subito. Leon la prese per mano, conducendola attraverso la città addormentata, insegnandole a dominare il richiamo, a respirare senza lasciarsi travolgere dalla sete. Ogni passo era una prova, ogni sguardo un patto silenzioso.
E quando finalmente la luna si rifletté sull’acqua di un canale, Elisa sentì la sua nuova natura vibrare in tutta la sua forza. La sete era lì, viva, pronta, irresistibile. Ma non era più terrore. Era promessa, potere e desiderio.
«Benvenuta nella notte,» sussurrò Leon, e il vento rispose, portando via ogni ombra di paura.
La città dormiva, un mare di luci spente e strade silenziose. Elisa camminava accanto a Leon, e ogni passo vibrava sotto i suoi sensi nuovi, amplificati, pronti a cogliere ogni respiro del mondo. La fame pulsava dentro di lei, viva, urgente: non paura, non disgusto, ma un richiamo che era tutto brivido e desiderio.
Leon si chinò verso di lei, la voce un sussurro vellutato tra le ombre: «Non temere. Accoglila. È la tua parte più vera.»
La vide: una figura addormentata in un vicolo, i lineamenti rilassati, ignari della notte che li avvolgeva. Nessuna pretesa, nessuna fretta. Solo l’istinto primordiale, elegante e controllato.
Quando i suoi canini sfiorarono la pelle, il mondo esplose in un istante di luci e suoni amplificati: il battito accelerato, il respiro caldo, il profumo del ferro e della vita che scorrevano insieme. Non c’era crudeltà, solo estasi, la perfetta fusione di necessità e piacere.
Elisa chiuse gli occhi. Ogni goccia che entrava in lei era come fuoco liquido, accendeva i nervi, faceva vibrare la pelle e il cuore. Ogni assaggio era una scintilla, una carezza di potere antico. La città intorno sembrava dissolversi: rimanevano solo i sensi, il sangue, il fremito della vita condivisa.
Leon la circondò con un braccio, un gesto protettivo e adorante. Non servivano parole: il loro primo contatto col sangue aveva sigillato un patto, una promessa che attraversava secoli. L’oscurità, le luci tremolanti dei lampioni, il sussurro del vento — tutto sembrava esistere solo per loro.
Quando finalmente si staccò, Elisa si sentì piena, potente, viva. I suoi occhi brillavano di luce propria, la città le appariva nitida e profonda, un regno intero tutto da scoprire, un labirinto di ombre e bagliori pronti a rispondere a ogni suo movimento.
E con un sorriso che sapeva di rinascita e libertà, sussurrò a
Leon:
«Ora la notte è mia.»
2025@Emanuela tutti i diritti riservati

Commenti
Posta un commento
Puoi commentare , prometto che non verrà nessuno a cibarsi del tuo cervello