La città non urlava: ruggiva. Le sue strade tremavano sotto il peso di passi disperati, un tamburo irregolare di vite in fuga. Le sirene si inseguivano nell’aria come spirali impazzite, tagliando il fumo che saliva dai palazzi in fiamme. Un’automobile, rovesciata su un fianco, dondolava ancora, lamentosa, come se non avesse accettato l’ultima collisione. Poi il resto. Il crollo. Il boato. Dal grattacielo del centro piovevano corpi. Alcuni ancora vivi, altri già reclamati dall’abisso. E tra loro, i morti viventi: sagome contorte che si abbattevano sulle auto, si rialzavano spezzate e riprendevano a muoversi con una fame che pareva atavica, primordiale. Era la resurrezione blasfema, un abominio in terra. Elena non pensava alla pistola. Pensava al ruggito della città che era, in verità, un lamento antico, la prova che l’orrore era arrivato. Non era la fine del mondo, si disse tremando, ma la sua corruzione. Doveva raggiungere la Stazione Centrale. Lui l'aveva detto: ovu...