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Cronache Oscure Edizioni La zona Oscura

CRONACHE OSCURE LA PRIMA ANTOLOGIA HORROR DEL 2026

  IL CONTO ALLA ROVESCIA È INIZIATO: CRONACHE OSCURE STA ARRIVANDO. C’è qualcosa che si muove nel buio. Non è un’impressione, non è la tua immaginazione che gioca brutti scherzi. È il rumore della realtà che si sgretola. L’antologia Cronache Oscure , edita da La Zona Oscura , sta per essere liberata. Tenete le luci accese. Non sono storie da leggere prima di dormire. Sono schegge di vetro infilate sotto la pelle. Insieme alla Zona Oscura abbiamo selezionato il peggio dell'abisso umano, quello che non trova spazio nei libri "perbene". Qui non ci sono eroi, non ci sono salvataggi all’ultimo secondo. C’è solo la cruda, sporca e affascinante verità dell’orrore. Perché ho scelto La Zona Oscura? Perché per raccontare certe storie serve un editore che non abbia paura di guardare il mostro dritto negli occhi. Cosa sta per succedere? Nelle prossime settimane inizierò a sollevare il velo. Vi darò dei piccoli assaggi, dei frammenti di ossigeno bruciato, delle istantanee di un mondo ...

CARNE FRESCA DA GINO











 La saracinesca della macelleria di Gino si alzava ogni mattina alle sei precise, con un gemito di metallo arrugginito che sembrava il lamento di un condannato. Sull'insegna gialla, sbiadita dal sole e incrostata di mosche morte, campeggiava la solita promessa: “Da Gino: Carne fresca ogni giorno a modico prezzo”.

E la gente ci andava. Oh, se ci andava. Facevano la fila per quel macinato così rosso da sembrare vivo, per quelle braciole che si scioglievano in bocca come burro. Nessuno si chiedeva come facesse Gino a tenere i prezzi così bassi mentre tutto il resto del mondo andava a rotoli. Nessuno si chiedeva perché, nel raggio di tre isolati, l'odore di candeggina non sparisse mai del tutto, nemmeno sotto la pioggia.

E intanto, la gente spariva.

Sparivano i vagabondi che dormivano sotto il ponte, sparivano le ragazzine che tornavano tardi da scuola, sparivano perfino i postini. La polizia passava, guardava, compilava verbali che finivano a marcire nei cassetti. "Si saranno allontanati", dicevano, mentre addentavano un panino al salame comprato proprio da Gino.

Io ero lì, stamattina, a guardarlo mentre affilava il coltello. Gino è un uomo di poche parole, con le braccia grosse come tronchi e le unghie perennemente bordate di nero. Mi ha guardato e ha sorriso, un sorriso che non arrivava agli occhi, rimasti freddi come due pezzi di ghiaccio in una bacinella di scarti.

«Oggi ho un taglio speciale, ragazzo,» ha grattato con la sua voce di carta vetrata. «Viene da un pezzo giovane. Tenero. Senza grasso.»

Ha sbattuto un pezzo di muscolo sul ceppo di legno. La carne ha sussultato. Giuro su Dio, ha avuto un fremito, come se i nervi non avessero ancora capito di essere morti. Mentre lo incartava nella carta oleata, ho visto un dettaglio che mi ha gelato il midollo: in un angolo del bancone, seminascosto dalla segatura sporca, c’era un piccolo anello d'argento. Un anello con una pietra azzurra.

Quello di mia sorella. Sparita tre giorni fa.

«Ti serve altro?» ha chiesto Gino, pulendosi le mani sporche di grasso sul grembiule che una volta era bianco.

Gino mi guardò mentre fissavo quel pacchetto umido. Non disse nulla, ma emise un verso col naso, un grugnito di soddisfazione grassa. Si sporse sul bancone, e l’odore mi investì: non era solo odore di carne cruda. Era quel sentore dolciastro e stantio di un corpo che ha smesso di respirare da poco, mescolato al profumo pungente della salvia che usava per "ingannare" il naso dei clienti.

«La carne giovane è la migliore, no?» disse, e stavolta il sorriso gli scoprì le gengive scure. «Non oppone resistenza. Si arrende al coltello come se non aspettasse altro.»

Indicò con il mento un grosso gancio che pendeva dal soffitto, nell'ombra del retrobottega. Qualcosa di pesante oscillava lentamente, avvolto in un telo di plastica trasparente che la condensa rendeva opaco. Ma non abbastanza opaco. Vidi la sagoma di un piede, piccolo, con le unghie smaltate di un rosa pallido che spuntava da un lembo del sacco.

Il mio stomaco fece un salto, un conato violento che riuscii a strozzare solo stringendo i denti fino a farmi male.

«Gino...» provai a dire, ma la voce era un filo di polvere.

«Vai a casa, ragazzo. Cucinala subito. Se aspetti, perde il sapore della vita. E sarebbe un peccato, con quello che mi è costata di fatica.»

Uscii dalla macelleria mentre il sole di mezzogiorno picchiava sull'asfalto, ma io sentivo un freddo che partiva dalle ossa. Mi fermai all'angolo, nell'ombra di un vicolo, e aprii quel pacchetto. La carta oleata era zuppa. Srotolai il muscolo e lo vidi.

Non era solo carne. Attaccato a quel lembo di spalla c'era un frammento di pelle rimasto intatto. E su quella pelle, il tatuaggio che avevamo fatto insieme quest'estate: una piccola ancora, per non perderci mai.

In quel momento capii perché i prezzi di Gino erano così modici. Non vendeva carne. Vendeva i nostri ricordi, tritati e conditi, a una città che aveva troppa fame per farsi domande.

Mentre cadevo in ginocchio, sentii di nuovo quel rumore dal retro della bottega. Clack-crunch. Clack-crunch. Gino aveva appena tirato giù un altro pezzo dal gancio. E la fila fuori dalla porta stava già aumentando.

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