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Cronache Oscure Edizioni La zona Oscura

CRONACHE OSCURE LA PRIMA ANTOLOGIA HORROR DEL 2026

  IL CONTO ALLA ROVESCIA È INIZIATO: CRONACHE OSCURE STA ARRIVANDO. C’è qualcosa che si muove nel buio. Non è un’impressione, non è la tua immaginazione che gioca brutti scherzi. È il rumore della realtà che si sgretola. L’antologia Cronache Oscure , edita da La Zona Oscura , sta per essere liberata. Tenete le luci accese. Non sono storie da leggere prima di dormire. Sono schegge di vetro infilate sotto la pelle. Insieme alla Zona Oscura abbiamo selezionato il peggio dell'abisso umano, quello che non trova spazio nei libri "perbene". Qui non ci sono eroi, non ci sono salvataggi all’ultimo secondo. C’è solo la cruda, sporca e affascinante verità dell’orrore. Perché ho scelto La Zona Oscura? Perché per raccontare certe storie serve un editore che non abbia paura di guardare il mostro dritto negli occhi. Cosa sta per succedere? Nelle prossime settimane inizierò a sollevare il velo. Vi darò dei piccoli assaggi, dei frammenti di ossigeno bruciato, delle istantanee di un mondo ...

I miei preferiti ( e non sono dolci)

  • Intervista col Vampiro. Incubi e Deliri. Il gioco di Gerald .At the Mountains of Madness” (Alle montagne della follia) The Shadow over Innsmouth” (L’ombra su Innsmouth) Dracula B.Stoker. Frankenstein. Luigi Musolino

L'ultimo porto. Molo vecchio : Genova


 

Genova non urlava: vomitava.

Le strade tremavano sotto un calpestio bastardo, un ritmo di tacchi rotti e suole di gomma che bruciavano sull’asfalto viscido. L’aria era densa, un muro di fumo che puzzava di plastica bruciata e capelli strinati. Le sirene si incrociavano sopra le teste, stridendo come unghie su una lavagna, mentre dai palazzi saliva un calore nero che toglieva il fiato. Un’utilitaria era finita su un fianco: le ruote giravano ancora a vuoto e il telaio dondolava con un cigolio di metallo stanco, come se la macchina stesse cercando di raddrizzarsi da sola dopo lo schianto.

Poi, il rumore che le arrivò fino allo stomaco.

Il cemento che si spacca.

Il boato.

Dal grattacielo del centro pioveva roba. Elena alzò lo sguardo, era qualcosa di indefinito per l'altezza da cui cadevano ma poi,vide le braccia sventolare nel vuoto. Corpi che esplodevano sulle auto parcheggiate con un tonfo sordo, un suono di ossa rotte e lamiera che si piega. Ma il peggio non era lo schianto. Era il dopo. Quelle sagome si raddrizzavano con un rumore di giunture che tornavano in sede a forza; pezzi di gente in camicia e cravatta che si rimettevano in piedi con le mascelle ciondolanti e un bisogno elettrico, animale, di piantare i denti in qualcosa di caldo. Non erano più persone: erano involucri che puzzavano di cantina e sudore vecchio.

Elena non pensava alla pistola che le pesava nella borsa. Aveva la gola secca, il sapore del ferro in bocca. Quel ruggito della città era solo un lamento troppo grande, la prova che il marcio era uscito fuori. Non era la fine del mondo, si disse con le mani che le tremavano, era solo il mondo che stava marcendo dal di dentro.

Doveva arrivare alla Stazione Centrale. Matteo glielo aveva detto stamattina, mentre si aggiustava il nodo alla cravatta: "Ovunque, ma alla Stazione". Pareva un secolo fa.

La gente le correva addosso, una marea di facce stravolte e sudore acido. Dietro di loro, nel mucchio, qualcosa strappava vestiti e carne, afferrava polpacci, masticava. Ogni urlo veniva coperto da quello successivo. Ogni colpo di pistola che scoppiava nell’aria sembrava solo un petardo inutile, un modo per arretrare, mai per farsi strada.

Si infilò in un vicolo, di quelli stretti dove l’aria ristagna sempre. L’asfalto era viscido, coperto da una pellicola di pioggia sporca e roba che preferiva non guardare. Lì dentro il rumore della strada arrivava ovattato, ma il suo respiro le rimbombava nei timpani come un mantice rotto. Il terrore dei vivi che spingevano fuori era una scossa elettrica, ma quel silenzio di pietra era quasi peggio.

Si schiacciò contro un cassonetto verde dell'immondizia. Il metallo le scottava sulla schiena e il puzzo di avanzi fermentati e plastica bagnata le rivoltava lo stomaco, ma era l'unica cosa solida a cui aggrapparsi.

Poi, da dietro il bidone, arrivò un suono. Una tosse strozzata seguita da un gorgoglio di catarro e bile. Qualcuno che stava male davvero.

Il cuore di Elena fece un balzo che le fece male al petto. Si sporse, le dita che graffiavano la superficie ruvida di un mattone sconnesso.

Vide un uomo. Portava ancora la giacca e la cravatta, ma era accasciato a terra, la schiena che sussultava in spasmi violenti. Stava vomitando una schiuma densa, nera come catrame, che faceva le bolle sull'asfalto e sembrava muoversi da sola, allargandosi come una macchia d'olio. L'uomo tremava così forte che le scarpe battevano contro il sasso: tac-tac-tac. Stava lottando contro qualcosa che gli stava svuotando la pancia dal di dentro.

Ehi...” sussurrò Elena. Le tremava la mascella. “Ha bisogno di aiuto?”

L'uomo smise di vomitare. Si bloccò, come se quel sussurro fosse stato una martellata. Lentamente, con una fatica che faceva scricchiolare le vertebre, iniziò a girarsi.

La cravatta era scivolata sulla spalla, sporca di quel fango nero. Metà della faccia era pallida, quasi grigia; l'altra metà era una mappa di vene gonfie, nere come vermi sotto la pelle, che gli partivano dalla tempia e scendevano verso il collo. La testa ruotò troppo, il corpo la seguì con un secondo di ritardo, con uno scatto secco, spezzato, come se i muscoli non fossero più i suoi.

Quando aprì la bocca, non uscirono parole. Uscì un fiato che sapeva di fogna e un verso rauco, profondo, che gli scorticava la gola.

Il mattone scivolò dalle mani di Elena e picchiò sul cemento. Lei si buttò all'indietro, sbattendo contro il cassonetto: il metallo rimbalzò con un clangore sordo che sembrò una campana a morto.

L'essere si alzò in un colpo solo. Non c'era più traccia di agonia, solo una forza sbagliata. Elena sentì il puzzo che gli emanava dai pori: ferro vecchio, zolfo e l'odore dolciastro di una ferita che va in cancrena. Allungò una mano verso di lei; era ancora una mano da impiegato, ma le unghie erano nere e la pelle era macchiata di lividi scuri che sembravano muffa.

Matteo...”

Il nome le uscì come un rantolo, ma non c’era tempo per piangere. La testa le svuotò tutto, restò solo un chiodo fisso, piantato nel cranio: la Stazione. Doveva arrivare lì. Matteo era lì.

Con un riflesso che sapeva di terra e fango, le dita di Elena artigliarono il mattone che era caduto poco prima. Lo strinse così forte che lo spigolo le incise la pelle del palmo, ma non sentì nulla. Caricò il braccio e lo scagliò con tutta la rabbia che aveva in corpo, puntando dritto a quella faccia deforme.

Tump.

Il mattone centrò l’uomo in piena fronte. Non fu il suono di un osso che si spacca, fu un rumore mollo, schifoso, come un pugno in un sacco di farina bagnata. Qualunque altro uomo sarebbe rimasto stecchito, col cranio aperto. Quell'essere invece non fece una piega. Inclinò solo la testa di lato, come un uccello che osserva un verme. Dove il colpo l'aveva colpito, la pelle si era aperta in uno sbrego biancastro e asciutto. Niente sangue. Niente urla. Solo quel vuoto innaturale sotto la carne grigia. Il dolore, per lui, era un concetto morto.

L’essere emise un verso più profondo, un raschio che gli partiva dallo stomaco. Elena lo vide negli occhi: non c’era più un briciolo di logica, nessuna anatomia umana a cui potersi appellare. Solo una fame meccanica, chimica, che non si fermava davanti a niente.

Lo zombi si sbilanciò in avanti per afferrarla e allora Elena scattò. Si ributtò fuori, nell'inferno aperto dei vicoli.

Genova in quel momento era un budello fatto di carne e pietra. I vicoli erano troppo stretti per contenere tutto quel panico: Elena si ritrovò risucchiata in un fiume di gente che puzzava di terrore e ascelle. Veniva spintonata, urtata da spalle sudate e gomiti appuntiti. La usavano come uno scudo, la calpestavano per guadagnare un centimetro. Correva in mezzo a quella massa, sapendo che la folla era l’unica cosa che la nascondeva dai mostri, ma anche la trappola che l'avrebbe schiacciata se fosse caduta.....


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CRONACHE OSCURE DI EMANUELA FERRARA

EDIZIONI LA ZONA OSCURA

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CRONACHE OSCURE NON è UN LIBRO. E' IL MOMENTO IN CUI LA REALTà SMETTE DI PROTEGGERTI